Economia

Come evitare il cortocircuito fra società, economia e istituzioni

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L’analisi di Lodovico Festa, saggista ed editorialista, già co-fondatore del Foglio, sulla scia di Galli della Loggia, Giorgetti, Guzzetta e Beppe Grillo

Con un articolo di grande respiro di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera e con un impegnato intervento al Meeting di Cl di Giancarlo Giorgetti, oltre che con l’iniziativa di Nuova Repubblica di Giovanni Guzzetta, si è iniziata a porre la questione delle questioni per il presente e il futuro della nostra nazione: la crisi verticale dello Stato nato dalla Costituente del ’48. Il rovinoso crollo del ponte Morandi è l’ultima espressione di questa disgregazione di cui fanno parte anche le decine di incidenti da Lecco al Veneto e in giro che riguardano ponti e viadotti minori, finiti nel caos di competenze poco chiaramente intrecciate che la riforma Del Rio delle province ha lasciato dietro di sé.

La crisi verticale della nostra Repubblica -le cui istituzioni erano in parte rilevante giustificate dalla Guerra fredda (o meglio dalla Guerra civile europea che condiziona il nostro continente dal 1914 al 1989-1991)- inizia nel 1992, è contenuta da un bipolarismo che è figlio di contrapposizioni negative più che di posizionamenti positivi (non vogliamo gli ex Pci, non vogliamo i berlusconiani) che magari avrebbe potuto generare un qualche nuovo equilibrio istituzionale (il punto più vicino a questo esito è stata la bicamerale dalemiana) ma che è stato travolto dalla crisi finanziaria globale del 2008 e da quella da debiti sovrani del 2010, crisi che grazie anche alla mediocrità dell’asse franco-tedesco (Nicolas Sarkozy- Angela Merkel) sono diventate occasioni non per rilanciare il processo di integrazione continentale ma per affermare posizioni di comando, in Italia commissariando (per un anno e mezzo: da cui la inevitabile esplosione del grillismo) il governo con quella ameba di Mario Monti e aprendo la via a una fase di profondo distacco tra la nostra società e i suoi istituti di rappresentanza. Si sa che le soluzioni più ragionevoli sono sempre quelle riformiste che non scombinano ma bensì incrementano equilibri che la storia ha sedimentato: però questo proposito riformista appare sempre più arduo nelle attuali condizioni del nostro Paese. La rottura tra popolo e istituzioni è tale che richiede una rifondazione non più solo aggiustamenti, e l’unica alternativa è una subalternità disgregatrice di cui non è facile prevedere gli esiti anche a causa della già evocata pasticciata visione dei cosiddetti leader europei oggi in carica.

In questo senso anche la proposta di Giorgetti di partire dall’elezione diretta del capo dello Stato è giusta ma non sufficiente. La verticalizzazione del potere è utile se coordinata a un assetto istituzionale che ha un’adeguata base popolare. Il gollismo ha funzionato perché è stato espressione di uno stato nazionale profondamente sentito dai cittadini. L’Italia in questo senso ha un difetto originario. Le basi ristrette del suo stato prima surrogate dalla dinastia dei Savoia più un diffuso notabilato liberale sono state sostituite in seguito dal partito fascista, poi da una dinastia torinese quella degli Agnelli che simbolicamente ha preso il posto di quella monarchica, e da uno Stato dei partiti in cui la formazione politica che più ha rappresentato la borghesia ha dovuto contare a lungo sul difficile ruolo di supplenza della Chiesa per reggere al confronto con il più forte partito comunista dell’Occidente.

Tutto ciò è finito: Pierluigi Bersani e Massimo D’Alema hanno disperso quel che restava dell’eredità del Pci, Matteo Renzi e Romano Prodi hanno sprecato nei loro giochetti economico-politici vendidori la tradizione interventista della dc dei Fanfani e dei Mattei, gli Agnelli se hanno ancora un ruolo, l’hanno a Detroit. In qualche modo lo stesso Silvio Berlusconi è spiazzato dalla scomparsa degli antagonisti che lo giustificavano e permettevano il suo programma (soft) di superamento dell’iperstatalismo.

Oggi non c’è più un tessuto che possa reggere solo grazie a rattoppi, neanche preparandone uno di così importante come quello del presidenzialismo. Quella che ci vorrebbe sarebbe una rifondazione che partisse da dove la “grande” storia nazionale si è interrotta: il Quattrocento erede dei Comuni e delle repubbliche marinare nate nel Medio Evo, prima della discesa di Carlo VIII e di quella definitiva di Carlo V. Un federalismo fondato sull’Adriatico della Serenissima, il Ducato lombardo-piemontese-ligure visconteo-sforzesco, lo stato pontificio-mediceo e il regno delle Due Sicilie, potrebbe forse dare le basi a un sistema istituzionale che raccogliendo l’eredità di quel genio di Camillo Benso di Cavour, la correggesse in senso democratico e popolare, consentendoci così di partecipare alla storia europea (comunque essa evolverà) da protagonisti e non da maggiordomi-giullari.

Bisognerebbe innanzi tutto dare una base sociale a questa prospettiva, facendo riflettere la borghesia produttiva distinta da quella vendidora, come già negli anni ‘ 50 puntare solo sulle debolezze sindacali per definire le politiche del lavoro, è miope e prepara le stagioni della protesta più radicale di fine anni ’60 e ’70: invece un sistema federalista che delegasse alle macroregioni le politiche occupazionali e di regolamentazione dei rapporti sociali, consentirebbe di definire in modo cooperativo scelte differenziate secondo le diversità delle aree nazionali. Le macroregioni poi potrebbero anche puntare su trenta-quaranta distretti (già ben individuati dall’Istituto geografico nazionale) che riconnettessero contado e città, superando la sciagurata riforma delle province.

Giorgetti, della Loggia, lo stesso Beppe Grillo che parla di macroregioni, i disperati millennial e l’altrettanto pressante protesta meridionale che cercano una forma di stato capace di rispondere alle loro pulsioni, la sinistra che non si arrende a essere subalterna alla borghesia vendidora: le basi per una svolta ci sono. Così a occhio la soluzione migliore potrebbe essere quella di una snella assemblea costituente in grado di convocare anche referendum indicativi e alternativi (uno degli snodi centrali del decollo della nostra Repubblica è stato sciolto dal referendum monarchia-repubblica) sui punti dove non si trova una maggioranza qualificata.

Il tempo è poco, la diffusa esasperazione popolare può accelerare la disgregazione, ma sono ancora molte le energie disponibili (sia pure spesso confuse) a tentare una via di uscita, sarebbe utile incanalarle verso sbocchi insieme concreti e articolatamente complessi.

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