È battaglia legale per Netflix in Italia.
Con la sentenza n. 4993, emessa il 1° aprile 2026, il Tribunale di Roma ha accolto l’azione promossa da Movimento Consumatori contro Netflix Italia, dichiarando illegittimi alcuni aumenti unilaterali applicati agli abbonamenti dal 2017 al 2024. La decisione riguarda i clienti che hanno sottoscritto l’abbonamento prima di gennaio 2024, inclusi gli ex abbonati. La sentenza stabilisce che ogni abbonato ha diritto a una riduzione del prezzo di abbonamento corrente, al rimborso delle somme indebitamente pagate (fino a 500€ per utente Premium e 250€ per utente Standard) e, ove applicabile, a un risarcimento.
La società con sede a Los Gatos ha annunciato ricorso e intende chiedere anche la sospensiva della sentenza.
Secondo gli ultimi dati dell’Agcom, nel terzo trimestre del 2025, Netflix contava 8,3 milioni di utenti, mentre gli abbonati erano 5,4 milioni nel 2025.
Con questa sentenza, “l’Italia ha appena fornito a tutta Europa un modello legale già pronto e su cui fare leva” ha commentato su Linkedin, Maurizio Martinoli ceo di Elevo, venture builder per il trasferimento tecnologico. Dall’altra parte “Una sentenza da Black Mirror” secondo Carlo Alberto Carnevale Maffè, economista e docente di strategia aziendale dell’università Bocconi e della Sda Bocconi school of management che in un post su Substack analizza la sentenza “secondo i parametri dell’economia e della teoria dei mercati concorrenziali” e “ne evidenzia la profonda problematicità e i potenziali effetti distorsivi”.
Tutti i dettagli.
LA SENTENZA DEL TRIBUNALE
Il Tribunale di Roma ha dichiarato nulle le clausole che consentivano la modifica unilaterale dei prezzi degli abbonamenti e di altre condizioni contrattuali dal 2017 al gennaio 2024, in violazione del Codice del consumo per mancanza di giustificato motivo.
Queste clausole, in violazione del Codice del consumo, consentivano infatti modifiche senza indicare nel contratto un giustificato motivo. Di conseguenza, per la sentenza risultano illegittimi gli aumenti unilaterali degli abbonamenti applicati da Netflix negli anni 2017, 2019, 2021 e novembre 2024 (ad eccezione degli aumenti relativi a contratti stipulati successivamente al gennaio 2024).
I CLIENTI COINVOLTI
Secondo quanto stabilito, possono essere coinvolti i clienti che hanno sottoscritto un abbonamento Netflix prima di gennaio 2024 e hanno poi subito gli aumenti di prezzo contestati. La platea comprende anche gli ex abbonati, se avevano un contratto rientrante in questo perimetro.
LE MOTIVAZIONI DELLA CORTE
Il nodo principale della vicenda riguarda le modalità con cui sono stati applicati gli aumenti. Secondo quanto sostiene il Movimento Consumatori e quanto riconosciuto dal giudice in primo grado, Netflix avrebbe applicato per anni aumenti unilaterali senza inserire nei contratti una clausola richiesta dal Codice del consumo per giustificare il motivo dell’aumento.
Tale clausola, secondo l’associazione, sarebbe stata introdotta solo nei contratti a partire da gennaio 2024, elemento che ha inciso sulla valutazione di legittimità degli aumenti precedenti.
IL DIRITTO AL RIMBORSO
In base alla sentenza, ciascun abbonato avrà diritto a una riduzione del prezzo attuale dell’abbonamento, alla restituzione delle somme indebitamente pagate e all’eventuale risarcimento del danno.
