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Chi è il lavoratore della Gig economy. Report Inapp

Gig Economy Rider

Che cosa emerge sulla Gig economy in Italia secondo l’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche (Inapp)

 

 

Spesso su una bici, un’auto o semplicemente davanti a un computer per svolgere un lavoro (idealmente) temporaneo e non di vitale importanza per il sostentamento, questo dovrebbe essere l’identikit del lavoratore della Gig economy.

Non però secondo la fotografia scattata dall’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche (Inapp) che nel suo policy brief “Lavoro virtuale nel mondo reale: i dati dell’Indagine Inapp-Plus sui lavoratori delle piattaforme in Italia” descrive una realtà ben diversa.

CHI SONO I LAVORATORI DELLA GIG ECONOMY

L’analisi suddivide gli intervistati in tre gruppi: persone che svolgono il lavoro per la piattaforma come attività principale, secondaria o occasionale.

Oltre i tre quarti dei lavoratori della Gig economy sono uomini, 7 su 10 hanno un’età compresa tra i 30 e i 49 anni, con i giovani tra i 18 e i 29 anni concentrati soprattutto nella categoria degli occasionali.

Si è inoltre osservato che se gli occupati delle piattaforme come attività principale presentano livelli di istruzione più elevati (dal diploma in su), gli occasionali presentano concentrazioni nei titoli di studio più bassi.

COSA FANNO

I lavoratori delle piattaforme digitali (platform worker), il cui capo spesso è quindi una app, non sono solo rider ma svolgono “un insieme eterogeneo di attività che vanno dalla consegna di pacchi o pasti a domicilio allo svolgimento di compiti on line (traduzioni, programmi informatici, riconoscimento immagini)”.

DOVE LAVORANO

Si distingue, infatti, tra web-based platforms, quelle cioè che prevedono lo svolgimento di micro-compiti svolti sul web senza vincoli di localizzazione e location-based platforms, in cui i compiti assegnati vengono svolti in una località specifica.

Secondo i dati, poco meno di due terzi delle attività riferite dagli intervistati può essere ricondotta alle piattaforme location-based, mentre il restante 35% riguarda attività svolte on line per piattaforme web-based.

Un dato significativo – sottolinea il report – che dimostra l’affermarsi anche in Italia del lavoro su piattaforma completamente on line, meno visibile e tracciabile, ma che ha raggiunto una quota di lavoratori coinvolti similare a quella dei rider.

QUANTI SONO

“I lavoratori delle piattaforme digitali – si legge nel report – sono 570.521, l’1,3% della popolazione tra i 18 e i 74 anni, ovvero il 25,6% del totale di chi guadagna tramite internet. Due terzi lavorano per piattaforme location-based, in cui i compiti assegnati vengono svolti in una località specifica, mentre un terzo svolge attività rese solamente sul web”.

Dei circa 570 mila lavoratori, 274 mila considerano il lavoro svolto per la piattaforma la loro attività principale, per 139 mila si tratta di un lavoro secondario e i restanti 157 mila dichiarano di ritenerlo occasionale, ma si classificano “in cerca di occupazione” (circa 4 ogni dieci) o “inattivi” (circa 6 ogni dieci).

COME VIENE REGOLATO IL LAVORO

“7 lavoratori su 10 – riferisce l’Inapp – hanno un contratto scritto [soprattutto in caso di attività principale, ndr] e l’11% ha un contratto da dipendente. La valutazione è in base al numero di incarichi portati a termine (59,2% dei casi) e al giudizio dei clienti (42,1%)”.

In quest’ultimo caso, riferiscono gli intervistati, “una valutazione negativa o una mancata disponibilità nello svolgimento degli incarichi comporta un peggioramento della qualità degli incarichi, con la riduzione soprattutto di quelli più redditizi o con il peggioramento degli orari di lavoro”.

L’impiego di una partita Iva caratterizza soprattutto i lavoratori con più di 50 anni e in possesso di diploma.

IL FALLIMENTO DEL MITO DELLA SHARING ECONOMY

La quota dei lavoratori che dichiara “essenziale” o “importante” il reddito derivante dal lavoro su piattaforma sale dal 49% rilevato nel 2018 all’80% del 2021 e circa la metà degli intervistati dichiara di aver scelto di lavorare con la piattaforma in assenza di altre possibilità di lavoro – sia tra gli occupati che considerano l’attività come principale che tra i lavoratori occasionali.

Questa descrizione, scrive l’Inapp, “ridimensiona fortemente il mito della sharing economy: un lavoro libero e indipendente, scelto unicamente per integrare il reddito”. Si tratta, invece, spesso di una forma di lavoro fortemente controllata, svolta nei tempi e nei modi stabiliti dalla piattaforma, per molti unica scelta in assenza di alternative occupazionali, pagata spesso a cottimo e il cui guadagno risulta importante per chi lo esercita.

Infatti, se il reddito ottenuto grazie al lavoro con le piattaforme fosse considerato del tutto marginale si tratterebbe dei cosiddetti “lavoretti”, ma se invece diventa una componente importante o essenziale del budget personale allora aumentano le preoccupazioni circa le condizioni di lavoro e la trasparenza dei criteri adottate dalle piattaforme.

COSA RESTA DA FARE

A pochi giorni dalla presentazione della proposta di direttiva della Commissione europea sulla regolazione dei lavoratori in piattaforma, conclude il report, si evidenzia quindi come per un numero consistente di persone sembrino presentarsi quelle condizioni che la Commissione Ue ha indicato come elementi fondamentali per una corretta determinazione dello status occupazionale: non lavoro autonomo, ma lavoro dipendente, con tutte le tutele e i diritti ad esso collegati.

“In tale nuovo contesto – ha detto Sebastiano Fadda, presidente dell’Inapp – fino a 5 milioni e mezzo di lavoratori digitali in Europa potrebbero essere riclassificati come lavoratori subordinati, usufruendo così di alcuni diritti fondamenti (tra cui salario minimo, orario di lavoro, sicurezza e salute sul lavoro, forme di assicurazione e protezione sociale) finora negati”.

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