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Euro digitale, chi e come in Europa vuole fare la guerra a Visa e Mastercard

Ecco gli istituti di credito e i banchieri centrali che puntano a soluzioni extra Usa nelle transazioni digitali. Fatti, numeri e approfondimenti

 

La sovranità passa anche dal Pos. Da anni a Francoforte e a Bruxelles si discute di euro digitale, autonomia strategica e riduzione della dipendenza dai circuiti di pagamento extra-Ue. Ma la riunione convocata oggi a Londra tra i vertici delle principali banche britanniche per studiare un’alternativa nazionale a Visa e Mastercard dà la misura di quanto la questione sia ormai diventata urgente e politica, oltre che tecnica.

A rivelare l’incontro è stato il Guardian il 16 febbraio: al tavolo siederanno Barclays, Lloyds, NatWest, Santander, Nationwide e altri big della City, con il sostegno del Tesoro e della Bank of England. Sullo sfondo, i timori legati alla presidenza Trump e alla possibilità che sistemi di pagamento controllati da società statunitensi possano trasformarsi, in uno scenario di tensione geopolitica, in uno strumento di pressione.

Circa il 95% delle transazioni con carta nel Regno Unito viene processato da Visa e Mastercard, secondo un rapporto del 2025 del Payment Systems Regulator. “Se Mastercard e Visa venissero disattivate, ciò ci riporterebbe agli anni Cinquanta”, ha detto al quotidiano britannico un top manager. “È evidente che ci serva un sistema di pagamenti sovrano”.

L’Independent ha confermato che all’incontro – presieduto dal ceo di Barclays Uk Vim Maru – parteciperanno Lloyds, NatWest, Santander, Nationwide e altri operatori, con il sostegno del Tesoro e della Bank of England. L’obiettivo è sviluppare, entro il 2030, una nuova infrastruttura, nota come DeliveryCo, finanziata dalla City ma con regia pubblica.

Il tema non è solo simbolico. In Russia, dove Visa e Mastercard coprivano il 60% dei pagamenti, le sanzioni americane che ne hanno imposto lo stop hanno lasciato «i comuni cittadini senza accesso ai fondi”, ricorda il Guardian. Un precedente che ha acceso i riflettori anche a Westminster.

La vicegovernatrice della Bank of England, Sarah Breeden, ha parlato della necessità di un “ulteriore binario di pagamento” che possa garantire “maggiore resilienza nel panorama dei pagamenti britannico” in caso di interruzioni operative. Ufficialmente Londra non accusa Washington, ma il contesto pesa: le minacce su Groenlandia e Nato hanno accelerato un progetto che era in discussione da anni.

Non si tratta, almeno per ora, di una rottura con i colossi americani: Visa e Mastercard partecipano all’iniziativa. Ma il messaggio è chiaro: la dipendenza quasi totale da due reti extra-nazionali è percepita come un rischio sistemico.

LA VULNERABILITA’ DELL’EUROPA NELLE TRANSAZIONI DIGITALI

Se nel Regno Unito la quota di mercato dei circuiti Usa supera il 95%, nell’Eurozona la situazione non è molto diversa. Come ha ricordato un’inchiesta del Corriere della Sera rilanciata da Open, “due terzi dei pagamenti con carta nell’area euro passa da operatori stranieri”. È lo stesso dato ribadito in questi giorni da Piero Cipollone, membro del Comitato esecutivo della Bce: “Quasi due terzi delle transazioni con carta nell’area euro sono effettuate tramite società non europee” e “tredici paesi dipendono completamente da circuiti internazionali”.

Cipollone ha detto chiaro e tondo che si tratta di “vulnerabilità che non possiamo permetterci di ignorare”, sottolineando che “non esiste ancora una soluzione europea per i pagamenti online”. L’Italia, ha spiegato, “come il resto d’Europa, dipende in larga misura da gestori internazionali” e nel commercio elettronico – che rappresenta circa un quarto dei pagamenti giornalieri – i circuiti internazionali “continuano a dominare”.

Il rischio non è teorico. Anche il Financial Times ha lanciato l’allarme. Martina Weimert, ceo della European Payments Initiative, ha dichiarato che l’Europa deve ridurre la “urgentemente” la dipendenza da Visa e Mastercard: “Siamo altamente dipendenti da soluzioni internazionali, non abbiamo nulla di veramente transfrontaliero”. E ha aggiunto: “Se crediamo davvero che l’indipendenza sia cruciale”, allora “dobbiamo agire subito”.

Il tema si intreccia con la riflessione più ampia sull’autonomia strategica. In un recente intervento citato dal Ft, Mario Draghi ha avvertito che “l’integrazione profonda ha creato dipendenze di cui si può abusare quando non tutti i partner sono alleati”.

PERCHE’ LA BCE SPINGE PER L’EURO DIGITALE

La risposta della Bce si chiama euro digitale. E Cipollone, intervenendo il 18 e 19 febbraio tra Abi e Commissione parlamentare, ha chiarito l’impianto del progetto.

