Economia

Futuro solo verde per i green bond? Fatti, analisi e scenari

di

banche centrali

 Che cosa succederà ai green bond? L’approfondimento di Emanuela Rossi

Sono relativamente giovani e il loro mercato è in continua crescita ma il rischio è che non rispettino i motivi per cui sono nati. Parliamo dei green bond che anche nell’anno della pandemia da Covid-19 hanno fatto segnare un buon livello di diffusione ma che secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali non sempre aiutano a ridurre le emissioni inquinanti. Una tesi che ha trovato uno sponsor anche nella numero uno della Bce, Christine Lagarde.

COSA SONO I GREEN BOND

I green bond o “obbligazioni verdi” sono stati emessi per la prima volta dalla Banca Europea per gli Investimenti (BEI) nel 2007 come iniziativa di sensibilizzazione sulle questioni climatiche. Sono obbligazioni come le altre, la cui emissione è però legata a progetti che hanno un impatto positivo per l’ambiente, come l’efficienza energetica, la produzione di energia da fonti pulite, l’uso sostenibile dei terreni. All’inizio i green bond provenivano perlopiù da istituzioni finanziarie sovranazionali, come la Banca mondiale o la Banca Europea per gli Investimenti, poi sul mercato sono arrivati anche titoli emessi da singole aziende, municipalità e agenzie statali.

COM’E’ ANDATA NEL 2019

Secondo un’analisi diffusa da Banca Imi e realizzata dalla Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo, nel 2019 a livello globale l’emissione di green bond, cioè di obbligazioni legate a progetti di sostenibilità ambientale ha toccato un valore stimato di 250 miliardi di dollari, con una crescita di quasi il 50% rispetto ai 171 del 2018. L’Italia supera il trend mondiale registrando quasi un raddoppio, dai 2,8 miliardi del 2018 ai 5,4 miliardi del 2019. Dunque il mercato del debito di sostenibilità, quello cioè in cui si trattano strumenti finanziari di debito, risulta in forte crescita così come le obbligazioni legate a obiettivi ESG (environmental, social, governance), quindi a investimenti responsabili e sostenibili sotto il profilo ambientale, sociale e dei modelli di governance aziendale. In questo universo i green bond rappresentano, sempre a livello globale, l’80% delle nuove emissioni, mentre il 15% è dovuto a obbligazioni relative a progetti di sostenibilità in generale e il 5% ai temi sociali.

Nel 2019, segnala ancora l’analisi diffusa da Ca’ de Sass, nel nostro Paese sono stati emessi nove green bond e circa 1,8 miliardi di social e sustainability bond, incluso il sustainability bond da 750 milioni emesso a novembre dello scorso anno da Intesa Sanpaolo e focalizzato sull’economia circolare. Alla stessa data i green bond in essere ammontavano a 11,4 miliardi, cui vanno aggiunti 2,8 miliardi di social e sustainability.

Le principali emittenti di green bond, con il 64% del totale, sono state le utilities, cioè le aziende erogatrici di servizi pubblici (acqua, gas, energia), le assicurazioni al 14%, le aziende industriali al 13% e le banche al 9%. Le utilities sono saldamente in testa anche in termini di valore dei bond in essere a novembre 2019 (circa 74% del totale), seguite da industrie (11%), banche (9%) e assicurazioni (7%).

COSA STA ACCADENDO NEL 2020

Il mercato dei green bond ha continuato a fiorire anche nel 2020 ed è in pieno sviluppo visto che sempre più società, governi e multinazionali cercano di raccogliere fondi per realizzare progetti ecocompatibili e che gli investitori sono attratti da questi attivi. Per esempio, oltre il 30% del Recovery Plan da 750 miliardi di euro lanciato dall’Unione Europea è stato destinato a progetti “verdi”. Nell’anno che sta per finire la Climate Bonds Initiative ha previsto l’immissione sul mercato di altri 350 miliardi di dollari. Alla fine dello scorso giugno il mercato dei green bond societari valeva 468 miliardi di dollari.

GREEN BOND E AMBIENTE

Se questi sono i numeri c’è però una questione di sostanza sollevata di recente dalla Banca dei Regolamenti Internazionali. Nel “Quarterly Review” diffuso a settembre, i tre analisti Torsten Ehlers, Benoit Mojon e Frank Packer analizzano il rapporto tra green bond ed emissioni di carbonio. Come evidenzia Nicola Borzi sul Fatto Quotidiano “la finanza verde ha un ruolo chiave nel passaggio all’economia sostenibile e i green bond, le obbligazioni ‘verdi’ attente all’ambiente e al clima, sono gli strumenti più importanti per questa transizione” ma lo studio della Bri “smonta questo mito: per chi li emette, i green bond sono quasi sempre solo uno strumento di greenwashing, il rifacimento di un’inesistente ‘verginità’ ambientale a scopo di comunicazione”.

I tre esperti hanno esaminato i green bond emessi da 16mila aziende la cui capitalizzazione nel complesso equivale a oltre il 99% di quella di tutte le società quotate. Dall’indagine è emerso che “finora i progetti dei green bond non si sono necessariamente tradotti a livello di singole imprese in emissioni di carbonio relativamente basse o di un calo delle emissioni”. Per questo gli studiosi della Bri hanno proposto una sorta di rating di sostenibilità delle obbligazioni verdi per verificare l’effettiva efficacia ambientale e spingere le società che emettono i green bond a perseguirla. Non solo: “I rating potrebbero essere applicati anche ai prodotti delle aziende” in modo tale che “i consumatori potrebbero interessarsi ad essi” e scegliere “se acquistare da aziende a basse emissioni di carbonio o da aziende con rating migliori”.

In sostanza, aggiungono, “sebbene la mitigazione del cambiamento climatico sia un obiettivo politico chiave, questo non vuol dire che altri obiettivi ambientali come la sicurezza idrica, la biodiversità o l’adattamento al clima siano meno importanti. Esploriamo un sistema di rating progettato per aiutare a ridurre le emissioni di carbonio delle imprese – concludono Ehlers, Mojon e Packer -, ma alcuni dei principi – in particolare l’attenzione su semplici misure basate sui risultati – possono essere applicabili anche ad altri obiettivi ambientali”.

I DUBBI DI LAGARDE

I numeri dei green bond pure se in crescita sono giudicati comunque insufficienti da Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea, che durante una videoconferenza sul programma Onu per il finanziamento delle politiche ambientali ha puntato il dito anche contro il livello di certificazione, giudicato basso. L’ex direttrice del Fondo Monetario Internazionale ha citato proprio lo studio della Bri e ha sottolineato come “la maggior parte della finanza green non va nella giusta direzione”. Inoltre, ha detto, “in Europa servono 290 miliardi di euro l’anno in investimenti green per un prolungato periodo di tempo se vogliamo centrare gli obiettivi fissati negli accordi di Parigi. Ma se guardiamo al quadro finanziario, siamo appena a 100 miliardi, quindi mancano ancora due terzi della somma che servirebbe”. Lagarde ha comunque rilevato che si tratta di un “mercato chiaramente emergente nell’Eurozona e che speriamo possa ancora crescere in modo significativo” citando poi il piano per la ripresa “Next Generation Eu”, su cui Parlamento europeo e Stati membri hanno raggiunto un accordo il 10 novembre scorso: “Il 30% degli investimenti sarà green, per un totale di 270 miliardi di euro”.

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