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Tutti i nuovi errori della Commissione Ue sulla spesa pubblica

Spesa Pubblica

Cosa non va sulla proposta della Commissione sulla regolamentazione della politica fiscale degli stati membri. Il commento dell’economista Gustavo Piga, tratto dal suo blog

È ora sul tavolo politico europeo la proposta della Commissione Europea (CE) sulle regole che dovrebbero governare i comportamenti di politica fiscale degli Stati membri dell’Unione europea (UE): quanto tassare, quanto spendere, quanto indebitarsi annualmente. È stata ideata con l’ambizione di porsi come nuova struttura in sostituzione di quella austera, denominata Fiscal Compact, che così tante crisi economiche, polarizzazioni e tensioni sociali ha generato. L’attesa era dunque che la nuova proposta tenesse conto dei fallimenti che abbiamo alle spalle per ispirarsi a princìpi efficaci e coesivi. Così non è stato. La proposta della CE è peggiorativa della precedente, rendendo dunque ancora più debole un Continente già fragile. Perché?

Primo, la proposta è tecnocratica e non politica, un prodromo di insuccesso. La prova? La straordinaria somiglianza tra questa proposta della CE del 2022 e quella del 2018 contenuta nell’allora rapporto annuale dell’iper-conservatore European Fiscal Board, vicino ideologicamente ai tecnocrati di Bruxelles. Riscontrare una tale analogia propositiva a distanza di anni ammonta a prendere atto di come di fatto la CE sia stata sorda a qualsiasi visione diversa, e specialmente meno austera, di politica fiscale per evitare i fallimenti del passato. Un’analisi testuale della proposta rivela chiaramente innanzitutto lo spirito che ha animato la CE: la parola più presente (96 volte) è “debito”, a fronte delle sole 34 menzioni della parola “crescita”.

Secondo, vi è la questione dell’asimmetria di trattamento tra Paesi in condizioni diverse. Le parole “sorveglianza” e “monitoraggio” vengono riportate 70 volte, a conferma della sfiducia di partenza rispetto ad alcuni Paesi membri ritenuti meno virtuosi di altri.

La parola “spesa” pubblica è sì menzionata 41 volte, ma sempre nel senso, come vedremo, di una riduzione di questa per i Paesi ad alto debito-PIL, mentre occupazione e disoccupazione, che dovrebbero essere oggetto di attenzione massima ovunque, vengono menzionate … 6 volte in totale. E malgrado si affermi all’inizio come la “riforma è … ancorata a un quadro comune che garantisca parità di trattamento”, poche pagine dopo si legge come gli Stati membri sarebbero, se venisse approvata la proposta della CE, obbligati a seguire “un quadro di sorveglianza … che … differenzi maggiormente i paesi tenendo conto delle loro sfide in materia di debito pubblico”. A Paesi più in difficoltà in quanto a situazione di partenza si chiederà dunque di fare non di meno, ma di più, in termini di austerità: una politica che aumenterà le divergenze tra Paesi UE e all’interno di ogni Paese, e dunque il rischio di instabilità economica e sociale.

La proposta della CE tuttavia innova in maniera ancora più profonda, ampliando il solco che divide i Paesi, piuttosto che unirli maggiormente. Essa propone di concentrare l’attenzione su di un solo indicatore chiave, la spesa primaria al netto della spesa per interessi, pretendendo che ogni Stato membro, specie uno a debito-PIL più alto, introduca un (complicato da calcolare) tetto alla spesa pubblica (compresa quella in conto capitale) e accetti di questa una dinamica in costante calo, poco curandosi oltretutto della sua qualità o meno. Una ricetta terribilmente sbagliata, oltre che ideologica, perché, mentre è sì mirata a generare una riduzione del rapporto debito-PIL, questo invece tenderà salire – come ha fatto in questo decennio – a causa del crollo di PIL che la minore spesa pubblica genererà. Sarebbe sufficiente ricordare come sia stato dimostrato da studi rigorosi che la Brexit fu causata proprio da una riduzione austera di quelle spese sociali (su cui si concentra oggi l’attenzione dell’indicatore della CE) per capire i rischi a cui la nuova regola esporrebbe l’UE.

Per ultimo, ma forse più grave, è il fatto che, senza timori di risultare in uno smaccato conflitto d’interessi, la CE si attribuisce poteri di agenda-setter, arrogandosi il diritto di stabilire a monte un quadro di aggiustamento della spesa pubblica di riferimento per ogni Stato membro, dal quale difficilmente quest’ultimo si potrà discostare. E’ probabile che un simile potere possa essere oggetto di contestazione quanto a legittimità costituzionale, tanto più se ricordiamo quanto la Corte Suprema tedesca di Karlsruhe ebbe modo solo qualche anno fa di ribadire: “Spetta al Parlamento (tedesco) determinare il complessivo peso fiscale imposto ai cittadini e decidere su spese essenziali dello Stato. Dunque un trasferimento di poteri sovrani viola il principio di democrazia in quei casi in cui il tipo e il livello della spesa pubblica sono, per un livello significativo, determinati a livello sovranazionale, privando il Parlamento delle sue prerogative decisionali”. Il nostro Governo non attenda la reazione tedesca: farebbe bene a porre un sonoro veto ad una proposta che porterebbe rapidamente ad una crisi interna all’UE di portata gravissima.

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