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Delfin, perché le francesi Bnp Paribas e Crédit Agricole coccolano Del Vecchio jr?

Accordo da 10 miliardi con i fratelli, quota al 37,5% e governance invariata. Il debito spinge sui dividendi e rafforza il ruolo di Unicredit, Bnp Paribas e Crédit Agricole, mentre la holding resta al centro del risiko bancario tra Mps, Generali e Piazza Gae Aulenti

Quattro anni dopo la morte di Leonardo Del Vecchio, la cassaforte di famiglia esce dal congelatore. L’accordo tra Leonardo Maria Del Vecchio e i fratelli Luca e Paola sblocca una partita rimasta incagliata tra veti incrociati, cause e diffidenze. Ma il riassetto non è solo una storia di successione: è un’operazione finanziaria da oltre 10 miliardi che ridefinisce i rapporti di forza dentro Delfin e, soprattutto, apre una nuova fase nei rapporti tra la holding, le banche e il sistema finanziario italiano.

LE QUOTE: DA OTTO SOCI UGUALI A UN AZIONISTA DOMINANTE (MA NON SOVRANO)

Il punto di caduta è chiaro: Leonardo Maria Del Vecchio rileva il 12,5% di Luca e il 12,5% di Paola, per un totale di 25%, e sale così al 37,5% della holding. Il prezzo complessivo dell’operazione si aggira sui 10 miliardi, cioè circa 5 miliardi a testa, con una valorizzazione implicita di Delfin intorno ai 40 miliardi, a fronte di un patrimonio che sfiora i 45 miliardi.

La geografia degli eredi cambia radicalmente. Si passa da otto soci tutti uguali al 12,5% a sei soci, con uno solo sopra soglia. Restano nel capitale Claudio e Marisa (figli della prima moglie Luciana Nervo), Clemente Del Vecchio (figlio della compagna Sabina Grossi), Nicoletta Zampillo (seconda e quarta moglie del fondatore) e Rocco Basilico, figlio di Zampillo e Paolo Basilico. Tutti al 12,5%. Solo Leonardo Maria rompe l’equilibrio.

È una “semplificazione”, come l’ha definita il presidente di Delfin nonché presidente e ad di Essilux Francesco Milleri, ma non una presa di potere. La governance resta quella disegnata dal fondatore: decisioni pesanti ancora legate a maggioranze robuste, centralità del consiglio, diffidenza verso fughe in avanti. Non a caso, il rafforzamento del 37,5% non consente di prendere decisioni in autonomia ma permette di incidere su scelte chiave, a partire dai dividendi.

IL PATRIMONIO: DENTRO DELFIN C’È UN PEZZO DI CAPITALISMO EUROPEO

Per capire la portata dell’operazione bisogna guardare dentro la cassaforte. Delfin controlla il 32,4% di EssilorLuxottica, asset intoccabile e cuore industriale del gruppo. Ma accanto a questo c’è un portafoglio finanziario sostanzioso: 17,5% di Mps, circa il 10% di Generali, il 2,7% di Unicredit, il 28,1% di Covivio.

Ai valori correnti, solo queste partecipazioni valgono circa 15 miliardi. Il patrimonio complessivo della holding è stimato tra 40 e 45 miliardi. A questo si aggiungono riserve accumulate negli anni tra i 5 e i 7 miliardi.

Non è solo una holding di famiglia. È uno snodo importante del capitalismo italiano ed europeo, con un’influenza diretta su banche, assicurazioni e industria.

I DIVIDENDI: DA FRENO A LEVA FINANZIARIA

Un punto di svolta dell’operazione non è la quota, ma la modifica dello statuto. Per anni Delfin ha distribuito al massimo il 10% degli utili. Una scelta coerente con una logica di accumulo e stabilità, ma che di fatto ha compresso i flussi verso gli azionisti.

Ora il tetto sale all’80% per tre anni. È questo il passaggio che rende possibile tutto il resto.

Nel 2026 la holding incasserà oltre 1,5 miliardi di dividendi: circa 600 milioni da Essilux, 455 milioni da Mps, 248 milioni da Generali, 128 milioni da UniCredit e oltre 100 milioni da Covivio. Con il nuovo schema, circa un miliardo potrà essere distribuito ai soci.

A Leonardo Maria, con il 37,5%, arriveranno circa 400-450 milioni l’anno. Una cifra che coincide con il fabbisogno per pagare gli interessi sul debito. È qui che la successione diventa ingegneria finanziaria. Senza dividendi, l’operazione non starebbe in piedi.

IL DEBITO: UNA LEVA DA 10-11 MILIARDI CHE CAMBIA TUTTO

Per acquistare le quote dei fratelli, Leonardo Maria si indebita per circa 10 miliardi, a cui si aggiunge circa 1 miliardo per rifinanziare il debito della sua Lmdv Capital.

Il finanziamento è strutturato come un prestito ponte, con durata tra 18 mesi e due anni e tassi tra il 4% e il 5%. Tradotto: tra 400 e 500 milioni di interessi annui.