Secondo i legali di Movimento Consumatori Paolo Fiorio e Corrado Pinna, gli aumenti illegittimi ammontano complessivamente a 8 euro al mese per il piano premium e a 4 euro per il piano standard: un abbonato premium dal 2017 avrebbe diritto a circa 500 euro di rimborso, uno standard a circa 250 euro. In termini di prezzi correnti, chi paga oggi 19,99 euro per il piano premium avrebbe diritto allo stesso servizio a 11,99 euro; chi paga 13,99 euro per il piano standard passerebbe a 9,99 euro. “Gli aumenti illegittimi riguardano anche il piano base che ha visto un aumento di 2 euro ad ottobre 2024′”
Inoltre, la sentenza impone a Netflix di pubblicare il dispositivo sul proprio sito e su quotidiani nazionali e di informare tutti i consumatori (inclusi gli ex abbonati) del loro diritto al rimborso.
PRONTA UNA CLASS ACTION
Non solo, in attesa di verificare se Netflix accoglierà le richieste provenienti dai consumatori, l’associazione si è mossa in anticipo pubblicando sul proprio sito un modulo che consente a chiunque abbia avuto un abbonamento alla piattaforma di esprimere interesse a partecipare a una class action.
‘Se Netflix non provvederà immediatamente a ridurre i prezzi e a rimborsare i clienti avvieremo una class action per garantire a tutti gli utenti la restituzione di quanto indebitamente pagato” ha minacciato Alessandro Mostaccio, presidente di Movimento Consumatori.
LA POSIZIONE DI NETFLIX
Di rimando, Netflix ha annunciato l’intenzione di impugnare la sentenza. “Presenteremo ricorso contro la decisione”, ha fatto sapere un portavoce. “In Netflix i nostri abbonati vengono prima di tutto. Prendiamo molto sul serio i diritti dei consumatori e crediamo che le nostre condizioni siano sempre state in linea con la normativa e le prassi italiane”, ha aggiunto.
MODELLO LEGALE FORNITO DALL’ITALIA?
Ma gli esperti si dividono sulla decisione del giudice romano.
“Il risultato potenziale è che Netflix dovrà sborsare centinaia di milioni di euro di rimborsi. E tutto questo solo in Italia, un solo paese che rappresenta solo il 2% dei 325 milioni di utenti globali Netflix” ha osservato in un post su Linkedin Maurizio Martinoli ceo di Elevo. “Intanto Germania e Spagna hanno già avviato contestazioni identiche, basate sulla stessa Direttiva UE del 1993. E i tribunali di Berlino e Colonia si sono già espressi: le clausole generiche di modifica dei prezzi sono nulle. In pratica, l’Italia ha appena fornito a tutta Europa un modello legale già pronto e su cui fare leva” ha aggiunto Martinoli.
“Chiaramente Netflix può gestire centinaia di milioni di rimborsi senza fare una piega ma il rischio principale che emerge a livello europeo (o forse globale?) è che dire a un cliente “aumentiamo il prezzo, se non ti va puoi cancellare” non equivale a consenso secondo il diritto. E tutto questo vale per ogni tipo di servizio, sia questo una piattaforma streaming, un SaaS, un operatore di telecomunicazioni. La libertà di cancellare non è libertà di accettare” ha concluso il ceo di Elevo.
IL COMMENTO DELL’ECONOMISTA CARNEVALE MAFFÈ
Di parere opposto il docente bocconiano Carnevale Maffè.
“Un’economia liberale fiorisce dove esiste certezza del diritto e dove i contratti, una volta sottoscritti liberamente, vengono rispettati (pacta sunt servanda). Intervenire a distanza di quasi dieci anni su clausole che sono state lo standard dell’industria per un intero decennio genera un clima di instabilità” ha spiegato nel suo lungo post su Substack dove analizza la sentenza del Tribunale di Roma nei confronti di Netflix. “Le multinazionali potrebbero percepire l’Italia come un mercato “ad alto rischio regolatorio”, dove le strategie di prezzo possono essere annullate da decisioni giudiziarie retroattive” ha aggiunto Carnevale Maffè.
Infine, secondo l’economista “La condanna ai rimborsi per il periodo 2017-2024 appare come una misura sproporzionata, che non tiene conto dell’enorme surplus del consumatore generato da Netflix in quegli anni attraverso l’espansione del catalogo e il miglioramento delle tecnologie di visione, per non parlare dell’inflazione”.







