Economia

Carige, Popolare di Bari e non solo. Chi gongola per il progetto del governo di favorire le fusioni tra banche?

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Sarebbero in primis Carige, Creval (Credito Valtellinese) e Popolare di Bari gli istituti che si potrebbero più giovare dalla norma in fieri nel governo per agevolare le fusioni tra banche.

È questo il giudizio che trapela dagli addetti ai lavori e dai primi report degli analisti.

C’è, infatti, un progetto in cantiere nell’esecutivo M5S-Lega per venire incontro ad alcune aspettative di banche medie e piccole, per spingerle magari a fondersi (come auspica ad esempio un report voluto da Assopopolari e gradito anche a Bankitalia).

In cima ai pensieri di banchieri e politici di maggioranza ci sarebbero in particolare, ma non solo, Carige, Creval e Popolare di Bari che attraversano uno stato di salute non ottimale.

Con la prima, Carige, in fase di dismissione visto che ci sono fondi come ad esempio il colosso americano Blackrock che stanno studiando il dossier per rilevare l’istituto.

Il Credito Valtellinese (Creval), invece, è al centro dell’interesse di soci francesi e del fondo Algebris del renziano Davide Serra che preoccupa ambienti della maggioranza giallo-verde.

Mentre la terza, la Popolare di Bari, ha in corso una delicata fase di ristrutturazione che prevede un aumento di capitale, la trasformazione in spa e la cessione di una quota rilevante di sofferenze.

Ma in che cosa consiste il piano del governo?

CHE COSA STUDIA IL GOVERNO PER LE BANCHE COME CARIGE, CREVAL E POPOLARE DI BARI

Nei giorni scorsi il quotidiano la Repubblica ha parlato di una norma ad hoc allo studio anche del Tesoro per consentire alle banche che intendono aggregarsi – “per un tempo limitato e dietro pagamento di un canone annuo da stabilire”, si legge nella bozza svelata dal quotidiano diretto da Carlo Verdelli – di includere nel patrimonio di vigilanza le attività fiscali differite (Dta), ossia quelle voci contabili legate a svalutazioni di crediti o di avviamenti di marchi, che erano state spalmate in 18 anni.

ECCO LE NOTIZIE DI REPUBBLICA SUL PROGETTO DEL GOVERNO

Il quotidiano ha scritto che l’esecutivo guidato da Giuseppe Conte starebbe valutando appunto una norma che permetterebbe, in caso di aggregazione, alle banche con un totale attivo sotto i 30 miliardi di euro, di computare nel patrimonio di vigilanza anche le Dta, ossia le imposte anticipate che derivano da perdite pregresse attualmente escluse dal calcolo del Common Equity Tier 1.

I DETTAGLI DEL PIANO DEL GOVERNO

Si tratterebbe di una norma finalizzata ad incentivare la fusione tra le banche con attivi di bilancio sotto i 30 miliardi. Un limite che, secondo quanto ha scritto la Repubblica, individua come rientranti nella manovra ipotizzata, “Banca Carige, Banca Popolare di Bari e le 17 popolari minori non toccate dalla riforma Renzi come Cividale, Valsabbina, Puglia e Basilicata, Ragusa”.

CHE COSA DICE IL REPORT DI EQUITA

Gli addetti ai lavori stanno giù valutando obiettivi, portata ed effetti della norma. Gli analisti di Equita Sim si sono soffermati sulle indicazioni riportate da Repubblica, sulla norma allo studio per incentiva l’M&A tra banche di medie dimensioni.

L’IMPATTO PER CARIGE

Fra le banche quotate a Piazza Affari, secondo gli analisti di Equita sim, la realtà maggiormente impattata sarebbe Banca Carige che può contare su circa 600 milioni di euro di DTA che potrebbero rappresentare un asset su cui un incumbent potrebbe fare leva per accelerare la ristrutturazione in caso di M&A.

IL CASO CREVAL (CREDITO VALTELLINESE)

Creval invece conta 15 milioni di euro di DTA non computabili, oltre a 244 milioni off-balance, visto che non superano il probability test.

I DUBBI BRUXELLESI

Gli analisti fanno notare che resta l’incognita dell’eventuale approvazione da parte dell’Unione europea, che potrebbe rendere incerto l’incentivo a realizzare acquisizioni facendo leva su questa norma.

IL RUOLO DEL PAGAMENTO DEL CANONE

Il pagamento del canone, previsto dalla bozza di norma in gestazione al Tesoro, è ipotizzato dai tecnici proprio per evitare l’accusa di aiuto di Stato da parte della Commissione europea.

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