Il meccanismo è lineare ma delicato. I dividendi servono a pagare gli interessi. Ma il capitale resta da restituire.

Ed è qui che emergono tutte le incognite. Le opzioni sul tavolo sono diverse: rifinanziamento del debito a condizioni migliori, utilizzo delle riserve di Delfin, distribuzione di maxi dividendi, oppure operazioni straordinarie come una quotazione della holding o la cessione di alcune partecipazioni.

C’è anche il tema delle garanzie. Il pegno sul pacchetto azionario – cioè il 37,5% – è uno degli elementi centrali dell’operazione. Significa che, in caso di difficoltà, le banche avrebbero una leva diretta sulla cassaforte.

IL SISTEMA BANCARIO: CHI FINANZIA, ORIENTA

Il ruolo delle banche è decisivo. Il pool principale comprende UniCredit, Bnp Paribas e Crédit Agricole, con possibili ingressi di altri istituti come Banco Bpm, Goldman Sachs, Deutsche Bank e Société Générale, secondo quanto riportato dal Sole 24Ore.

Lo schema si regge su tre pilastri: dividendi più elevati, pegno sulle quote e maggiore flessibilità nella gestione del portafoglio.

Uno dei punti più sensibili a questo proposito è la presenza delle banche francesi. Come scrive Walter Galbiati sulla Repubblica, “nulla contro il fatto che EssilorLuxottica possa pendere di più verso la Francia, ma con Bnp e Crédit Agricole tra i prestatori è più facile che ciò avvenga. Col rischio di allontanare dall’Italia uno dei pochi colossi internazionali che possiede”.

Un commento che fotografa bene la posta in gioco. Il finanziamento non è neutrale: può influenzare scelte industriali e assetti geopolitici.

Non a caso, l’operazione ha attirato anche l’attenzione della politica, tanto da aver innescato un’interrogazione dei M5S, in cui si chiede conto, oltre che della sostenibilità dei dividendi, anche del ruolo di Unicredit e Crédit Agricole.

DELFIN E IL RISIKO BANCARIO: UN INCASTRO SEMPRE PIÙ STRETTO

Il riassetto arriva mentre il sistema finanziario italiano è nel pieno di una nuova fase di consolidamento.

Mps è al centro di ipotesi di aggregazione, con Banco Bpm come possibile partner. Generali resta al centro degli equilibri tra la stessa Siena, tramite Mediobanca, Unicredit e altri soci forti. Il gruppo guidato da Andrea Orcel osserva tutte le mosse e ha già costruito una propria posizione nel Leone.

In questo scenario, Delfin è ovunque. È il primo azionista di Mps con il 17,5% e ha già dimostrato di poter orientare le scelte, come nel voto decisivo per la conferma di Luigi Lovaglio. Ha circa il 10% di Generali, dove incrocia la posizione di Mediobanca e quella crescente di Unicredit, e dove si gioca una partita chiave sugli equilibri del Leone. È presente anche a Piazza Gae Aulenti con il 2,7%, proprio mentre la banca di Andrea Orcel segue da vicino sia Generali sia le possibili mosse su Mps. In pratica, Delfin siede contemporaneamente su tutti i tavoli del risiko: Siena, Trieste e Milano. E ogni sua manovra – restare, rafforzarsi o anche solo alleggerire – può spostare gli equilibri tra banche, assicurazioni e grandi azionisti.

Il debito contratto da Leonardo Maria introduce un elemento nuovo: la pressione a generare cassa. Ufficialmente la linea resta quella di non vendere asset strategici e di sostenere la crescita delle partecipate. Ma il mercato ragiona già in modo diverso.

Non è un caso che si parli apertamente della possibilità di dismissioni selettive o di una gestione più attiva del portafoglio.

IL RUOLO DI MILLERI E LA LINEA DELLA CONTINUITÀ

In questo equilibrio complesso resta centrale la figura di Francesco Milleri. Presidente di Delfin e amministratore delegato di EssilorLuxottica, è il punto di continuità con la visione del fondatore.

È lui a sostenere la “semplificazione” della struttura azionaria, è lui a ribadire che il colosso dell’ottica resta l’asset intoccabile, ed è sempre lui a mantenere una linea prudente sulle partecipazioni finanziarie: nulla è escluso, ma tutto deve passare dal consiglio.

LEONARDO JR: PIÙ FORTE, MA DENTRO UN SISTEMA PIÙ COMPLESSO

Alla fine, Leonardo Maria Del Vecchio esce vincitore dal lungo braccio di ferro familiare. Diventa il socio di riferimento, porta a casa il 37,5% e imprime una direzione alla holding. Ma lo fa dentro un sistema più complesso di prima. Più debito, più banche, più vincoli.

E soprattutto con una realtà che resta collettiva: Delfin non è una società personale, è una costruzione di famiglia con regole pensate per evitare concentrazioni eccessive.

Il risultato è un equilibrio nuovo: meno stallo, più movimento, ma anche più esposizione.

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