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I bond di Cina, Russia, Egitto e Arabia Saudita saranno nel mirino Esg? Report Ft

La finanza “sostenibile” cresce grazie alla diffusione degli Esg, ma gli investitori non rinunciano ai bond di Paesi autoritari come Russia, Arabia Saudita e Cina fa notare il Financial Times

 

Dopo il dirottamento del volo Ryanair ordinato dalla Bielorussia per arrestare un giornalista di opposizione, a fine maggio, la società di investimenti tedesca Union Investment ha deciso di vendere i titoli di credito bielorussi in suo possesso per non alimentare un regime colpevole di violazioni di diritti umani. A giugno l’Unione europea ha imposto delle sanzioni verso la Bielorussia che, tra le altre cose, vietano agli investitori europei di acquistare o scambiare le nuove obbligazioni emesse da Minsk.

Queste pratiche di disinvestimento – scrivono Laurence Fletcher e Tommy Stubbington sul Financial Times – non sono nuove e non sempre hanno successo. Ma stanno crescendo, a seguito della diffusione, nel mondo della finanza, dei parametri Esg (Environmental, social and corporate governance), che “misurano” la sostenibilità ambientale, sociale e di governance di un investimento.

IL DILEMMA DEGLI ESG

L’industria finanziaria si trova ora davanti a un dilemma, secondo Fletcher e Stubbington: se gli investitori devono disfarsi dei bond bielorussi perché alimentano un regime autoritario, cosa bisogna farne delle obbligazioni emesse dagli altri paesi che non tengono in gran conto i diritti umani? Molti operatori del settore temono un crollo dei profitti, se mercati come la Russia, l’Arabia Saudita e la Cina dovessero diventare off-limits per gli investimenti.

SOSTENIBILITÀ E PROFITTI

C’è una “tensione” al centro del fenomeno ESG: la sostenibilità di un investimento dovrebbe cioè essere qualcosa da ricercare a prescindere, o è anche un fattore che riduce i rischi e garantisce maggiori profitti? Non c’è una perfetta armonia tra queste due cose. E finora le violazioni dei diritti umani e le condanne internazionali non hanno funzionato granché come disincentivo per gli investitori.

L’ARABIA SAUDITA

Il Financial Times fa l’esempio dell’Arabia Saudita, che dall’inizio del 2019 ha venduto obbligazioni internazionali per 32 miliardi di dollari, nonostante l’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi (ricondotto al principe ereditario Mohammed bin Salman, il leader di fatto del paese) e la campagna militare nello Yemen (la situazione nel paese è stata descritta come la peggiore crisi umanitaria del mondo).

LA RUSSIA

Nello stesso periodo di Riad, la Russia ha raccolto oltre 10 miliardi di dollari sui mercati internazionali con i suoi bond, nonostante l’annessione della Crimea (territorio ucraino) nel 2014.

L’EGITTO E IL RUOLO DI BLACKROCK

L’Egitto è un paese “molto popolare” tra le società che si occupano di gestione degli investimenti nei mercati emergenti, spiegano Fletcher e Stubbington. Eppure il presidente Abdel Fattah al-Sisi è noto per le incarcerazioni di massa e le violenze contro i dissidenti (il caso che coinvolge direttamente l’Italia è quello di Patrick Zaki, senza dimenticare l’omicidio di Giulio Regeni).

Le obbligazioni egiziane sono detenute in gran numero da società di investimento come BlackRock, AllianceBernstein e Crédit Agricole, che dicono di avere a cuore i fattori ESG e i diritti umani.

LA CINA

Il Financial Times parla inoltre di una crescita degli investitori stranieri nel grande mercato dei bond della Cina, nonostante la stretta sulle libertà di Hong Kong e le violazioni dei diritti umani della minoranza uigura nella regione dello Xinjiang.

IL PARADOSSO JPMORGAN

Il 34 per cento delle obbligazioni presenti nell’indice ESG EMBI Global Diversified della banca statunitense JPMorgan, molto utilizzato, sono emesse da paesi giudicati “non liberi” dalla ONG Freedom House, che si occupa di promuovere i diritti umani nel mondo.

LA RISPOSTA DEI GESTORI DI FONDI

Per allontanare le critiche di incoerenza, molti gestori di fondi sostengono che il loro lavoro consista nel generare profitti per i propri clienti, un obiettivo che diventerebbe molto difficile se escludessero tutti i paesi non rispettosi dei diritti umani. Non è loro compito, proseguono, pretendere dai governi il rispetto di questi e altri principi.

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