Economia

Vi racconto come è cambiata la Fiat con Sergio Marchionne in Fca

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Il commento di Giuseppe Turani, direttore di Uomini&Business, già firma di punta in economia e finanza di Repubblica ed Espresso, sugli anni di Marchionne in Fca

Si può usare la tragica vicenda di Marchionne per ragionare su l’Italia nella quale ci troviamo? Su un uomo, figlio di un carabiniere emigrato in Canada, che si prende tre lauree, che non ha santi in paradiso e che diventa un manager di livello mondiale, che convince Obama a cedergli la terza industria automobilistica americana e a prestargli i soldi per comprarla? Su un uomo, capo di un’azienda italiana fallita, che riesce a salvare sia la Fiat che la Chrysler?

Il comico genovese dice che lo Stato dovrebbe passarci uno stipendio per non fare niente: solo così riusciremo a liberare i tanti Leonardo Da Vinci che sonnecchiano nei nostri concittadini. Sergio Marchionne non ne ha avuto bisogno. Si è liberato da solo, con tre lauree e tantissimo lavoro. Si dice che abbia insegnato la globalizzazione all’Italia: in realtà era lui stesso il prodotto della globalizzazione: abruzzese, di modesta famiglia, mezzo americano e mezzo svizzero.

Adesso gli esperti di sinistra, i professori di scienze inutili, stanno a contare gli addetti Fiat prima e dopo e constatano che sono molto diminuiti: e quindi bocciano Marchionne.

Se a qualcuno può interessare, sono in grado di confermare. Ho visitato in lungo e in largo Mirafiori all’inizio degli anni Ottanta, la Mirafiori (come si diceva allora) “cuore e culla del movimento operaio italiano”: 60 mila operai, tutti sotto i capannoni torinesi. Ricordo che mi colpirono i pavimenti di legno degli stabilimenti, mi sembrava un lusso: mi fu spiegato che era per via del rumore, migliaia di operai sotto lo stesso capannone, un rumore infernale ogni volta che a uno cade una chiave inglese, con il legno il fracasso era un po’ attenuato, sopportabile.

Ricordo un operaio alla catena di montaggio che nella sua postazione aveva un piccolo organetto elettronico: suono, mi disse, così passo il tempo e non sento la fabbrica. E ricordo anche i ragazzi, tutti giovani, del reparto verniciatura, chiamati con nomi evocativi (Vietnam, Corea, Saigon): posti così tremendi che la stessa direzione aziendale aveva stabilito che dopo due anni passati lì, ma più uno, per tutta la vita, non ci sarebbe mai più tornato.

Ho camminato di nuovo qualche anno fa lungo i capannoni di Mirafiori e mi è sembrato che non ci fosse più nessuno. Pochi operai, nessuna fretta, molti “esterni”, di altre aziende che completavano certe lavorazioni. La sensazione era che il lavoro fosse stato smistato fuori, quindi non so se le statistiche che si citano in questi giorni abbiano un senso: forse bisognerebbe tenere conto di tutto l’indotto mosso dall’auto di Torino.

Può essere un segno dei tempi che, allora, qualche anno fa, il capo di Mirafiori fosse un ingegnere donna, dolce e rispettata dai suoi operai.

Ma il mio primo contatto con Mirafiori e la Fiat risale a molti anni prima, cioè alla crisi petrolifera, autunno 1973, quando si pensava che l’Avvocato si fosse suicidato (ma non era vero naturalmente) e che l’era dell’auto fosse ormai finita (ricordate le domeniche a piedi?). Ebbene, ero andato a Torino dal mio amico Ruggero Cominotti, allora capo della Soris, per cercare di capire che cosa stavamo perdendo. Passammo una giornata intera a fare conti, un po’ a spanne certo, ma alla fine il numero era sempre quello intorto all’auto, a quelle maledette automobili (che sembravano finite in quei giorni) giravano non meno di due milioni di persone (dall’elettrauto al benzinaio, più quelli sotto i capannoni Fiat). E questo spiega il pesante impatto della casa torinese sulla politica e l’economia italiana.

