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Euro digitale, perché Fratelli d’Italia e M5s strapazzano le americane Visa e Mastercard

Da Bruxelles emerge una convergenza trasversale tra i partiti (anche italiani): tra pagamenti, stablecoin e sovranità monetaria, l’obiettivo è ridurre la dipendenza dai circuiti Usa

C’è un “rischio di dollarizzazione del mondo e dell’Unione europea”. A lanciare l’allarme è Giovanni Crosetto, eurodeputato di Fratelli d’Italia e nipote del ministro Guido Crosetto, intervenuto ieri al Parlamento europeo durante il convegno “L’euro digitale: una scelta politica e strategica per l’Ue”, organizzato dall’Associazione bancaria italiana. Un passaggio che segna bene il cambio di paradigma: l’euro digitale non è più materia per tecnici e banchieri centrali, ma terreno di confronto politico, industriale e geopolitico.

LA SPINTA GEOPOLITICA (E L’EFFETTO TRUMP)

Se fino a pochi mesi fa il dossier procedeva a rilento, frenato da divisioni politiche e resistenze del settore bancario, oggi il quadro è mutato. E non poco. A fare da acceleratore è stato anche il contesto internazionale e in particolare il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, con una strategia apertamente favorevole alle stablecoin in dollari e ostile alle valute digitali pubbliche.

I due temi si intrecciano: la dipendenza dai circuiti privati e l’ascesa delle stablecoin in dollari, che rischiano di spingere ancora più in là l’egemonia americana nei pagamenti.

Il risultato è un rischio sistemico: non solo tecnologico o finanziario, ma geopolitico.

IL VERO PROBLEMA: LA PRIVATIZZAZIONE DEI PAGAMENTI

Prima ancora delle criptovalute, però, il nodo è quello dei pagamenti quotidiani. “La privatizzazione dei pagamenti digitali”, afferma Crosetto. “Due terzi dei nostri pagamenti sono fatti tramite carte di credito” e questi servizi sono “forniti per la stragrande maggioranza da provider americani”.

Il dato è confermato da più fonti: nell’Eurozona circa due terzi delle transazioni con carta passano da operatori non europei e in 13 paesi la dipendenza è totale. Non si tratta solo di un problema economico, ma di controllo dell’infrastruttura.

IL CONVEGNO DELL’ABI E LA CONVERGENZA ITALIANA (QUASI TOTALE)

Il convegno organizzato dall’Abi a Bruxelles scatta la fotografia di questo cambio di fase. Nella sala dell’Europarlamento si sono ritrovati rappresentanti della Bce, della Banca d’Italia, della Commissione europea, dell’Abi e delle principali famiglie politiche europee.

Ma il dato più rilevante è politico: la presenza di quasi tutti i partiti italiani, dalla destra alla sinistra. Movimento 5 stelle, Partito democratico, Forza Italia, Fratelli d’Italia, Azione, AVS. Tutti sulla stessa linea.

Tutti, tranne la Lega. Un’assenza che appare tutt’altro che marginale e che potrebbe aprire una questione politica anche all’interno della maggioranza.

Nel mosaico che si sta componendo a Bruxelles, i ruoli non sono identici ma la direzione è comune. Crosetto, membro della commissione Econ, porta la posizione dei Conservatori europei dentro il cuore del negoziato. C’è poi il ruolo di Pasquale Tridico: l’ex presidente dell’Inps, oggi capodelegazione del M5S, è relatore ombra sul dossier.

Quando Tridico parla di euro digitale come “rafforzamento della strategia autonoma dell’Ue” e come strumento per “opporsi al dominio di Visa e Mastercard”, lo fa quindi non solo da osservatore ma da protagonista del processo legislativo.

Le stesse argomentazioni tornano, con sfumature diverse, anche negli interventi del centrodestra. Marco Falcone, eurodeputato di Forza Italia, parla dell’euro digitale come della “moneta del futuro europeo”, capace di rafforzare la sovranità monetaria e al tempo stesso di generare benefici concreti: “abbattimento dei costi” e maggiore facilità nei pagamenti.

La convergenza si costruisce proprio su questo doppio binario: autonomia strategica e vantaggi economici. Due dimensioni che, nel dibattito europeo, stanno sempre più andando di pari passo.

LA CONVERGENZA EUROPEA

Non è un caso che anche il relatore del provvedimento, lo spagnolo Fernando Navarrete (Ppe), abbia parlato apertamente di un clima cambiato. Secondo Navarrete, infatti, “tra i vari gruppi politici sta emergendo una convergenza sugli elementi centrali” dell’euro digitale, in particolare sul ruolo dei fornitori di servizi e sull’architettura dei pagamenti.

Il punto, ormai, è un altro. “La domanda non è più se fare o non fare l’euro digitale, ma come farlo e come farlo bene”, ha detto Tridico, sintetizzando il cambio di fase del dossier.

