Le speranze di una ripresa dell’economia tedesca si spengono di fronte alle nuove tensioni geopolitiche, mentre crescono le pressioni sui conti pubblici. Da un lato il conflitto in Iran alimenta timori diffusi tra le imprese industriali, dall’altro i dati ufficiali mostrano un sensibile aumento dell’indebitamento statale. Due sviluppi distinti ma intrecciati che delineano un quadro di rinnovata incertezza economica per la principale economia europea, alle prese con costi energetici in rialzo e finanze pubbliche sotto pressione.
IFO: L’IMPATTO DEL CONFLITTO SULL’INDUSTRIA TEDESCA
Secondo un’indagine pubblicata dall’Istituto ifo, centro di ricerca economica con sede a Monaco, circa nove aziende industriali su dieci prevedono conseguenze negative derivanti dalla guerra in Iran sulle proprie attività. Solo una quota limitata, pari al 9%, ritiene al momento di non essere direttamente coinvolta dagli effetti della crisi.
Sono numeri – che peraltro provengono direttamente dal cuore vivo dell’industria – nettamente più pessimistici rispetto a quelli che la stessa ifo aveva sviluppato qualche settimana fa e che riflettono preoccupazioni per il prolungamento del conflitto. “La guerra incide direttamente sull’industria, ma soprattutto genera un forte clima di incertezza”, ha spiegato Klaus Wohlrabe, responsabile delle indagini congiunturali dell’istituto bavarese. “Le imprese”, ha aggiunto, “si stanno preparando a un contesto operativo più complesso nei prossimi mesi”.
Tra i fattori di maggiore preoccupazione spicca ovviamente l’aumento dei prezzi dell’energia, indicato dal 78% delle aziende come principale elemento di rischio. A ciò si aggiungono le difficoltà logistiche legate al commercio internazionale: il 36% delle imprese segnala ostacoli nelle rotte marittime e problemi nell’approvvigionamento di componenti industriali e materie prime. Un ulteriore 16% teme rallentamenti nel trasporto aereo delle merci.
Le tensioni internazionali incidono anche sulle prospettive commerciali: quasi un quarto delle aziende intervistate prevede una riduzione della domanda nei principali mercati di esportazione. Parallelamente crescono i “timori finanziari”, legati a “costi di trasporto imprevedibili, premi assicurativi più elevati e maggiori rischi nei pagamenti internazionali”. Secondo l’Ifo, gli effetti economici del conflitto stanno già emergendo attraverso diversi canali e potrebbero intensificarsi qualora l’incertezza geopolitica dovesse protrarsi.
DEBITO PUBBLICO IN FORTE AUMENTO
Nelle stesse ore, la Bundesbank ha diffuso nuovi dati sull’andamento delle finanze pubbliche tedesche, evidenziando un significativo incremento del debito complessivo nel corso dell’ultimo anno. L’indebitamento dello Stato è cresciuto di 144 miliardi di euro, raggiungendo quota 2.840 miliardi di euro.
L’aumento più consistente riguarda il livello federale, inclusi i fondi speciali fuori bilancio, che hanno registrato un incremento di 107 miliardi di euro, quasi tre volte superiore rispetto all’anno precedente. Anche Länder, amministrazioni comunali e sistemi di sicurezza sociale hanno contribuito all’espansione del debito attraverso nuovi prestiti.
Il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo è salito di 1,3 punti percentuali, attestandosi al 63,5%, interrompendo la fase di riduzione osservata nei quattro anni precedenti. In assenza del nuovo indebitamento, secondo le stime, l’indicatore sarebbe diminuito sensibilmente nel 2025.
Con questo livello di indebitamento, la Germania supera per il sesto anno consecutivo la soglia del 60% del Pil stabilita dai criteri di Maastricht per i paesi dell’area euro, osserva il rapporto della banca centrale tedesca. L’ultima volta in cui Berlino si era mantenuta al di sotto del limite risale al 2019, prima dell’avvio della pandemia di Covid-19.
Da allora, gli interventi straordinari per sostenere l’economia durante l’emergenza sanitaria e la crisi energetica seguita alla guerra in Ucraina hanno comportato ingenti spese pubbliche. A queste si aggiungono ora investimenti rilevanti destinati alla difesa e alle infrastrutture, che secondo le previsioni continueranno a influenzare l’andamento del rapporto debito/Pil.
IL CARO ENERGIA SPINGE L’INFLAZIONE
Come temuto, i rincari dei prezzi energetici legati alla guerra in Iran spingono al rialzo l’inflazione, salita a marzo al 2,8% su base annua. L’aumento dei prezzi di beni e servizi segna un’accelerazione rispetto al 2,0% registrato a febbraio secondo l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (Iapc), in linea con l’obiettivo della Banca centrale europea. L’incremento è attribuito quasi interamente al rialzo delle quotazioni di petrolio e gas, che sta esercitando una forte pressione sui costi per i consumatori. Gli operatori di mercato temono che lo shock energetico possa innescare una nuova fase di inflazione sostenuta, simile a quella osservata negli anni precedenti. In questo scenario, cresce l’attesa per una possibile risposta della Bce attraverso ulteriori aumenti dei tassi di interesse.