Adesso va di moda dire che, però, la Fiat ha licenziato, ha maltrattato gli operai, ha aperto e chiuso stabilimenti. Tutto vero, ma questi elencatori di nefandezze Fiat voglio ricordare che la casa torinese non è nata durante un ciclo di seminari delle Dame di San Vincenzo. E’ nata da intuizioni, imbrogli, truffe, dalla lotta di classe (un tempo si diceva così, ricordate?). Non a caso il suo primo ostacolo, serio, molto serio, è stata una denuncia contro il fondatore, accusato dai suoi soci (nobili torinesi) di averli derubati.

Per difenderlo, l’allora ministro della giustizia del governo italiano si dimise dal suo incarico (non c’erano i grillini, per fortuna) e andò a rappresentarlo in tribunale. Agnelli fu assolto, che se aveva torto, ma davanti alla storia aveva ragione lui: i suoi soci volevano fare auto per divertirsi nelle corse in salita alla domenica e raccontare poi le loro imprese seduti ai tavolini dei bari di piazza San Carlo. Lui, invece, era stato in America da Henry Ford e voleva fare la Fiat, un colosso che segnasse tutta la società italiana.

Per questo, qualunque cosa dicano, non fu mai convintamente fascista: gli piacevano le società ordinate, socialdemocratiche, pacifiche, in cui le famiglie, serene, si indebitavano per comprare le sue auto. Quando arrivò l’obbligo della camicia nera, sembra che abbia detto alla moglie prendine una bianca e falla colorare, poi la laveremo. Una leggenda? Forse.

Così come, molti anni dopo, il suo successore, Vittorio Valletta, viene sequestrato, alla Liberazione, dai partigiani-operai in rivolta, incerti se fucilarlo sul posto immediatamente o se fargli prima veloce processo, giusto per la forma.

Il processo si farà, anni dopo, a Venezia, ma contro quei partigiani-operai per sequestro di persona. A scagionarli arriva proprio la vittima, il professor Valletta: “Ma quale sequestro, eravamo in armi per difendere i nostri impianti, io e i miei operai”.

Nei mesi successi molti di quei protagonisti saranno licenziati, altri promossi.

L’intera storia Fiat è fatta di errori di eccessi, di scontri anche feroci, di compromessi con il potere politico, di impianti che dovevano essere chiusi, ma che non lo sono stati per le pressioni dei politici locali e i soldi dello Stato.

All’inizio degli anni Novanta, quando sembrava che non ci fosse più alcun futuro per la Fiat, vado a prendere un caffè con l’Avvocato alla Fondazione Agnelli e lui si confida: “Se dovesse finire tutto adesso, il matrimonio fra la Fiat e Torino sarebbe durato cento anni. Cento anni mi sembra una buona durata per un matrimonio”.

Poi, anche grazie a molta fortuna, arriva Marchionne, i due fratelli Agnelli sono già scomparsi, e la Fiat rinasce dalle sue ceneri. Oggi è una multinazionale vera e con i conti a posto. Senza Marchionne non avremmo avuto solo qualche operaio in meno, ma il nulla. A Detroit e a Mirafiori si coltiverebbero fiori.

Certo, la Fiat non è più quella di una volta (60 mila persone sotto gli stessi capannoni. Ma niente è più quello di una volta. L’iPhone lo fanno in Cina e non in California. E i nostri jeans arrivano da chissà dove.

Persino la classe operaia, cari amici del Manifesto, non è più quella di una volta: a leggere i vostri pensieri (spesso sbagliati) siamo rimasti in quattro radical-chic, gli operai non vi leggono e votano Lega e Cinque stelle, che le fabbriche le vogliono distruggere.

Tutto cambia, facciamocene una ragione.

(Estratto di un articolo di Uomini&Business)

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