Economia

Che cosa agita le Borse mondiali

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Il commento giornaliero ai mercati finanziari di Giuseppe Sersale, Strategist di Anthilia Capital Partners Sgr

Ieri sera, a Wall Street è venuta qualche vertigine, sopra 2.800 punti. Senza un catalyst specifico, l’S&P 500 ha ripiegato, chiudendo marginalmente positivo, ma sotto questa soglia, e più vicino ai minimi che ai massimi.

Dal punto di vista tecnico, non c’è molto da stupirsi. Questo livello ha respinto l’indice già 3 volte nel quarto trimestre del 2018, e un suo superamento di slancio, dopo una salita del 18% in un paio di mesi, sembra improbabile.

Personalmente, mi aspetterei una qualche forma di consolidamento che porti l’indice a testare per lo meno la media mobile a 20 giorni, intersecata l’ultima volta a inizio gennaio, e magari quella a 200 giorni.

La perdita di momentum dell’S&P 500 è avvenuta nonostante l’indicazione da parte di Trump ai reporters che le parti sono molto vicine, e un “signing summit” potrebbe venire a breve. Ciò indica presumibilmente che un evento del genere è in gran parte prezzato dai mercati, a questo punto.

Ovviamente, la tendenza moderatamente correttiva si è impadronita, stanotte, anche dell’ Asia.

Tra i motivi dell’involuzione del sentiment possiamo annoverare:
** La geopolitica: dei jet indiani hanno attaccato un campo in Pakistan (anche se deve essersi trattato di un azione dimostrativa se è vero che dal Pakistan negano che vi siano state vittime.
**Il quadro tecnico: lo Shanghai composite ha lambito il livello di 3.000 prima di ripiegare, contagiando il resto dell’area. Considerando la rilevanza del livello, bucato a giugno, e l’ipercomprato di breve (RSI sopra 80), anche qui, come sull’S&P 500 c’è poco da stupirsi
** Infine, apparentemente il regulator cinese ha ammonito i brokers di controllare l’attività dei clienti e ha messo in guardia contro un aumento eccessivo del margin debt. È evidente l’intenzione di evitare la creazione di una bolla sul modello di quelle del 2006/07 o 2014/15.

In effetti, visto il ritmo di salita delle “A” shares nelle ultime settimane (+15% a Febbraio) sui media sono circolati parecchi commenti relativi all’aumento dell’indebitamento degli investitori retail, dall’inizio del rally. Sicuramente un aspetto da tenere d’occhio. Ma per il momento uno sguardo al grafico mostra che è relativamente presto per preoccuparsi di un ondata di “margin calls”.

L’impressione personale è che sia presto anche per chiamare la fine del movimento. Anche perché le Autorità non sembrano mollare l’osso:
*PBOC TO STRENGTHEN BILL MARKET RISK PREVENTION
*PBOC TO INCREASE CREDIT AVAILABILITY FOR SMALL, MICRO FIRMS
*PBOC TO ROLL OUT MEASURES TO BOOST CORPORATE BOND ISSUANCE

In ogni caso, la correzione dell’azionario locale cinese (che non ha coinvolto le small caps peraltro), ha influenzato gli altri indici asiatici che hanno ceduto tutti, sia pure moderatamente (Sydney il peggiore con -0.9%, Seul il migliore con -0.26%).

L’apertura europea ha mantenuto in generale questo tono, con gli indici in moderato ribasso. Qualche ulteriore pressione sul sentiment è venuta dalle indiscrezioni sui media secondo cui Trump starebbe minacciando l’Ue d massacrarli di dazi se non si dimostrano collaborativi. Il settore auto ne ha risentito più degli altri.
In realtà, oggi il calendario macro Ue non ha offerto la solita litania di bad news: La GFK Consumer confidence tedesca di Marzo è rimasta stabile su livelli elevati (10.8) mentre quella francese è rimbalzata da 92 a 95 vs attese per 92.

Le principali notizie sono però venute sul fronte Brexit.

