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Quali paesi stanno soffrendo di più per il blocco del golfo Persico? Report Nyt

Il conflitto in Medio Oriente ha bloccato gran parte delle esportazioni di petrolio e gas dal golfo Persico, scatenando un’impennata globale dei prezzi energetici che colpisce duramente Asia, Europa e Africa. Ecco quali sono i Paesi che soffrono di più secondo le stime del New York Times.

La guerra tra Usa, Israele e Iran ha interrotto gran parte del commercio di petrolio e gas proveniente dalla regione, obbligando paesi lontanissimi a fare i conti con la improvvisa scomparsa delle loro forniture energetiche. Mettendo insieme varie fonti, il New York Times ci offre una fotografia dettagliata delle sofferenze dei Paesi abituati a dipendere dal Golfo per soddisfare le proprie esigenze in materia di energia.

Il Golfo Persico soddisfa circa un quinto del fabbisogno energetico mondiale. Da quando l’Iran ha di fatto bloccato le spedizioni, i prezzi internazionali di petrolio e gas sono schizzati alle stelle. Di conseguenza, benzina, carburante per aerei e altri derivati sono diventati più cari, colpendo automobilisti, imprenditori e famiglie da Los Angeles fino a Lahore, in Pakistan.

I paesi più colpiti dalla crisi nel golfo Persico

Mentre il mondo si dibatte in questa crisi energetica, alcune nazioni ne subiscono le conseguenze in modo particolarmente duro. Nel 2024 transitavano ogni giorno quasi 21 milioni di barili di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz, lo stretto passaggio che collega il Golfo Persico al resto del pianeta. Quasi quattro quinti di quel flusso erano destinati all’Asia.

La Cina è da tempo il principale acquirente di idrocarburi dal Golfo. Con più di un terzo delle sue importazioni totali provenienti da quell’area, il blocco rappresenta un colpo pesante per Pechino: Pechino importa esattamente 414 barili di petrolio annui dala regione, ossia il 35% del totale delle sue importazioni.

Ma altri Stati dipendono quasi completamente dalla regione per il loro fabbisogno. Il Pakistan importa ben l’81% della sua energia dal Golfo Persico, seguuto da Giappone (57%), Thailandia (56%), Corea del Sud (55%), India (50%), Taiwan (40%), Malesia (29%), Singapore (29%), Filippine (26%), Indonesia (15%), Turchia (7%).

Il Pakistan sta valutando l’introduzione di una settimana lavorativa di quattro giorni e la didattica o il lavoro a distanza per risparmiare sulle riserve. In Thailandia un fondo pubblico creato per calmierare i costi del carburante durante i picchi di prezzo è finito in rosso proprio questo mese. In India, dove l’economia si appoggia sul Medio Oriente per circa il 40% delle importazioni di petrolio e l’80% di quelle di gas, la scarsità di gas da cucina sta mettendo in difficoltà le famiglie. In tutta l’Asia, migliaia di voli sono stati cancellati perché le compagnie aeree, a corto di kerosene, non riescono più a rifornirsi.

L’Europa è storicamente meno dipendente dal Golfo rispetto all’Asia. In passato si riforniva soprattutto di gas naturale dalla Russia, ma negli ultimi anni ha spostato l’attenzione verso Stati Uniti e Norvegia. Eppure il continente ha dovuto affrontare una crisi energetica dopo l’altra: prima quella scatenata dalla guerra in Ucraina e dalle sanzioni occidentali, ora questa nuova emergenza.

Secondo i dati del New York Times, il Paese più dipendente dall’energia del Golfo Persico è la Grecia (36%), seguito da Polonia (30%), Italia (22%), Francia (18%), Gran Bretagna (11%), Paesi Bassi (10%), Spagna (9%).

La Russia rimane il terzo produttore mondiale di petrolio e il secondo di gas; tuttavia le vendite dei suoi prodotti energetici sono fortemente limitate mentre prosegue l’invasione dell’Ucraina.

Di fronte all’impennata dei prezzi seguita agli attacchi congiunti con Israele contro l’Iran, gli Stati Uniti hanno temporaneamente sospeso le sanzioni sul petrolio russo già in navigazione, nella speranza di alleggerire la pressione globale sui mercati. L’Unione Europea non ha adottato misure simili.

In Africa

I paesi africani, come gran parte del Sud del mondo, vivono la situazione in modo disomogeneo. Le Seychelles, isola nell’Oceano Indiano, importavano quasi tutto il proprio fabbisogno energetico dal Golfo nel 2024. Lo stesso valeva per Mauritius, mentre la Nigeria, grande produttore petrolifero e membro dell’OPEC+, ha storicamente importato poche risorse fossili dal Medio Oriente.

Ma gli effetti della guerra si stanno facendo sentire in Egitto, che importa il 45% della propria energia dal Golfo, e in Sudafrica (33%).

Il problema dei fertilizzanti

Il Golfo Persico è anche una fonte dominante di fertilizzanti, grazie all’abbondanza di energia che ha favorito la nascita di impianti per la produzione di materie prime per l’agricoltura.

Un aumento prolungato del costo dei fertilizzanti potrebbe costringere i governi del Sud Asia e dell’Africa subsahariana a sostenere con sussidi il prezzo dei raccolti o ad assistere impotenti al rialzo dei generi alimentari. In entrambi i casi, il peso del debito pubblico di molti paesi a basso reddito rischierebbe di aggravarsi ulteriormente.

Intanto negli Usa

Gli Stati Uniti sono il maggiore produttore mondiale di petrolio e gas, quindi l’impatto del blocco delle forniture mediorientali è per loro molto meno grave.

Tuttavia anche l’America, e altri paesi che non dipendono pesantemente dal Golfo, stanno accusando contraccolpi economici. Il balzo del prezzo del petrolio – oltre i 100 dollari al barile nelle ultime settimane – ha già influenzato altri indicatori macroeconomici importanti.

Il costo della benzina è salito di circa un dollaro al gallone su scala nazionale da quando è scoppiato il conflitto. Le compagnie aeree statunitensi hanno iniziato a ridurre i voli a causa dei maggiori costi del carburante. Le preoccupazioni per l’inflazione hanno spinto i tassi sui mutui ai livelli più alti degli ultimi tre mesi, proprio poche settimane dopo che erano scesi sotto il 6% per la prima volta dal 2022.

Se la guerra si prolungherà o se i prezzi continueranno a salire, i danni probabilmente si aggraveranno, avvertono gli economisti. È forse anche per questo che la Casa Bianca ha insistito con forza sul fatto di non avere bisogno del petrolio mediorientale – e sta ricorrendo sempre più spesso alla forza militare per cercare di spezzare il blocco imposto dall’Iran.

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