Economia

F35, ecco i tagli progettati da Conte, Di Maio e Trenta che fanno decollare le proteste di Salvini

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F-35

Tensioni sempre meno latenti e sempre più evidenti sugli F35 fra Movimento 5 Stelle e Lega.

C’è anche il controverso dossier dei cacciabombardieri prodotti da Lockheed Martin e assemblati nello stabilimento di Cameri (Novara) gestito da Leonardo-Finmeccanica tra i motivi di attrito in questi giorni tra il movimento capeggiato da Luigi Di Maio e il partito retto da Matteo Salvini.

Non solo dunque 5G, caso Huawei e Via della Seta dividono i due vicepremier.

Ecco le ultime novità sul caso F35.

ECCO IL TAGLIO DEGLI F35 SECONDO REPUBBLICA

Oggi è Repubblica a svelare le intenzioni del governo Conte. “Fonti del governo stimano la riduzione in un quarto del totale: dei 90 aerei complessivi, l’Italia ne acquisterebbe tra i 60 e i 70, tagliandone almeno 20, dirottando forse alcune risorse risparmiate per acquistare gli Eurofighters europei o velivoli di sesta generazione da costruire con i britannici”:

LE PAROLE DI SALVINI

“Nessun passo indietro sugli F35. Quando do la parola vado fino in fondo. L’industria aeronautica italiana e’ un’eccellenza quindi riterrei un danno per l’economia italiana ogni ipotesi di rallentamento e ravvedimento. Se non lo facciamo noi lo fanno francesi e tedeschi. Non vedo perché fare un regalo ai nostri principali competitor”, ha detto ieri il vicepremier e ministro dell’Interno, Matteo Salvini, durante una conferenza stampa, rispondendo a una domanda sul programma degli F35.

L’ESITO DELLA RIUNIONE A PALAZZO CHIGI SUGLI F35

Su questo dossier, e sulla questione legata ai pagamenti, c’è comunque un certo allineamento di posizioni visto il risultato della riunione di ieri a Palazzo Chigi tra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il ministro della Difesa Elisabetta Trenta, dopo gli sbuffi dei giorni scorsi da parte della Casa Bianca e di Lockheed Martin sugli F-35 (qui l’approfondimento di Start Magazine).

I PAGAMENTI ARRETRATI A LOCKHEED MARTIN

In una nota di Palazzo Chigi, si sottolinea come sia stata un’occasione per vari aggiornamenti riguardanti i temi della difesa. In particolare, il colloquio ha riguardato anche il tema degli F35. Sono state già trasferite negli Stati Uniti le somme dovute per le commesse già completate e nei prossimi giorni verranno concretamente effettuati i pagamenti, ha detto la presidenza del Consiglio. “Nei prossimi mesi – prosegue la nota – tutti i comparti della difesa, sotto il coordinamento del ministro Trenta, saranno chiamati a operare una ricognizione delle specifiche esigenze difensive dell’Italia, in modo da assicurare che le prossime commesse siano effettivamente commisurate alle nostre strategie di difesa, con l’obiettivo di garantire la massima efficacia ed efficienza operative in accordo con la collocazione euro-atlantica del nostro Paese”.

LA DIREZIONE DI MARCIA GRILLINA

Il senso di marcia è chiaro. Ed è esplicito il sottosegretario agli Esteri, il grillino Manlio Di Stefano: «Specialmente in questo periodo di recessione globale, con un governo che ha investito tutte le sue risorse nelle fasce più deboli della popolazione, con il reddito di cittadinanza, dobbiamo stare molto attenti agli investimenti che facciamo in settori che non sono né prioritari e nemmeno competitivi e provare a spostare i soldi dove servono davvero». Perciò «occorre una revisione profonda degli accordi fatti». “Se i soldi servono per il reddito di cittadinanza, insomma, i fondi della Difesa fanno gola – ha chiosato La Stampa – Nulla di nuovo sotto il sole, peraltro: quando Renzi istituì gli 80 euro, la Difesa tagliò gli investimenti di 1 miliardo”.

L’ATTIVISMO STATUNITENSE

L’attivismo americano ormai sta raggiungendo vette inusuali, tra incontri, riunioni e vertici che spaziano dalla Via della Seta al caso Huawei, passando appunto dai cacciabombardieri. L’ambasciatore statunitense Lewis M.Eisenberg è andato ieri pomeriggio a Palazzo Chigi dove ha incontrato prima il consigliere diplomatico di Conte, Pietro Benassi, quindi il sottosegretario alla Presidenza, il leghista Giancarlo Giorgetti. “Pare che abbia chiesto rassicurazioni su diversi dossier, compreso l’impegno degli F35. Ha fatto capire che se l’Italia si tira fuori, anche non del tutto, possiamo dire addio alla fabbrica di Cameri (Novara) dove è previsto che si assemblino i velivoli italiani e olandesi, e dove era prevista la manutenzione per tutti gli F35 degli europei”, ha scritto La Stampa.

 

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