Economia

Come uscire bene dall’economia di guerra (al Coronavirus). Il commento di Polillo

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recovery fund

Inutile fare previsioni. Le varie regole che, in tempo di pace, definiscono la governance del Paese e dell’Ue devono essere, semplicemente, rimosse. Il commento di Gianfranco Polillo

C’è una triste contabilità che va tenuta nel debito conto. Secondo i dati pubblicati dal ministero della Salute, la platea (contagiati, deceduti e guariti) di coloro che sono stati investiti dal coronavirus sono stati (9 marzo 2020) 9.172 persone. I contagiati risultano essere pari all’87 per cento, i deceduti al 5, mentre i guariti, per fortuna, sono una percentuale leggermente superiore: pari all’8 per cento.

A partire dal 24 febbraio scorso, in uno spazio di 15 giorni, il contagio ha raggiunto la cifra indicata in precedenza. Ma con un forte elemento di preoccupazione che deve essere rimarcato e che, in qualche modo, giustifica l’estendersi della “zona rossa” all’intero territorio nazionale. Negli ultimi 4 giorni, infatti, si è verificato un salto di scala nella dinamica del fenomeno. La platea ha fatto registrare un aumento di 1,797 casi. Quando negli 11 giorni precedenti l’aumento era stato pari a soli 798 casi. Un’accelerazione impressionante.

Dove può portare una curva esponenziale, come quella che si è già manifestata. Una semplice estrapolazione statistica fornisce un quadro più che preoccupante. Se non si ridurrà il tasso d’incremento giornaliero, per la fine di marzo il numero dei contagi potrebbe oscillare in una forchetta compresa tra i 21 mila ed i 65 mila casi, con un valore mediano di oltre 43 mila casi: cinque volte tanto il numero dei contagiati alla data del 9 marzo. Una catastrofe, che non potrebbe che mettere in crisi il sistema sanitario nazionale, nei suoi punti più delicati, quali quelli della rianimazione. Se non vogliamo tornare alle lugubri teorie di Thomas Malthus (le catastrofi naturali come rimedio all’inevitabile squilibrio tra risorse e bisogni) è necessario non prendere sottogamba quanto sta avvenendo. E comportarsi di conseguenza.

Non viviamo in un tempo normale. Siamo entrati in guerra contro un nemico insidioso e sfuggente. Di conseguenza i comportamenti devono essere adeguati. Il fronte interno deve offrire il suo contributo. Non può operare come quinta colonna al servizio nemico. Quindi, anche al di là delle indicazioni degli organi competenti, è necessario fare il possibile per ritardare la diffusione del virus con comportamenti appropriati. “Taci, il nemico ti ascolta”: si diceva una volta, mentre al fronte di combatteva. Oggi è la stessa cosa, anche non vi sono sirene da far risuonare nell’imminenza di un attacco nemico.

Ma se l’Italia, oggi, e domani chissà la Francia, la Germania, o l’intera Europa, è alle prese con un conflitto di questa portata, allora bisogna prepararsi. E non solo sul piano epidemiologico o della prevenzione. Quella, che è già di fronte ai nostri occhi, è un’economia di guerra. Basti pensare, ma non solo, al coprifuoco decretato per bar, ristoranti o quant’altro. Oppure ai limiti posti, per quanto giustificati, alla logistica ed ai normali movimenti delle persone. Ed allora il tema del “che fare?” non può prescindere da questa condizione specifica.

In tempo di guerra, l’imperativo è vincere le battaglie per porre fine, quanto prima, alla guerra stessa. Tutto il resto viene dopo. In questo caso le devastazioni sono d’altra natura: si misurano nel numero di coloro che perdono lavoro, nelle fabbriche che sono costrette a chiudere per i motivi più vari, nei servizi – si pensi solo al turismo – che semplicemente svaniscono.

L’inevitabile ricaduta di tutto questo non può che comportare la necessità di un maggiore intervento dello Stato. Di quanto? Nessuno è in grado di prevederlo. Dipenderà dalla durata e dall’asprezza del conflitto stesso. Quindi, inutile fare previsioni di medio e lungo periodo. Le varie regole che, in tempo di pace, definiscono la governance del Paese devono essere, semplicemente, rimosse. Ferma rimanendo l’esigenza di evitare che qualcuno si avvantaggi immeritatamente. Ma i profittatori di guerra, in genere, non hanno mai avuto buona sorte.

Nel frattempo occorre, fin da ora, immaginare come sarà il tempo della pace ritrovata. Quando questa battaglia sarà finalmente vinta e potremo ricostruire una società che sarà – l’esperienza passata insegna – diversa da quella che ci siamo lasciati alle spalle. L’Italia che entrò in guerra nel 1940 era ancora una società in cui l’agricoltura aveva un peso dominante. Al temine del conflitto, grazie anche ad esso, si era trasformata in un Paese industrializzato, in grado di riconvertire rapidamente l’intera economia, negli anni del “miracolo economico”. Oggi, quest’accelerazione tecnologica si vede meno, anche se qualche tentativo (la comunicazione a distanza ed il telelavoro) è stato avviato. Con ogni probabilità i maggiori progressi li avremo nel campo biomedico, dopo la grande paura.

Vi sono tuttavia dei convitati di pietra che vanno svegliati dal loro sonno inquietante. E per questo obiettivo bisogna cominciare ad operare da subito. L’Europa è rimasta silente, sempre più divisa e guardinga. Ciascun Paese rintanato all’interno delle proprie barriere culturali, e non solo dei rispettivi confini geografici. La vecchia idea di Jean Monnet, soprattutto il suo metodo, ha mostrato tutti i suoi limiti. Alla nascita del mercato unico prima, e dell’euro poi, non ha fatto seguito l’affermarsi di sentimento comunitario, che andasse oltre le vecchie ripartizioni amministrative. E’ prevalso invece il “sovranismo” vero dei più forti, a danno dei più deboli. Salvo poi qualche postuma lacrima da coccodrillo, come nel caso della Grecia. Un Europa così serve a poco e l’inarrestabile espandersi del virus non potrà che confermarlo.

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