Economia

Francia e Germania arrancano, gelata europea sicura? L’analisi di Polillo

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Germania

Che cosa mostrano i dati congiunturali odierni di Francia e Germania. La Germania ha spazi finanziari notevoli, per la salute dei loro conti pubblici e il forte attivo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti. L’analisi di Gianfranco P0liilo

 

Peggio del previsto. Non desta preoccupazione solo il continuo inasprimento delle condizioni climatiche. Da questo punto di vista ciò che sta avvenendo nelle principali economie europee è altrettanto allarmante. E non si parla solo dell’Italia, alle prese con i pericoli individuati da Larry Summers. Quella “stagnazione secolare” che da tempo bussa alle porte del Bel Paese. Ultimo tra gli ultimi, come certificato dall’Ocse, in un arco temporale che va dal 1995 ai giorni nostri. In progressivo peggioramento. Al punto che l’Italia non si può più confrontare con la Germania o con la Francia, ma con il Brasile e l’Argentina. Anzi solo con quest’ultimo, considerato che, nel 2020, anche il Paese dei carioca avrà un tasso di crescita superiore a quello italiano: 1,7 per cento, contro lo 0,4. Una prospettiva che dovrebbe far riflettere tutte le élite italiane (non solo i politici) nel momento in cui il governo si appresta a varare una legge di bilancio in cui la redistribuzione delle scarse risorse disponibili sembra contare più della possibile ripresa produttiva.

Ripresa che gli ultimi dati sulla congiuntura tedesca e francese rendono ancora più incerta. Nelle proiezioni degli istituti internazionali quel poco di sviluppo, ancora possibile, dipende, in Italia, esclusivamente dalla componente “esportazioni”. Che quest’anno sono cresciute ad un ritmo maggiore (circa 1 punto percentuale) rispetto alle dinamiche del commercio internazionale. Nonostante ciò la sua crescita è stata pari a zero. Ma se frena la Francia e frena la Germania, da cui dipende gran parte di quelle vendite, l’ulteriore gelata diventa quasi inevitabile. E’ stato, recentemente, lo stesso presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a sottolineare quanto delicati siano quei rapporti. L’import-export di alcune regioni del nord – soprattutto Veneto e Lombardia – nei confronti dei partner tedeschi è superiore all’interscambio tra Berlino, il Giappone ed il Brasile.

Si comprende pertanto l’attenzione che gli analisti ripongono sull’evoluzione congiunturale di quei Paesi. Ne scrutano l’orizzonte più ravvicinato. Ne osservano i più piccoli segnali che possono essere forieri di possibili cambiamenti nel breve e nel medio periodo. Ed a settembre le brutte notizie. L’indice Pmi manifattura della Germania (che misura le risposte dei direttori degli acquisti delle aziende), è sceso a 41,44 contro il 43,5 di agosto a fronte di una stima degli analisti consultati da Bloomberg di 44. La soglia di 50 è lo spartiacque fra miglioramento e peggioramento. Si tratta del ribasso più forte dal giugno 2009 ed è il nono mese consecutivo di cali. Stessa musica in Francia. Sempre a settembre, l’indice Markit Pmi, che misura le risposte dei direttori degli acquisti delle aziende, è sceso da 52,9 a 51,3, al di sotto delle attese degli analisti a seguito del rallentamento più marcato nel settore servizi. Insomma: bufera.

Le ragioni di questo stop improvviso, rispetto alle attese, hanno un comune denominatore, ma anche differenze profonde. La base comune è data dalla crisi del manifatturiero. Soprattutto nel comparto dell’automobile. Alla sua origine il freno esercitato da una domanda interna che non cresce a ritmi soddisfacenti. Le preoccupazioni più volte espresse anche dalla Commissione europea, nel suo Alert Mechanism. Le famiglie mantengono un atteggiamento di estrema prudenza. A salari troppo bassi, rispetto al potenziale produttivo esistente, si sommano le crescenti incertezze legate alla situazione internazionale. A partire da quei venti di tipo protezionistico che gelano le attese. Il mercato risulta così imballato. Mario Draghi, con il suo quantitative easing ha fatto di tutto per rivitalizzarlo. Ma quegli interessi, seppure estremamente contenuti, non hanno attivato il meccanismo degli investimenti. Il cavallo, come si diceva una volta, sembra restio ad abbeverarsi nel grande fiume della liquidità.

Del resto come dar torto agli investitori? La capacità produttiva delle aziende, salvo eccezioni, è sottoutilizzata. Si può tentare qualcosa per abbattere ulteriormente i costi di produzioni, procedendo ai necessari rinnovi degli impianti. Ma queste scelte, con ogni probabilità, avrebbero l’effetto di far crescere ulteriormente i livelli di disoccupazione e, quindi, contribuire ad un’ulteriore caduta della domanda interna. Ci sono poi da considerare gli effetti collaterali della politica monetaria della Bce. Favorisce, almeno in teoria, gli investimenti. Ma deprime il conto economico delle banche: pronte a prestare denaro alle aziende con prospettive di sviluppo, ma chiuse come ostriche di fronte al rischio, dovendo salvaguardare il più possibile il proprio patrimonio. Le famiglie, a loro volta (quelle che possono) non godono più della piccola rendita rappresentata dagli interessi sui loro attivi finanziari. Salvo affidarsi a broker, le cui commissioni, tuttavia, alla fine risultano quasi predatorie. E quindi il cerchio si chiude nel ristagno.

Alcuni Paesi, come la Germania, ma non la Francia, che hanno spazi finanziari notevoli, visto la salute dei loro conti pubblici ed il forte attivo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, dovrebbero trasformarsi in altrettante “locomotive”. Ma le resistenze politiche e culturali sono quelle che sono. Beggar-thy-neighbor: si diceva una volta (peggio per il tuo vicino). A quanto pare la vecchia lezione della crisi degli anni ’30 non è stata metabolizzata. Cosa che, nel suo piccolo, vale anche per l’Italia: abbiamo tanto debito. E’ vero. Ma anche un forte attivo strutturale delle partite correnti della bilancia dei pagamenti ed un tasso di disoccupazione insostenibile. Risorse non utilizzate che, in mancanza di serie riforme, soprattutto in campo fiscale, prendono la via dell’estero. Sarebbe il caso che Roberto Gualtieri, neo ministro dell’Economia, una notevole esperienza internazionale, soprattutto uno storico che dovrebbe conoscere i rapporti sotterranei tra Marx e Keynes, ci facesse un pensierino.

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