Un altro punto a favore per l’ad di Banca Monte dei Paschi di Siena Luigi Lovaglio, il quale non a caso assicura che “l’incertezza è alle spalle”. Dopo settimane segnate dalle tensioni, il Monte chiude il primo trimestre 2026 con conti sopra le attese e con un mercato che, dopo un avvio negativo, finisce per premiare il titolo insieme a quello di Piazzetta Cuccia. A Piazza Affari, infatti, Mps ha invertito rapidamente la rotta fino a salire a +2%, mentre Mediobanca ha guadagnato quasi il 2%, segnale che gli investitori hanno letto i numeri trimestrali e soprattutto i messaggi strategici di Lovaglio come una conferma della tenuta del progetto industriale.
Il punto centrale, per il banchiere lucano, è che la fase della battaglia politica e societaria è considerata archiviata. “Il messaggio è semplice, l’incertezza è alle spalle, ora l’attenzione è sull’esecuzione strategica”, ha detto agli analisti, ribadendo che “l’integrazione con Mediobanca rimane centrale”.
CONTI SOPRA LE ATTESE MA PESA IL CONFRONTO PRO FORMA
Il gruppo ha chiuso i primi tre mesi dell’anno con un utile netto di 521 milioni di euro, superiore al consensus degli analisti fermo a 429 milioni. Il dato cresce rispetto ai 413 milioni contabilizzati nel primo trimestre 2025, quando però Mediobanca non era ancora consolidata. Più complesso il confronto con il dato pro forma dello scorso anno, che simulava già l’inclusione di Piazzetta Cuccia: in quel caso l’utile era stato di 692 milioni. È proprio su questo aspetto che Mps insiste, spiegando che il raffronto corretto va fatto soprattutto sull’utile ante imposte, salito a 911 milioni, in crescita del 6,7% anno su anno e del 15,6% rispetto al quarto trimestre 2025.
La differenza, secondo il gruppo, sta soprattutto nella fiscalità. Le imposte sul reddito hanno infatti registrato un onere di 294 milioni, influenzato anche dall’aggravio fiscale introdotto con la legge di bilancio. Senza il contributo riferibile a Mediobanca, il carico fiscale del trimestre sarebbe stato pari a 169 milioni, contro il beneficio fiscale di 16 milioni registrato un anno fa grazie alla rivalutazione dei crediti fiscali differiti (Dta).
I ricavi sono saliti a 1,96 miliardi di euro, in crescita del 2,9% su base annua e del 3% sul trimestre precedente. A sostenere il dato sono stati sia il margine di interesse, aumentato dell’1,9% trimestre su trimestre, sia le commissioni, cresciute del 2,8%, con un’accelerazione della componente wealth management e advisory pari al 7,6%.
Il risultato operativo netto è arrivato a 947 milioni, in aumento del 3,4% sul 2025 e del 9,5% sul trimestre precedente, grazie alla dinamica dei ricavi, alla tenuta del costo del rischio a 42 punti base e a una gestione dei costi che il gruppo continua a definire “disciplinata”. I costi operativi sono infatti scesi del 3,1% rispetto al trimestre precedente, mentre il cost income è migliorato al 44%.
Sul fronte commerciale, gli impieghi sono cresciuti dell’1% sul trimestre e del 5,2% su base annua, trainati dalle erogazioni di mutui alle famiglie e dal credito al consumo. La raccolta totale ha raggiunto circa 290 miliardi, in aumento di oltre 16 miliardi rispetto a un anno fa. I crediti deteriorati lordi sono scesi a 3,7 miliardi, con un Npe ratio lordo al 2,5% e netto all’1,3%.
Anche il capitale resta uno dei punti forti del gruppo. Il Cet1 ratio si è attestato al 15,9%, contro il 16,2% di fine 2025, restando ben al di sopra dei requisiti patrimoniali richiesti dalla Bce, con un margine di circa 650 punti base. Il dato sul capitale resta robusto anche con l’ipotesi di distribuire integralmente gli utili agli azionisti.
MEDIOBANCA RESTA IL CENTRO DELLA STRATEGIA
La vera partita, però, continua a giocarsi sull’integrazione con Mediobanca. Lovaglio ha ripetuto più volte che il dossier è il cuore del nuovo Mps e che tutta la macchina manageriale è concentrata sull’esecuzione del piano.
“La governance è pienamente consolidata, le priorità sono allineate e abbiamo un forte orientamento al raggiungimento degli obiettivi”, ha spiegato il manager, definendo il nuovo consiglio “composto da professionisti altamente qualificati con competenze complementari”.
Lovaglio ha anche confermato il calendario dell’operazione: dopo il via libera dei cda al progetto di fusione e al concambio dello scorso 10 marzo, tra maggio e giugno arriveranno i passaggi legati alla scissione, mentre il voto delle assemblee è atteso nel terzo trimestre. L’obiettivo resta chiudere l’integrazione entro fine anno.
