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Elio, ecco come il blocco della Cina aggrava la crisi dell’Europa

Il blocco delle esportazioni di elio imposto dalla Cina sta aggravando la scarsità di questo gas essenziale per i microchip e apparecchiature mediche come gli scanner per risonanza magnetica, facendo salire i prezzi e minacciando le catene tecnologiche e sanitarie europee.

La fornitura di elio, un gas nobile essenziale per la fabbricazione di microchip all’avanguardia e per il funzionamento di apparecchiature mediche critiche come gli scanner per risonanza magnetica, sta vivendo una fase di preoccupante contrazione in Europa.

Il recente annuncio di Pechino di imporre severi controlli sulle esportazioni di questo prezioso sottoprodotto del gas naturale arriva in un momento già delicatissimo, segnato dalle conseguenze del conflitto in Medio Oriente che ha interrotto i flussi dal Golfo e da un più ampio scenario di tensioni geopolitiche.

Come sottolinea il Financial Times in un report che affronta il caso, non si tratta soltanto di una semplice riduzione delle quantità disponibili: è un intreccio complesso di sanzioni, rotte commerciali improvvisamente chiuse e priorità strategiche nazionali che rischia di creare effetti a catena su interi settori.

In questo contesto instabile, la Cina, pur non essendo un grande produttore diretto, assume un ruolo fondamentale come ponte di transito per i rifornimenti russi, rendendo la sua stretta particolarmente dolorosa per le economie europee.

Le radici della scarsità globale di elio

Il problema delle forniture di elio non è emerso all’improvviso, ma si è progressivamente aggravato negli ultimi mesi a causa di una serie di eventi concatenati.

Prima dello scoppio delle ostilità che hanno coinvolto Stati Uniti, Iran e Israele, il Qatar garantiva circa un terzo della produzione mondiale di elio. Oggi, però, impianti chiave come il grande complesso Ras Laffan di QatarEnergy, il più grande al mondo per il gas naturale liquefatto, hanno dovuto rallentare o fermare del tutto la produzione, lasciando un vuoto significativo sul mercato internazionale.

La Russia, che contribuisce per quasi il 10% alla produzione globale di elio, ha visto le sue esportazioni dirette verso l’Europa bloccate dalle sanzioni Ue già dal 2024, anche se l’Unione ha lasciato la porta socchiusa per evitare deficit strategici.

A peggiorare ulteriormente la situazione, a giugno un attacco ucraino ha colpito l’impianto di Orenburg, nel sud-ovest della Russia vicino al confine con il Kazakistan, danneggiando una struttura cruciale per la lavorazione del gas e l’estrazione di elio.

Mosca aveva già introdotto alcune restrizioni alle esportazioni ad aprile, senza però arrivare a un divieto completo.

In questo scenario di incertezza prolungata, le scorte accumulate prima della guerra si stanno esaurendo rapidamente. Di conseguenza, i prezzi sul mercato spot sono praticamente raddoppiati, mentre anche quelli dei contratti a lungo termine hanno iniziato una salita costante.

Il ruolo ambiguo della Cina

In questo quadro fragile si inserisce la decisione cinese, annunciata all’inizio del mese, che assume un peso particolare.

La Cina non è una grande produttrice di elio: al contrario, deve importarne la maggior parte per soddisfare le esigenze della propria industria e del sistema sanitario nazionale. Eppure, da tempo funge da importante condotto per i flussi russi destinati all’Europa.

Come ha osservato Seokjoon Kwon, professore alla Sungkyunkwan University di Seul, Pechino non è una fonte primaria ma piuttosto un intermediario strategico: chiudere questa via significa “stringere una valvola di riesportazione sulla quale l’Europa faceva forte affidamento”.

Le analisi della società di consulenza AKAP Energy confermano che, nonostante il conflitto in Medio Oriente, nei mesi tra marzo e maggio la Cina continuava a re-esportare in media circa il 16% delle sue importazioni di elio. Questi volumi erano addirittura cresciuti negli ultimi mesi proprio per aggirare le restrizioni dirette sulla Russia.

Il provvedimento di Pechino, arrivato mentre il fragile cessate-il-fuoco tra Stati Uniti e Iran mostrava evidenti segni di cedimento, appare quindi come un chiaro segnale che la Cina si sta preparando a gestire una fase di rinnovata scarsità delle risorse.

Impatti immediati sul mercato europeo

Le ripercussioni sul mercato europeo si fanno già sentire. Cliff Cain, commercial manager di Pulsar Helium, società quotata a Londra, descrive una situazione che è nettamente peggiorata negli ultimi mesi: le carenze stanno colpendo non solo i grandi utilizzatori tecnologici, ma anche comparti come l’aerospaziale e la saldatura industriale.

Pulsar Helium riceve continue richieste di informazioni e colloqui da parte di acquirenti sia pubblici che privati, provenienti non soltanto dall’Europa ma anche dagli Stati Uniti e dal Giappone.

Nick Lawson, executive chair di Ocean Wall, sottolinea che, con le scorte pre-conflitto ormai agli sgoccioli, “le prossime settimane riveleranno se la diversificazione dalle forniture qatariote è avvenuta con sufficiente rapidità da evitare impatti sulla produzione”.

Anche Sabina Ciofu di techUK, l’associazione britannica delle imprese tecnologiche, nota che i membri stanno attivamente cercando canali alternativi, ma avverte che vincoli prolungati potrebbero generare conseguenze più ampie su tutta la catena globale della tecnologia.

Dal canto suo, Ajit Manocha di SEMI, l’organizzazione internazionale dei semiconduttori, conferma che “il mercato si è chiaramente irrigidito”: le aziende devono confrontarsi con prezzi più elevati, assegnazioni più limitate e operazioni di approvvigionamento molto più complesse.

Differenze settoriali

Non tutti i settori sono esposti nella stessa misura. Gli analisti rilevano che la filiera dei semiconduttori, pur sotto pressione, sembra più attrezzata ad assorbire gli aumenti di costo rispetto al comparto sanitario, dove i margini sono spesso più ridotti.

Le quantità residue disponibili di elio vengono infatti canalizzate verso ambiti strategici, dalla tecnologia avanzata alla sanità, fino ai contratti governativi, mentre l’elettronica di consumo rischia di finire in fondo alla lista delle priorità.

Negli Stati Uniti la situazione appare più gestibile grazie a una produzione domestica consistente. Premier Inc, che gestisce gli approvvigionamenti per numerosi ospedali americani, ha rassicurato che l’elio di grado medicale rimane al primo posto nelle assegnazioni e che, al momento, non si registrano interruzioni operative né per gli scanner per risonanza magnetica né per altri prodotti a gas misti.

In Europa, invece, la maggiore dipendenza dalle importazioni rende il quadro decisamente più vulnerabile e fonte di preoccupazione.

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