Una regione “sospesa tra spinte espansive e fragilità strutturali” continua a crescere nonostante le tensioni globali: è questa la fotografia delineata dal rapporto sull’Europa centro-orientale pubblicato dal Wiiw, l’istituto economico austriaco specializzato negli studi dell’area orientale e sud-orientale del continente. Lo studio non contempla però le possibili conseguenze del nuovo conflitto nel Golfo Persico, che verranno analizzate e integrate in un futuro rapporto.
Le previsioni per 23 paesi indicano che, pur in un contesto internazionale reso incerto anche dalle turbolenze generate dalla politica commerciale di Donald Trump, gran parte delle economie dell’area mantiene una traiettoria positiva, mentre persistono criticità legate alla debolezza industriale tedesca, agli squilibri fiscali e alle tensioni geopolitiche.
Russia e Ucraina, coinvolte nel conflitto che coinvolge una parte di questa regione, continuano invece a confrontarsi con difficoltà economiche profonde, osservano i ricercatori viennesi, i quali però sottolineano come sia in questa fase la Russia a correre i pericoli maggiori dal punto di vista economico: l’economia basata sulla guerra si è inceppata, la crescita non c’è più.
CRESCITA TRA CAMBIAMENTI STRUTTURALI
Secondo il rapporto, negli Stati membri orientali dell’Unione europea è in atto una trasformazione del modello di sviluppo. Per anni “la dinamica economica è stata sostenuta soprattutto dai consumi delle famiglie, alimentati dal recupero del potere d’acquisto”; oggi questo impulso si attenua e “cresce l’importanza degli investimenti pubblici e privati”, scrivono gli economisti del Wiiw. Al tempo stesso “l’aumento del costo del lavoro ha ridotto la competitività manifatturiera orientata all’export, mettendo sotto pressione il ruolo della regione come piattaforma produttiva per le imprese occidentali”. Da qui l’esigenza di “puntare su innovazione e produttività” per preservare la crescita.
Un ulteriore elemento di sostegno deriva dall’espansione delle spese militari dei paesi Nato dell’area, che però produce benefici significativi solo se accompagnata da una maggiore produzione locale di sistemi e attrezzature.
Nel complesso, “per il 2026 si prevede un’espansione media del 2,6% nei membri Ue della regione, con una dinamica analoga nel 2027”. Il ritmo rimarrebbe quasi doppio rispetto a quello atteso per l’area euro. Tra i singoli paesi spicca la Polonia (e da tempo non è più una sorpresa), seguita da Lituania e Croazia, mentre l’Ungheria mostra segnali di recupero dopo la stagnazione recente. Anche i Balcani occidentali mantengono “una progressione sostenuta”, sebbene le stime sulla Serbia siano state riviste al ribasso a causa delle tensioni interne. In Turchia, osservano i ricercatori austriaci, la traiettoria appare solida.
RISCHI GLOBALI E SQUILIBRI FISCALI
Accanto ai fattori positivi emergono rischi significativi. Le restrizioni commerciali introdotte da Washington potrebbero ridurre indirettamente la domanda per l’industria dell’Europa centro-orientale, fortemente integrata con quella occidentale, spiegano gli studiosi del Wiiw. Anche l’incertezza che ormai accompagna qualsiasi iniziativa americana sui dazi è un fattore negativo. A ciò si sommano gli elevati disavanzi pubblici in alcuni paesi, che potrebbero tradursi in politiche di consolidamento con effetti frenanti sull’economia.
Un ulteriore elemento di disorientamento riguarda il conflitto in Ucraina: un’eventuale soluzione negoziale percepita come sfavorevole per Kiev potrebbe indebolire la fiducia degli investitori e aumentare l’instabilità regionale, scrivono i ricercatori del Wiiw.
UCRAINA E RUSSIA TRA CONFLITTO E STAGNAZIONE
I due paesi coinvolti nella guerra (l’aggressore russo e l’aggredito ucraino) condividono un presente amaro anche dal punto di vista economico. Le prospettive per l’Ucraina restano fragili. La distruzione di infrastrutture energetiche, la perdita di capacità produttiva e la carenza di manodopera pesano sull’attività economica, osservano gli studiosi viennesi, che stimano una crescita moderata nel 2026. L’andamento futuro “dipenderà in larga misura dalle garanzie di sicurezza occidentali e dalla capacità di attrarre capitali per la ricostruzione”: d’altronde, i precedenti storici “mostrano come la ripresa postbellica non sia automatica”.
Anche la Russia rimane in una fase di quasi stagnazione, con tassi di crescita contenuti. Tassi d’interesse elevati, investimenti limitati e prezzi energetici meno favorevoli frenano l’economia. La spinta iniziale dell’economia di guerra si è esaurita e ora anche per Mosca arrivano momenti difficili.
CRISI IRAN: IL RINCARO DEL GREGGIO PUÒ RIDARE FIATO A MOSCA
Per Mosca, l’impatto del conflitto in Iran potrebbe risultare superiore rispetto al resto dell’Europa orientale, specialmente per l’effetto del rincaro del greggio sulle esportazioni russe e sulle finanze statali, ormai allo stremo.
Un nuovo allentamento delle sanzioni, che si aggiungerebbe all’esenzione di trenta giorni già concessa dal governo statunitense per l’acquisto di petrolio e raffinati dalla Russia, cambierebbe lo scenario restituendo ossigeno all’economia del Cremlino. Tuttavia, una valutazione precisa dei nuovi effetti sarà possibile solo quando gli sviluppi in Medio Oriente saranno più definiti. Allo stato attuale – concludono gli analisti di Vienna – le proiezioni restano vincolate all’ipotesi della prosecuzione dell’aggressione di Mosca all’Ucraina.







