È il Messaggero a dare notizia della riunione tenutasi nei giorni scorsi tra governo (rappresentato da Cassa Depositi e Prestiti), il fondo americano Kkr e gli altri soggetti coinvolti nel dossier FiberCop-Open Fiber. Secondo il quotidiano romano, al tavolo erano presenti Unicredit, Bnp Paribas, Banca Imi, Banco Bpm e Mps, in qualità di finanziatori del maxi-prestito da 7,1 miliardi sottoscritto a febbraio 2022, oggi al centro di una complessa ristrutturazione.
In quella sede Kkr avrebbe posto condizioni molto chiare per procedere verso l’integrazione tra le due principali reti in fibra del paese. Il fondo subordina il via libera alla fusione a un semaforo verde preliminare della Commissione europea e a una ricapitalizzazione di Open Fiber, controllata da Cdp (60%). Non si tratta di dettagli tecnici, ma di snodi decisivi: il primo riguarda il rischio di un intervento Ue in materia di concorrenza e aiuti di Stato, il secondo la sostenibilità finanziaria dell’operazione.
La richiesta di Kkr si inserisce in un quadro già delicato. FiberCop, nata dallo scorporo della rete Tim, è stata acquisita nel 2024 per 19 miliardi di euro. Kkr è oggi primo azionista con il 37,8%, affiancato dal Mef al 16%, da Canada Cpp Investments e Adia al 17,5% ciascuno e da F2i all’11,2%. L’operazione ha consentito a Tim di ridurre il debito per circa 14 miliardi e prevede un earn-out fino a 2,5 miliardi legato alle sinergie industriali nel caso in cui l’integrazione con Open Fiber si realizzi entro il 2026.
FiberCop nel primo semestre 2025 ha registrato ricavi per 1,8 miliardi e un Ebitda superiore al miliardo, con outlook migliorato da S&P. Numeri che spiegano perché il fondo americano voglia evitare qualsiasi operazione che possa incidere sul rating o rallentare la piena messa a regime dell’asset.
AREE BIANCHE, GRIGIE E NERE: IL CUORE DEL CONFRONTO
Il nodo centrale della trattativa riguarda il perimetro delle aree in cui operano le due società e il diverso regime regolatorio.
Le aree bianche sono quelle a fallimento di mercato, dove non sono previsti investimenti privati e dove lo Stato interviene con fondi pubblici. È qui che si inserisce il Piano banda ultralarga avviato nel 2015 e attuato da Open Fiber come concessionario di Infratel. Le aree grigie, invece, sono quelle in cui è presente un solo operatore e dove il Pnrr – con circa 3,5 miliardi – finanzia il Piano 1 Giga per 3,4 milioni di unità immobiliari. Le aree nere sono infine quelle più redditizie, dove operano almeno due operatori privati e dove la concorrenza è pienamente dispiegata.
E proprio sulle aree grigie e nere si gioca una parte decisiva della partita. Open Fiber è principale aggiudicataria dei bandi Infratel per le aree bianche e si è aggiudicata 2,2 milioni di civici nel Piano 1 Giga, ma ha incontrato difficoltà su circa 700mila numeri civici, con il rischio di non rispettare i target europei entro il 2026.
FiberCop si era proposta di subentrare su quei civici, ma il governo – su sollecitazione della stessa Open Fiber – avrebbe stralciato dal Pnrr le unità rimaste scoperte. Una scelta che Kkr avrebbe letto come un’alterazione dell’equilibrio competitivo, anche perché nelle aree nere, più redditizie, un’eventuale cessione di civici potrebbe ridurre il valore industriale di Open Fiber prima della fusione.
In altre parole, il tema non è solo completare la copertura, ma stabilire chi presidia le aree più profittevoli e con quali regole.
IL FRONTE EUROPEO E IL CONTENZIOSO
Peraltro, è ancora aperto un contenzioso a Bruxelles: la società della rete di Kkr ha portato all’attenzione della Commissione Ue circostanze che ritiene necessitino di una valutazione sotto il profilo della concorrenza. La denuncia riguarda misure adottate tra il 2024 e il 2025 a favore di Open Fiber, con un valore stimato che potrebbe arrivare fino a 4,5 miliardi.
La Commissione ha avviato un esame e chiesto chiarimenti all’Italia. È in questo contesto che si inserisce la richiesta di un via libera preliminare Ue prima di procedere alla fusione. Senza una cornice regolatoria definita, per Kkr l’operazione comporterebbe un rischio eccessivo.
I CONTI DI OPEN FIBER E LA QUESTIONE FINANZIARIA
Sul piano finanziario, la differenza tra le due società resta marcata. Open Fiber ha chiuso il 2025 con ricavi cash di 843 milioni, destinati a salire a 1.083 milioni nel 2026 e fino a 1.936 milioni nel 2029 secondo le proiezioni riportate dal Messaggero. Numeri in crescita, ma ancora legati alla piena realizzazione dei piani pubblici e alla stabilizzazione della base clienti.
Nel frattempo la Corte dei conti, come riferito da Startmag, ha certificato lo slittamento del Piano banda ultralarga nelle aree bianche all’ultimo quadrimestre del 2026. Su 8,3 milioni di unità immobiliari previste, a fine ottobre 2025 risultava coperto il 77% delle unità Ftth e il 61% di quelle Fwa, mentre le sedi Pa sono al 99,8%. Solo il 2% delle penali è stato incassato e oltre la metà è oggetto di contenzioso. Un quadro che incide inevitabilmente sulla valutazione complessiva dell’asset.
ANTITRUST E NUOVI EQUILIBRI
A rendere ancora più complessa la cornice intervengono i rimedi imposti dall’Antitrust sul Master service agreement tra FiberCop e Tim, come riportato da MF. La durata delle esclusive varia tra 10 e 14 anni in base alle aree, con obblighi di volumi e sconti per i concorrenti. Nelle aree finanziate con fondi pubblici l’esclusiva è più breve, mentre altrove Tim deve garantire volumi per sei anni.
Anche questo elemento pesa nella valutazione della fusione: le regole cambiano a seconda che si operi in aree bianche, grigie o nere, con effetti diretti sui flussi di cassa prospettici.
UNA FUSIONE POSSIBILE, MA A CONDIZIONI NUOVE
La riunione raccontata dal Messaggero non ha segnato una rottura, ma ha chiarito che la fusione non potrà essere una semplice somma di reti. Kkr chiede garanzie regolatorie e un rafforzamento patrimoniale di Open Fiber per evitare che l’integrazione comprometta il rating e il piano industriale di FiberCop.
In gioco non c’è soltanto un’operazione societaria, ma la struttura futura della rete italiana: chi controllerà le aree più redditizie, come saranno gestiti i fondi pubblici nelle aree a fallimento di mercato e quale sarà il ruolo dello Stato in un’infrastruttura strategica.