Nel frattempo il gruppo sostiene di avere già “messo al sicuro” il 30% delle sinergie previste per il 2026. L’obiettivo finale resta quello annunciato dal piano: 700 milioni di sinergie entro il 2028.
Per Lovaglio, il grosso delle sinergie arriverà dalla banca commerciale tradizionale, cioè famiglie e imprese, che dovrebbero generare circa metà dei benefici attesi. Un altro 20% dovrebbe invece arrivare dalle attività rivolte alle aziende, grazie all’incrocio tra la forza creditizia di Mps e i servizi di consulenza di Mediobanca. Il resto sarà legato soprattutto alla gestione del risparmio e al private banking.
“Cominciamo a vedere i primi vantaggi derivanti dalle sinergie”, ha sottolineato l’ad, evidenziando come Mediobanca abbia registrato nel trimestre un utile netto di 323 milioni e un utile ante imposte di 447 milioni, in crescita del 19% sul trimestre precedente.
GENERALI, ANIMA E IL RISIKO BANCARIO
Altro nodo centrale è quello della partecipazione in Generali, destinata a restare in capo alla futura Mediobanca Spa dopo l’operazione di integrazione.
Lovaglio ha escluso, almeno per ora, scenari di cessione. “Ci stiamo concentrando così tanto sul processo di integrazione con Mediobanca che non ho neppure pensato a quale scenario sarebbe plausibile o logico per vendere la partecipazione in Generali”, ha detto agli analisti.
Il ceo ha ribadito che il Leone è “nice to have”, sia per il contributo economico – 130 milioni nel trimestre – sia per le possibili partnership operative future. Un passaggio che il mercato ha letto anche come un’apertura implicita a un possibile riassetto delle alleanze assicurative dopo la scadenza della joint venture con Axa nel 2027. Non va dimenticato, in ogni caso, che nel lessico della finanza un asset definito “nice to have” può essere considerato prezioso da tenere, ma anche appetibile e da valorizzare al momento giusto.
Sul dossier Anima, Lovaglio ha assicurato che l’alleanza proseguirà anche dopo l’integrazione con Mediobanca. “Anima è un partner strategico per noi e prevediamo di portare avanti questa partnership”, ha spiegato, precisando che non esiste competizione con l’offerta di Mediobanca Sgr.
Nel private banking, i mesi di incertezza sull’operazione Mediobanca hanno portato all’uscita di diversi gestori patrimoniali. Tuttavia Lovaglio assicura che “da metà aprile la situazione si è normalizzata rapidamente”, con il ritorno della fiducia dei clienti, la stabilizzazione della rete e la ripresa dell’attività commerciale. Il gruppo ha anche riavviato il reclutamento di banker senior, con le prime assunzioni attese già dal prossimo trimestre.
Sul risiko bancario, infine, Lovaglio non ha nascosto che il consolidamento del settore continuerà. “Ci saranno altre fasi di consolidamento ed è bello trovarsi nella nostra posizione perché siamo gli attori principali in questo momento”, ha osservato. Ma subito dopo ha precisato che “nella fase attuale vogliamo concentrarci sul completamento del processo di integrazione” e sul rispetto delle promesse fatte al mercato.
DIVIDENDI, BUYBACK E GOVERNANCE
Sul fronte della remunerazione agli azionisti, il Monte conferma una linea molto generosa. Lovaglio ha assicurato che il dividendo 2026 sarà “in linea con quello di quest’anno” e che resta confermata la remunerazione complessiva prevista dal piano, pari a 16 miliardi tra dividendi e buyback.
Resta aperta la possibilità di introdurre già da quest’anno un acconto sul dividendo. La decisione arriverà con i risultati semestrali di agosto. Confermato invece il riacquisto di azioni proprie già annunciato nel piano industriale.
Intanto il cda riunito per approvare i conti ha anche verificato i requisiti dei consiglieri nominati dall’assemblea del 15 aprile, passaggio delicato dopo le recenti tensioni culminate con l’uscita di Fabrizio Palermo. Secondo quanto comunicato dalla banca, tutti i componenti del board risultano indipendenti ad eccezione dello stesso Lovaglio.
Sul tavolo resta poi il tema del cosiddetto Compromesso Danese relativo alla quota Generali. Mps ha presentato un interpello alle autorità di vigilanza e stima un beneficio potenziale di circa 50 punti base di Cet1, precisando però che questo effetto positivo non è stato incluso nelle proiezioni del piano.
Per ora, comunque, il messaggio che arriva dal Monte è uno solo: niente nuove avventure. Prima bisogna chiudere il cantiere Mediobanca.







