Economia

Bcc, ecco sfide, problemi e dimensioni ideali

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Che cosa bolle in pentola nel mondo delle Bcc e dunque anche in Iccrea e Ccb. L’intervento di Marco Bindelli, vice presidente e consigliere delegato ai rapporti con il Credito Cooperativo e le Capogruppo  del Banco Marchigiano-Credito Cooperativo

Due interviste pubblicate su Il Sole 24 Ore, rispettivamente il 26 e il 30 aprile scorsi, hanno riaperto l’antico dibattito sulla dimensione ideale delle banche europee ed italiane in particolare.

Dapprima, Sergio Ermotti, amministratore delegato di Ubs, la maggiore banca svizzera con qualche problema fiscale in Francia, ha sentenziato che il problema principale del settore bancario sia oramai divenuto il “too small to survive”, ossia banche troppo piccole per sopravvivere, e, successivamente, Camillo Venesio, Ceo (Chief executive officer) della storica Banca del Piemonte che vede chiudere il 150esimo bilancio in utile, il quale ha replicato sostenendo che “non è vero che per le piccole banche non c’è futuro, basta che siano gestite bene, così come accade per le grandi o le medie”.

LA POSIZIONE DELL’AD DI UBS

La posizione del Ceo della banca elvetica, in riferimento ad una ipotetica aggregazione con Deutsche Bank nel risparmio gestito (asset management), si fonda sul principio delle economie di scala, cioè sulla relazione esistente tra l’aumento dei volumi e la riduzione dei costi.

L’Ad di Ubs, senza analizzare le cause che hanno portato la banca tedesca ad avere necessità di aggregarsi, dimentica, tuttavia, che esiste anche un altro principio di economia che fa riferimento alle c.d. diseconomie di scala che descrivono gli incrementi di costo all’aumentare della dimensione aziendale.

LA POSIZIONE DEL CEO DI BANCA DEL PIEMONTE

La teoria di Venesio si basa invece sulle evidenze empiriche, le quali dimostrano l’esistenza di “banche forti e problematiche a qualsiasi livello, grande medio o piccolo”, e sulla qualità della governance della banca stessa.

Correttamente, l’Ad della Banca piemontese riconosce l’importanza, sia della dimensione quale elemento competitivo in un mercato (quello europeo) in cui la regolamentazione appare sempre più stringente ed uniforme per tutti gli enti creditizi (a prescindere dai volumi intermediati), sia del principio di proporzionalità, sostenuto anche dalla Banca d’Italia, che, di fatto, viene sistematicamente ignorato. Nel contempo, Venesio individua, quale soluzione per le banche di piccola dimensione, la possibilità di stringere accordi di rete o di iniziative consortili; nel caso delle Banche di credito cooperativo (Bcc) la soluzione dovrebbe essere rappresentata dai nuovi Gruppi bancari cooperativi costituiti allo scopo di rendere efficienti e competitive le Bcc, mentre per le Popolari si stanno studiando ipotesi similari, sempre finalizzate alla riduzione dei costi delle banche di minore dimensione.

LA REALTÀ DELLE BCC

Le evidenze empiriche dell’ultimo decennio circa gli esiti andamentali delle Bcc danno indubbiamente ragione al Ceo della Banca piemontese.

È pacifico, infatti, che il livello medio di patrimonializzazione registrato dal sistema del credito cooperativo, che generalmente rappresenta l’universo delle piccole banche locali, è normalmente superiore a quello rilevato dal resto del sistema bancario italiano.

Ma è soprattutto la forte variabilità o dispersione rispetto al valore medio, ossia la presenza di piccole (o piccolissime), medie e grandi Bcc forti e sane di fianco ad altrettante piccole (o piccolissime), medie e grandi Bcc messe molto male, a testimoniare la validità della tesi sostenuta da Camillo Venesio.

LA REGOLAMENTAZIONE BANCARIA DEGLI STATI UNITI

È già stato accennato qui il paradosso, evidenziato compiutamente dal prof. Rainer Masera (Community Banks e banche del territorio: si può colmare lo iato sui due lati dell’Atlantico?, Ed. Ecra, febbraio 2019), dell’attenzione posta dal regolatore americano (a differenza di quello europeo in cui operano molte piccole e medie imprese) nei confronti delle banche medio-piccole e nella necessità di prevedere regole e norme differenziate a seconda delle dimensioni dell’ente creditizio vigilato.

Questo l’estratto in cui il prof. Masera (pag. 19) afferma che “attenzione dovrebbe essere posta anche sulla creazione di condizioni competitive, eliminando le distorsioni create nel tempo e ancora presenti per la sostenibilità di banche di comunità efficienti, più legate all’informazione soffice, ai mercati locali e alle piccole-medie imprese”.

