Di fronte alla necessità di un intervento pubblico per mitigare l’impatto della crisi dei prezzi energetici, da qualche giorno si moltiplicano gli appelli affinché la Commissione autorizzi una deroga generalizzata alle apparentemente ferree regole del Patto di Stabilità.
Queste sono le testuali parole pronunciate dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti venerdì 10 in occasione del question time al Senato:
«L’auspicio è che la crisi internazionale veda quanto prima la sua soluzione, ma se ciò non dovesse accadere, si dovrà porre seriamente il tema di una risposta unitaria europea, così come fu fatto per la pandemia, con misure eccezionali».
Solo pochi giorni prima, in conferenza stampa a Palazzo Chigi: «Se la guerra continua, inevitabile riflessione sul 3% del deficit». Sul punto, praticamente simili le parole della Premier Giorgia Meloni.
Qualche giorno fa, in occasione della visita al Vinitaly a Verona, la Meloni è tornata sull’argomento con ancora maggiore chiarezza: «Sospendere il Patto di stabilità potrebbe aiutare […] L’Europa non dovrebbe sottovalutare l’impatto che questa crisi potrà avere nei prossimi mesi […] Farebbe un enorme errore di valutazione se considerasse di muoversi troppo tardi […] La sospensione deve essere una misura generalizzata […] Stiamo ponendo una serie di questioni in Europa, anche di prendere in considerazione una sospensione del Patto di stabilità […] per il bene dell’Ue».
Premesso che, sul punto, la risposta di Bruxelles è stata che prima di autorizzare qualsiasi deroga, intende vedere scorrere il sangue della “recessione grave” per le strade, qui si intende evidenziare due fondamentali differenze rispetto a quanto accaduto nel triennio 2020-2021-2022, quando il rapporto deficit/Pil è stato pari rispettivamente a 9,4%, 8,9% e 8,1%.
In quegli anni i tassi sul debito pubblico erano molto più bassi rispetto ad oggi: il rendimento all’emissione del Btp decennale è stato del 1,28% nel 2020 e addirittura inferiore nel 2021, per poi risalire verso il 2% alla fine del 2022.
Questo perché la Bce in quel triennio ha regolarmente comprato sul mercato secondario ben più delle emissione nette di titoli del Tesoro. In altre parole, era la Bce a fare il mercato e il prezzo dei titoli, non solo assorbendo tutte le emissioni nette del Mef, ma strappando di mano agli investitori i titoli già in portafoglio.
Se oggi ci illudiamo che basti l’autorizzazione a superare la soglia convenzionale e contabile del 3% del deficit/PIL – peraltro priva di qualsiasi significato economico e finanziario – per rassicurare gli investitori, ci sbagliamo di grosso.
Nella situazione attuale, rovesciare sui mercati – indipendentemente dal fatto che l’emittente sia la Ue o i governi nazionali – qualche centinaio di miliardi di emissioni di titoli, pensando che tutto possa filare liscio e che gli investitori non chiedano un premio aggiuntivo per il rischio costituito dallo scenario almeno moderatamente inflazionistico, potrebbe portare ad un brusco rialzo dei rendimenti.
Nella settimana scorsa sono bastati pochi giorni di tensione per portare il rendimento del Btp decennale dal 3,30% a superare il 4%, peraltro in buona compagnia di tutti i titoli governativi europei.
Dovrebbe essere stata sufficiente come lezione, per comprendere che, anche se Bruxelles consentisse il superamento della soglia del 3% attivando la clausola di salvaguardia generale, gli investitori non si sentirebbero niente affatto rassicurati.
Sempre di nuovo debito si tratta e lo valuteranno e prezzeranno osservando i fondamentali dell’emittente e la sostenibilità. Non è affatto vero che, per il mero semaforo verde acceso da Bruxelles al superamento della soglia del 3%, tutti accorrano a comprare titoli pubblici. Non esiste debito buono e cattivo, solo perché è entro o oltre la soglia del Patto di Stabilità. E nessuno è così folle da rischiare l’acquisto di un titolo decennale emesso intorno al 3,50%, con questi chiari di luna inflazionistici in vista.
A meno che non scenda in campo la Bce e compri tutto il comprabile, anestetizzando di fatto il mercato. Ma siamo certi che Giorgetti sappia queste cose e che la prima e unica “risposta europea” a cui ha pensato è quella fatta di tre lettere (la prima è una B e l’ultima è una E). Tutto il resto è terreno minato su cui è meglio non spingersi.