«L’euro digitale preserva la posizione centrale delle banche nel sistema dei pagamenti Ue”, ha detto, rassicurando il settore. Non solo: “Non cannibalizzerà i circuiti nazionali come Bancomat”. Anzi, grazie a massimali sulle commissioni, “i commercianti tenderanno a favorire i circuiti domestici”, e anzi “l’euro digitale protegge e rafforza i sistemi di pagamento nazionali”.

Il meccanismo è tecnico ma cruciale: il tetto alle commissioni sarà “inferiore a quello delle commissioni che oggi devono riconoscere ai circuiti più onerosi”, ma “superiore ai livelli delle commissioni delle reti nazionali”. In questo modo, secondo Cipollone, si evita di schiacciare le reti domestiche e si limita la rendita dei grandi operatori globali.

Il calendario è già tracciato: se il regolamento sarà adottato nel 2026, “potremmo avviare un esercizio pilota nella seconda parte del 2027” ed “emettere l’euro digitale nella metà del 2029”. Gli standard tecnici, però, entreranno in vigore prima. “Gli effetti di anticipazione sono potentissimi”, ha spiegato.

L’infrastruttura è stata paragonata a “una rete ferroviaria pubblica”: i binari sono pubblici, ma le imprese private possono corrervi sopra con i propri servizi. L’obiettivo è creare una base europea comune su cui costruire soluzioni competitive, riducendo la dipendenza dai duopolisti americani.

Non è solo una questione di commissioni. “Con l’euro digitale questi piccoli commercianti pagherebbero circa la metà di quello che pagano oggi”, ha detto Cipollone, parlando di costi fino a quattro volte superiori per i piccoli rispetto ai grandi esercenti. E i pagamenti sarebbero istantanei, anche offline.

IL NODO POLITICO: DEBITO COMUNE E SOVRANITA’

La partita sui pagamenti si inserisce in una riflessione più ampia sulla sovranità economica europea. In un documento preparato per l’Eurogruppo e visionato da Reuters, la Commissione europea sostiene che, “di fronte al rischio di una sempre maggiore weaponisation del sistema monetario e finanziario internazionale”, l’Ue deve rafforzare la propria sicurezza economica. Tra le misure indicate: più debito comune, unione dei mercati dei capitali, strumenti digitali in euro, stablecoin denominate in euro e – esplicitamente – “creare un proprio sistema di pagamenti per diventare indipendente da Visa e Mastercard”.

Anche Emmanuel Macron, in un’intervista al Sole 24 Ore, ha detto che “è giunto il momento del risveglio europeo” e che è necessario uscire da “uno stato di minoranza geopolitica”. Tra le priorità: investire in difesa, tecnologia e intelligenza artificiale, ma anche rafforzare l’autonomia finanziaria. “Nei servizi di pagamento non possiamo dipendere da Visa e Mastercard”.

QUALE SARA’ LA POSIZIONE DEI PAESI EUROPEI CHE NON FANNO PARTE DELL’EUROZONA?

Il nodo, d’altro canto, non riguarda solo tecnologia e commissioni, ma la tenuta politica dell’integrazione. Come ha scritto Giuseppe Sarcina sul Corriere della Sera, “la Banca centrale europea si prepara a lanciare nel 2029 l’euro digitale, che dovrebbe fare concorrenza ai circuiti di pagamento americani, come Visa e Mastercard. Ma come si comporteranno Polonia, Svezia, Danimarca, Romania, Repubblica Ceca, Ungheria, vale a dire le nazioni che non fanno parte dell’eurozona?”. La domanda è tutt’altro che secondaria. Perché se la sovranità monetaria e dei pagamenti diventa uno strumento di autonomia strategica, allora la coesione dell’eurozona – e il rapporto con i paesi Ue che ne restano fuori – torna al centro del dibattito politico europeo.

La dimensione monetaria è centrale: il dollaro rappresenta circa il 60% delle riserve valutarie mondiali, contro il 20% dell’euro. Più del 90% del mercato delle stablecoin è denominato in dollari. Senza un rafforzamento dell’offerta finanziaria in euro, il rischio è che capitali e dati continuino a fluire verso gli Stati Uniti.

In questo scenario, anche la leadership della Bce è osservata speciale. In questi giorni si riconcorrono voci su un addio anticipato di Christine Lagarde, benché Cipollone abbia dichiarato che “gli ultimi interventi pubblici non fanno presagire” dimissioni. Tuttavia, il solo fatto che si discuta di successione alimenta il fermento attorno alle scelte strategiche dell’Eurotower, inclusa la moneta digitale.

LE DIFFERENZE DI APPROCCIO IN EUROPA

La differenza tra Londra e Bruxelles è di approccio. Il Regno Unito punta a un’infrastruttura nazionale, pragmatica, con un orizzonte 2030 e senza rotture frontali con Visa e Mastercard. L’Unione europea, invece, intreccia la questione dei pagamenti con la costruzione di un mercato dei capitali integrato, l’emissione di debito comune e l’ambizione di rafforzare il ruolo internazionale dell’euro.

Ma il punto di partenza è lo stesso: la constatazione che i pagamenti, oggi, sono una leva geopolitica. “La sovranità dell’Europa è nei pagamenti al dettaglio”, ha detto Cipollone.

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