Posizione condivisa, come si diceva, dall’Organo di Vigilanza che, a mezzo del Governatore Ignazio Visco, nella prima pagina di prefazione riservata alla suddetta opera, dice: “Le pagine che seguono argomentano, con ricchezza di dati e di riferimenti alla letteratura, in favore del principio di proporzionalità nell’applicazione della regolamentazione bancaria in Europa. In Particolare, il modello proposto è quello adottato negli Stati Uniti secondo il quale le banche sono raggruppate in classi e la severità dei vincoli regolamentari è direttamente proporzionale alla dimensione. In questo modo si eviterebbe che gli oneri necessari per adempiere agli obblighi posti dalla normativa (“le diseconomie di compliance a regole sempre più complesse”), molti dei quali hanno natura di costi fissi, producano un vantaggio, date le economie di scala, per le banche più grandi a scapito di quelle minori”.

CONCLUSIONI

Da quanto evidenziato emerge, innanzitutto, una banale considerazione: in Europa è più facile essere buon amministratore o manager di una grande o grandissima banca rispetto a chi gestisce una piccola o piccolissima banca o, peggio ancora (in considerazione dei vincoli territoriali e funzionali cui deve sottostare) se il piccolo istituto, come nel caso delle Bcc, esercita l’attività bancaria sotto forma di società cooperativa a mutualità prevalente.

La considerazione di cui sopra appare ancora più concreta e veritiera se si analizza il mercato di riferimento di ciascuna banca, nel senso che, avere dei buoni indici di performance bancari, dovrebbe risultare molto più agevole quando, come nel caso di Ermotti, si opera in Svizzera attraverso una grande struttura bancaria e, per giunta, nel risparmio gestito, diversamente da quanto accade, ad esempio, per le piccole Bcc ubicate in “sperduti” territori del sud (da tempo abbandonati dai grandi istituti).

Di conseguenza, basandosi unicamente sulla teoria delle economie di scala, diventa impossibile spiegare come una grande banca operante in un mercato florido e ricco possa rischiare di andare in default (come ad esempio chi opera in Germania o, per restare nell’ambito di alcune banche locali nostrane, in alcune regioni del nord Italia).

È di tutta evidenza, cioè, che i risultati di una banca, seppur influenzati da una regolamentazione uniforme che incentiva la ricerca di economie di scala, dipendono essenzialmente, come per qualsiasi impresa, dai criteri di tecnica industriale e aziendale adottati per la sua conduzione (strategie e obiettivi, analisi di mercato e concorrenziale, modelli e processi organizzativi, meccanismi operativi e distributivi, tecnologie, prodotti e servizi, efficienza, efficacia e competitività, marketing, controllo di gestione, ecc.), oltre che da quelli di onorabilità e professionalità, i quali assumono particolare rilievo proprio per un’azienda di credito.

In sintesi, pur in attesa dell’auspicato principio di proporzionalità, la capacità di produrre risultati positivi in un’azienda bancaria (così definita con l’emanazione del D.Lgs. 1° settembre 1993, n. 385, c.d. Testo unico bancario) dipende principalmente dalla qualità di amministratori, manager e sistemi di controllo, ossia dalla sua governance, intesa, appunto, quale insieme di principi, regole e procedure che interessano la gestione e il governo di un’azienda.

Inoltre, il mancato ricorso ai corretti strumenti di tecnica aziendale e industriale, come si è già avuto modo di dire in altre circostanze, spiega anche il fallimento di molte fusioni bancarie (spesso) basate unicamente sul presupposto della ricerca di economie di scala (vedasi, da ultimo, le nozze mancate tra Deutsche Bank e Commerzbank) o sul tentativo di “salvare” banche in crisi.

Appare, quindi, agevole concludere che, nonostante l’attuale regolamentazione bancaria europea favorisca la grande dimensione, affinché le economie di scala non si trasformino in diseconomie, sono richieste meritocrazia, professionalità e competenze (identificabili nella conoscenza e capacità di applicazione delle migliori tecniche aziendali ed industriali), oltre al possesso di sani principi etici e morali (onorabilità e professionalità).

Per quanto concerne, infine, la governance dei neonati Gruppi bancari cooperativi l’auspicio è che questi, quanto meno per non risultare in contrasto con la normativa primaria e secondaria (oltre che con il contenuto dei contratti di coesione), non tentino di emulare i normali gruppi bancari nella ricerca della redditività fine a sé stessa, ma perseguano, con autorevolezza e senza quell’autoreferenzialità che ha caratterizzato il sistema negli ultimi decenni, i principi mutualistici e localistici che devono contraddistinguere il credito cooperativo, rendendo efficienti e competitive le Bcc affiliate.

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