Economia

Che cosa si bisbiglia nel Movimento 5 Stelle sul Tesoro (post Tria?)

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Davvero Giovanni Tria pensa prima o poi di dimettersi? O esponenti della maggioranza di governo non attendono altro che il ministro dell’Economia getti la spugna?

Sono alcune delle domande che nei palazzi non solo della politica circolano dopo le ultime indiscrezioni giornalistiche.

Al di là di ipotesi, suggestioni e travagli psicologici – Tria è stato visto molto provato, ad esempio, nel corso della conferenza stampa di presentazione del piano industriale d Cdp – resta il fatto che la dichiarazione con cui i vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini ha investito formalmente nei giorni scorsi il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, come interlocutore del governo con Bruxelles sulla manovra è stata in sostanza una stilettata indiretta e poderosa nei confronti del titolare dell’Economia, come ha sottolineato il notista politico Francesco Damato.

E’ stata anche irrituale – per usare un eufemismo – la giustificazione data dal premier Giuseppe Conte sull’assenza di Tria da una non seconda riunione sulla manovra (qui i fatti e le indiscrezioni commentate da Gianfranco Polillo).

Da giorni, ormai, tra i 5 Stelle si ragiona sulla figura da indicare in caso si ponga la questione di sostituire Tria al dicastero di via Venti Settembre. Il nome al momento più gettonato tra i parlamentari del Movimento capeggiato da Di Maio – secondo le indiscrezioni raccolte da Start Magazine – sarebbe un altro economista: Gustavo Piga.

I Pentastellati hanno apprezzato una sua intervista che domenica scorsa campeggiava di apertura del sito del Fatto Quotidiano diretto da Peter Gomez. Che cosa ha detto Piga?

Ecco la sintesi del Fatto Quotidiano (che ha titolato così l’intervista: “Per tornare a crescere serve un New deal: spostare 16 miliardi in investimenti sulle piccole opere”): “Per Gustavo Piga, ordinario di Economia politica a Tor Vergata e all’inizio degli anni Duemila presidente della centrale acquisti Consip, uscire dall’impasse della procedura europea di infrazione e spingere la crescita si può. Con una ricetta ispirata alla presidenza Obama ma ancora prima al New deal lanciato da Franklin Delano Roosevelt dopo la crisi del ’29: uno stimolo non ai consumi ma agli investimenti”

“In passato – ha detto Piga al Fatto Quotidiano – la politica ha sacrificato gli investimenti perché era la cosa più facile da fare per rispettare i parametri europei: a pagarne il prezzo erano i più giovani, che ancora non votavano… Questo esecutivo, che giustamente ha deciso di liberare tante risorse anche in deficit, a mio vedere dovrebbe rilanciarli spostando sotto quella voce tutti i 16 miliardi destinati a reddito e pensioni”. E le promesse del contratto di governo, ha chiesto il Fatto? “Gli elettori non sono stupidi: se con gli appalti si riesce a dare lavoro a tutti, nessuno avrà da protestare. Un piano di piccole opere – scuole, strade, carceri, adeguamento alla normativa antisismica di tutto il patrimonio edilizio del Sud – si può fare in tempi brevi, è difficilmente rallentato da contenziosi, dà ossigeno alle piccole imprese e crea occupazione”.

Piga è stato uno degli esperti voluti dal Movimento 5 Stelle per studiare dopo le elezioni politiche le possibili convergenze fra M5S e Lega o Pd in vista di quel “governo di cambiamento” invocato dai Pentastellati.

I cinque accademici del gruppo di lavoro coordinato dal professore Giacinto Della Cananea (allievo di Sabino Cassese) erano – oltre a Piga – Elena Granaglia (Scienza delle Finanze a Roma Tre) Fabio Giulio Grandis (Economia aziendale a Roma Tre), Leonardo Morlino (Scienza della Politica alla Luiss) e Andrea Riggio (docente di Geografia all’Università di Cassino).

Piga è da sempre su posizioni a favore delle pmi e anti Fiscal Compact (è stato alla testa del comitato promotore di un referendum abrogativo del Fiscal Compact), come certificato anche dai suoi commenti pubblicati talvolta negli ultimi anni anche sul quotidiano di Confindustria, Il Sole 24 Ore.