BCE, BANKITALIA E ABI: CHI SONO E COSA DICONO

Il fronte tecnico-istituzionale si muove in modo altrettanto compatto, pur con alcune cautele, come emerge da un resoconto del Sole 24 ore.

Alessandro Giovannini, economista della Banca centrale europea coinvolto nel programma sull’euro digitale, ha riportato il discorso su un piano molto concreto: la possibilità di scegliere come pagare. In un contesto in cui “due terzi delle transazioni dipendono da soli due attori”, ha spiegato, il rischio è che questa libertà si riduca progressivamente. L’euro digitale servirebbe proprio a “preservare la libertà di scelta” nei metodi di pagamento.

Dal lato italiano, Marco Pieroni, responsabile dell’unità euro digitale della Banca d’Italia e figura chiave nel coordinamento del progetto a livello nazionale ed europeo, ha sottolineato il ruolo industriale dell’Italia. Non solo partecipazione allo sviluppo della piattaforma, ma anche infrastruttura: se il progetto sarà approvato, “in Italia ci saranno tre data center dedicati”.

Più articolata la posizione dell’Associazione bancaria italiana. Rita Camporeale, responsabile dei sistemi di pagamento dell’Abi, invita a evitare effetti indesiderati. Da un lato, ha ricordato, “il denaro privato non può risolvere le questioni di sovranità”, dall’altro bisogna evitare che il nuovo sistema “crei una nuova dipendenza da attori extra-Ue”, magari attraverso piattaforme globali capaci di distribuire i portafogli digitali.

In questa prospettiva, la stessa Camporeale ha anche suggerito la necessità di “un’ancora legale” che consenta alle banche di partecipare in libertà al test pilota previsto dalla Bce, chiarendo il perimetro operativo del loro coinvolgimento.

COMMISSIONI, COSTI E MODELLO ECONOMICO

Se la convergenza politica è ormai ampia, il terreno più delicato resta quello economico. Il vero scontro riguarda le commissioni.

Oggi i pagamenti elettronici comportano costi fino all’1,3% per le carte di credito, con un impatto rilevante su imprese e commercianti. Solo la ristorazione italiana sostiene costi stimati tra i 500 e i 600 milioni di euro l’anno.

Non sorprende quindi che molte associazioni spingano per azzerare o ridurre drasticamente le commissioni con l’euro digitale, almeno nella fase iniziale. È su questo punto che si gioca la reale diffusione dello strumento.

LE RESISTENZE (E IL CASO TEDESCO)

Le resistenze, soprattutto nel Nord Europa, non sono del tutto scomparse. In Germania, le banche locali hanno contestato il progetto temendo costi di adeguamento fino a 30 miliardi di euro e una perdita significativa di depositi.

Il timore è quello di una disintermediazione bancaria e di una Bce trasformata in operatore diretto. Tuttavia, il compromesso europeo – con limiti di detenzione e un ruolo centrale per gli intermediari – sembra aver attenuato le tensioni.

IL CALENDARIO: VOTO, TRILOGO E FASE PILOTA

Sul piano legislativo, il calendario sembra ormai definito. Il voto in commissione Econ è atteso per il 23 giugno, con approvazione finale in plenaria a luglio. L’obiettivo è arrivare al trilogo – cioè il negoziato tra Parlamento europeo, Consiglio e Commissione –e chiudere il regolamento entro la fine dell’anno, come auspicato ieri da Kyriakos Pierrakakis, presidente dell’Eurogruppo.

Se questo avverrà, la Bce potrà avviare il programma pilota nella seconda metà del 2027. Una fase cruciale per testare l’infrastruttura prima di un possibile lancio tra il 2028 e il 2029.

EURO DIGITALE, OLTRE LA MONETA: DEBITO COMUNE, STABLECOIN E MERCATI DEI CAPITALI

Resta però una questione più profonda che attraversa tutto il dibattito europeo e che va ben oltre il perimetro tecnico della moneta digitale. Il punto è il debito comune, ma non solo: pesa anche l’assenza di un vero ecosistema finanziario europeo capace di sostenere il ruolo internazionale dell’euro.

Senza un titolo di debito pubblico europeo, è difficile anche solo immaginare una stablecoin europea credibile. Oggi oltre il 90% delle stablecoin è denominato in dollari e poggia su asset finanziari statunitensi. Non è un dettaglio tecnico, ma il riflesso della profondità dei mercati americani e del ruolo globale del dollaro, che vale circa il 60% delle riserve mondiali contro poco più del 20% dell’euro.

È qui che il discorso sull’euro digitale si intreccia con altri dossier: l’unione dei mercati dei capitali, la creazione di asset sicuri europei, il rafforzamento dell’offerta finanziaria in euro. Senza questi elementi, il rischio è che capitali, dati e infrastrutture continuino a gravitare attorno agli Stati Uniti.

Come evidenziato anche da Startmag, la partita dei pagamenti è solo la punta dell’iceberg. Sotto c’è una questione di autonomia strategica che riguarda l’intero sistema economico europeo. In questo quadro, l’euro digitale diventa uno strumento, non il fine.

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