Pressata dai Ministri, la May ha, per la prima volta, preso apertamente in considerazione un estensione dell’articolo 50, nel caso il voto del 12 marzo non produca un approvazione dell’accordo. Nel voto di domani, invece, verrà proposto l’emendamento Cooper/Letwin, che da diritto al Parlamento di porre al voto una richiesta di estensione. I laburisti, dal canto loro, proporranno un loro emendamento che sostanzialmente richiede un accordo molto soft. In caso (probabile) di bocciatura, Corbyn, che a sua volta subisce enormi pressioni dai pro EU del suo Partito, e ha già avuto 3 defezioni, ha annunciato voto contro il Governo il 12 e si è detto favorevole a ipotesi che evitino un “no deal”, compreso, udite udite, un nuovo referendum. Insomma, la possibilità di una “no deal Brexit” sembra ormai assai esigua, ed anzi, come metodo di pressione per ottenere un approvazione dell’accordo o costringere il Governo a richiedere un estensione, improvvisamente vengono utilizzate soluzioni opposte, come un nuovo referendum, oppure nuove elezioni.
Naturalmente la sterlina ha avuto una giornata assai positiva, con il recupero che ha trovato una parziale interruzione solo quando la May ha chiarito che ha in mente una sola estensione di durata breve, ma poi è ripreso, fino a portare il Pound ai massimi da settembre contro Dollaro.
Vedremo domani se la “No Deal Brexit verrà definitivamente archiviata o la disponibilità della May a estendere toglierà voti all’emendamento Cooper/Letwin, lasciandola ancora nelle mani del Governo, sia pure depotenziata.

In queste condizioni siamo arrivati al primo pomeriggio. Anche i dati macro USA hanno riservato qualche sorpresa piacevole. Non i nuovi cantieri di dicembre, che hanno deluso (ma i permessi di costruzione lasciano intuire un primo trimestre 2019 più brillante). Le sorprese positive sono venute dal Richmond Fed manucfacturing (16 da -2 e vs attese per 5), e dalla consumer confidence di Febbraio (131.4 da prec 121.7 e vs attese per 124.9).

Riguardo il settore manifatturiero Usa, ha fatto sensazione il crollo del Philly, ma le altre 3 survey regionali uscite finora (NY, Dallas e Richmond di oggi) sono tutte salite, il che lascia intendere un ISM manufacturing non così malvagio come vorrebbe il Philly. Riguardo la confidence, il rimbalzo è stato prodotto da un forte recupero della componente attese, grazie presumibilmente alla fine dello shutdown.
L’altro evento odierno era la testimonianza semestrale di Powell al Congresso (il cosiddetto Humphrey-Hawkins). Il Presidente ha ribadito i noti concetti, il quadro macro favorevole, nonostante qualche ostacolo, e l’incertezza su questioni internazionali. La Fed sarà paziente e data dependant, perché le condizioni finanziarie sono meno accomodanti che l’anno scorso, ed è pronta a modificare la politica di normalizzazione del bilancio. Sicuramente il calo della volatilità e la fine dello shutdown hanno concesso a Powell un tono più rilassato. Ma l’accenno alle condizioni finanziarie meno accomodanti nonostante il forte recupero dei mercati mostra che il Committee non ha abbassato la guardia.

La reazione dei mercati è stata coerente. Il Dollaro ha ceduto qualcosa (anche se la sua debolezza nei confronti della Sterlina dipende dalle news sulla Brexit) i tassi sono moderatamente calati, mentre sull’azionario l’accoppiata dati-Powell ha contribuito a riportare l’S&P a contatto con il livello di 2.800, con il quale sta scontrandosi di nuovo.
La constatazione che Wall Street non era immediatamente diretta verso una correzione più profonda ha levato pressione all’azionario Eurozone, che chiude con marginali guadagni una seduta iniziata con tono opaco. Per l’Eurostoxx, siamo al quinto rialzo a fila.

Unico segno meno, Londra, che ha dovuto fare i conti con l’1.2% recuperato dalla Sterlina.

Il moderato recupero del sentiment ha levato supporto alla carta tedesca, mentre il BTP ha continuato a beneficiare della decisione di Fich, mettendo a segno un ulteriore restringimento dello spread, nonostante le aste di domani (5 e 10 anni e CCT).

Aste a parte, non particolarmente stressanti di questi tempi, domani lo spettacolo sarà al Parlamento UK, ma anche in Vietnam, con il nuovo meeting Trump – Kim. Inoltre Lighthizer testimonierà al Congresso sui negoziati con la Cina.

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