Piga è stato in passato presidente della Consip quando al Mef c’erano come ministro Giulio Tremonti e come viceministro Mario Baldassarri. Più di recente, alle elezioni europee del 2014, è stato candidato nella lista “montiana” Scelta Europea – indicato in particolare dal Centro democratico di Bruno Tabacci di cui è stato un esponente – pur avendo posizioni critiche sulle politiche montiane di austerità.

Un economista eclettico e poliedrico, mai allineato a questo o a quel partito. E nella stessa intervista al Fatto, Piga ribalta non poco l’impostazione dei 5 Stelle e della Lega: vanno spostati sugli investimenti tutti i 16 miliardi destinati a reddito e pensioni, ha sottolineato. Una linea di marcia più collimante con quella auspicata, secondo alcune indiscrezioni governative, dal ministro degli Affari europei, Paolo Savona.

Resta da vedere, nel caso davvero prima o poi l’esecutivo dovesse affrontare il problema di sostituire Tria al Tesoro, se la Lega non vorrà indicare suoi esponenti, come ad esempio il sottosegretario dell’Economia, Massimo Garavaglia, e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti.

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COMMENTO DEL PROF PIGA PUBBLICATO DA START NEL FEBBRAIO 2018

Sbaglia due volte Juncker a dire che il Governo italiano rischia di non essere operativo. Uno perché i governi non operativi funzionano alla grande: Germania, Spagna e Belgio lo dimostrano.

Due perché i Governi di questi 5 ultimi anni sono stati largamente non operativi. Non basta dire 4.0 perché il Paese si riprenda. Anzi, abbiamo bisogno di cose basilari, altro che 4.0, abbiamo bisogno di un Governo 1.0 che faccia tutte quelle cose veramente essenziali che servono al Paese.

Un esempio per tutti è emerso durante la discussione due giorni fa del rapporto dell’Osservatorio sulle costruzioni dell’ANCE, sulla famigerata e drammatica questione dei ritardati pagamenti delle pubbliche amministrazioni che tagliano le gambe ai fornitori della P.A., specie ai più piccoli che si finanziano (quando ci riescono) a costi ben peggiori delle grandi, e con esse ai fornitori dei fornitori ecc. ecc.

Ovviamente luccicano gli occhi quando vediamo i grafici che ci propinano da anni al Ministero dell’Economia e delle Finanze in cui i tempi di pagamento sono in picchiata, con un ritardo medio di 84 giorni (sempre superiore a quanto reso obbligatorio dall’Europa).

Ma tutti sappiamo qual è il trucchetto per abbassarli, in presenza di fattura elettronica: basta chiedere (e il potere di ricatto delle P.A. sui fornitori è in questo senso ovviamente enorme) di posticipare l’emissione della fattura. Basterà citare quanto contenuto nel sondaggio alle imprese Ance per capire la dimensione dell’inganno.

“Il 92% delle imprese segnala di avere subito almeno una prassi gravemente iniqua da parte della P.A. (richiesta di ritardare l’emissione dei SAL o l’invio delle fatture: richiesta di accettare, in sede di contratto, tempi di pagamento superiori ai 60 giorni; richiesta di rinunciare agli interessi di mora in caso di ritardo) nel corso del secondo semestre 2017. In particolare, più dei due terzi delle imprese (il 69%, la percentuale più elevata dall’entrata in vigore della direttiva; una percentuale in costante crescita nelle ultime rilevazioni) segnalano che le Amministrazioni chiedono di ritardare l’emissione degli Stati di Avanzamento Lavori (S.A.L.) o dell’invio delle fatture; il 60% delle imprese segnala che le Pubbliche Amministrazioni chiedono di accettare, in sede di contratto, tempi di pagamento superiori ai 60 giorni; al 37% delle imprese viene chiesto di rinunciare agli interessi di mora in caso di ritardo”.

Ma che razza di Governi possono essere così incompetenti e indifferenti dal consentire ciò? Governi che pensano 4.0 e non 1.0.

