Venerdì si è chiusa una settimana segnata da una forte tensione sui mercati finanziari globali. Tutti i principali indici azionari hanno registrato ribassi significativi, mentre l’indice Vix è tornato su livelli di nervosismo che non si vedevano da aprile 2025.
Contrariamente alle attese iniziali, le ostilità in Medio Oriente non si sono risolte rapidamente: siamo ormai all’undicesimo giorno di scontri e non si intravedono progressi concreti sul fronte dei negoziati. L’Iran ha dichiarato che i propri attacchi sarebbero stati diretti esclusivamente contro obiettivi statunitensi ed israeliani, ma continua a colpire anche Paesi confinanti e alleati degli Stati Uniti.
Nel frattempo, è emerso che a guidare il Paese sarà Mojtaba Khamenei, figlio della Guida Suprema Ali Khamenei, una decisione che arriva in un momento in cui molti hanno evidenziato una certa confusione strategica all’interno della leadership iraniana su come rispondere agli attacchi.
Il punto più delicato resta la sicurezza dello Stretto di Hormuz, uno snodo cruciale per il commercio energetico globale. Se necessario, il Presidente Trump si è detto pronto a scortare militarmente le petroliere americane nel Golfo. Parallelamente l’amministrazione USA sta valutando diverse misure per contenere l’aumento dei prezzi dell’energia, incluso un possibile rilascio delle riserve strategiche. Il presidente ha anche incaricato la United States Development Finance Corporation di fornire, immediatamente e a prezzi ragionevoli, assicurazioni contro il rischio politico e garanzie finanziarie per il commercio marittimo ed energetico che attraversa l’area.
Nonostante queste iniziative, i mercati restano scettici sulla rapidità con cui i flussi energetici potranno tornare alla normalità. Proprio sul fronte energetico continua a registrarsi una forte volatilità. Dopo aver superato i 119 dollari al barile, ieri WTI e Brent son tornati intorno ai 100 dollari per via di indiscrezioni su un possibile accordo tra i Paesi del G7 per il rilascio coordinato di parte delle riserve strategiche, sotto il coordinamento dell’International Energy Agency.
Ad aumentare ulteriormente le tensioni sui prezzi di petrolio e gas sono state anche le dichiarazioni del Qatar, che ha ventilato la possibilità di fermare la produzione di GNL nel più grande impianto mondiale, considerato un possibile obiettivo dei missili iraniani. La reazione del mercato è stata immediata: il prezzo del gas europeo (TTF) ha visto un aumento del 50%, prima di subire una parziale correzione.
La volatilità ha coinvolto anche il comparto dei metalli, sia preziosi che industriali. La banca centrale della Polonia ha ipotizzato la vendita di parte delle riserve auree per finanziare l’aumento delle spese militari.
In questo contesto, l’Europa appare più sofferente degli Stati Uniti, sia sui mercati azionari sia su quelli del credito, dove gli spread degli indici high yield hanno registrato un ampliamento maggiore rispetto al mercato americano.
Anche le aspettative di politica monetaria stanno cambiando. Gli operatori hanno iniziato a ridurre le scommesse sui futuri tagli dei tassi sia da parte della Federal Reserve sia della Banca Centrale Europea. Per quest’ultima, il mercato prezza addirittura quasi due rialzi dei tassi entro la fine dell’anno. Il presidente della Deutsche Bundesbank, Joachim Nagel, ha sottolineato come l’impatto del conflitto sull’inflazione sia al momento più preoccupante di quello sulla crescita, pur riconoscendo che l’elevata volatilità rende difficile formulare valutazioni definitive.
Sul fronte macroeconomico sono arrivate indicazioni incoraggianti dagli Stati Uniti: l’indice ISM dei servizi di febbraio è salito a 56,1, superando le attese di 53,5 grazie all’aumento dei nuovi ordini e al calo della componente dei prezzi, in controtendenza rispetto al settore manifatturiero.
In area euro, intanto, l’inflazione continua a mostrare segnali di risalita. A febbraio l’indice dei prezzi al consumo si è attestato all’1,9% su base annua, rispetto all’1,7% di gennaio, mentre l’inflazione core è salita al 2,4%, sopra le attese del 2,2%. Il calo della componente energetica è stato più che compensato dall’aumento dei servizi, mentre i prezzi alimentari sono rimasti stabili.
Infine, guardando all’Asia, il Congresso del Partito Popolare cinese ha fissato per il 15° piano quinquennale il target un obiettivo di crescita compreso tra il 4,5% e il 5%, il livello più basso dal 1991.
Per questa settimana l’attenzione dei mercati si concentrerà sui dati sull’inflazione statunitense e sulla produzione industriale europea. Si tratta degli ultimi indicatori rilevanti prima del blackout period che precederà le riunioni di politica monetaria della Fed (18 marzo) e della BCE (19 marzo).