Governi che non hanno la capacità di portare a 0, come in Corea, o a 7, come in India, i giorni effettivi per il pagamento delle fatture dei propri fornitori. Governi che hanno il coraggio di dire: da domani tu sarai pagato in 1 ora da una banca, ed il debito con la banca lo assumiamo noi, Pubblica Amministrazione. Paura che cresca il debito pubblico perché da debiti commerciali invisibili diverrebbero debiti conteggiabili ai sensi del Trattato di Maastricht e del Fiscal Compact? Appunto. Una serie di governi paurosi che non hanno avuto il coraggio di dire all’Europa, “io pago, perché la mia priorità è la crescita, non le finzioni contabili”, logica che, ne son certo, avrebbe convinto pure i tanti europei stanchi dei trucchetti italiani dei Governi 4.0. Compreso Juncker.

Dateci un Governo 1.0, addetto alle cose basilari che servono al Paese. Grazie.
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ESTRATTO DI UN’INTERVISTA DI START AL PROF. PIGA PUBBLICATA IL 27 APRILE 2018

“Quel Def non è un Def. E’ irricevibile”. Parola di Gustavo Piga, economista, saggista ed editorialista. Piga è stato anche uno degli esperti chiamati dal Movimento 5 Stelle a stilare le possibili convergenze programmatiche con Lega o Pd, come raccontato in questo articolo di Start Magazine che contiene anche il documento conclusivo del gruppo di lavoro coordinato dal professor Giacinto Della Cananea.

Ecco la conversazione con Gustavo Piga docente all’Università Tor Vergata.

Prof Piga, come valuta il Def approvato ieri dal consiglio dei ministri?

Quel Def non è un Def.

In che senso?

Nel senso che, sulla base delle norme e dei trattati, quello non è un vero Documento di economia e finanza.

Perché?

Semplice: perché viola la normativa europea e nazionale (art. 2 comma 2 legge 39/2011).

E che cosa manca secondo lei al Def per avere i crismi di un vero Documento di economia e finanza?

Mancano gli obiettivi programmatici e di manovra per raggiungerli.

Quindi?

Quindi quel documento è irricevibile dalla Commissione europea e dal Parlamento italiano.

Il governo dice: sarà il prossimo esecutivo ad occuparsi di obiettivi e dunque degli strumenti per raggiungerli.

Guardi, il ministero dell’Economia e delle Finanze non può fare da anonimo ufficio studi ed elaborare stime dell’economia italiana. Questo lavoro lo sanno fare decine e decine di centri studi in Italia. Non serve essere il ministero dell’Economia.

Secondo lei, che cosa penserà Bruxelles di questo Def monco?

A Bruxelles si manda un messaggio sbagliato. Si dice in sostanza che l’Italia riconosce e accetta il Fiscal Compact. Ma questo non è vero.

In che senso?

Le ricordo che nei primi giorni dello scorso febbraio le commissioni Bilancio e Politiche europee della Camera hanno bocciato l’inserimento del patto di bilancio europeo nell’ordinamento giuridico comunitario, come richiesto dalla direttiva europea al vaglio dei Parlamenti nazionali. Un voto unanime, pure del Pd.

E poi anche i governi italiani hanno sforato un po’ i tetti del Fiscal Compact, anche se meno di altri Paesi.

Esatto. E poi il voto del 4 marzo ha visto vincenti forze che contestano obiettivi e parametri del Fiscal Compact.

Come fare per evitare gli aumenti Iva?

Non rispettando appunto gli obiettivi di pareggio di bilancio.

Facile a dirsi…

No. Con le risorse derivanti da una spending review si possono aumentare gli investimenti utili.

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CURRICULUM DI GUSTAVO PIGA

Si specializza a lungo all’estero, soprattutto negli Stati Uniti. Nel 1996 consegue il PhD in Economia presso la Columbia University. Nel 1997-98 è titolare del corso “Accounting and Finance” presso il Department of Economics della Columbia University. È direttore responsabile della Rivista di Politica Economica, è stato esperto OCSE per la divisione “Appalti e trasparenza”, membro del gruppo di esperti del progetto Aumentare l’impatto degli appalti pubblici sugli investimenti privati in ricerca sviluppo ed innovazione Commissione europea DG Ricerca, membro del comitato scientifico EuroMTS e Fondazione Luigi Einaudi e Associate Editor presso Applied Economics e Journal of Public Procurement. Nel 2002 è stato Presidente della Consip SpA. Sotto la Presidenza di Gustavo Piga comincia il processo di razionalizzazione della spesa pubblica e di spend management. È membro del Comitato Scientifico della Fondazione di Rete Imprese Italia e dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio.

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