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Circolare

Cosa manca allo sviluppo dell’economia circolare. Report

Non si rintraccia una politica unificante e che possa indirizzare verso l’obiettivo dell’adozione dell'economia circolare come nuovo modello produttivo. Cosa dice il rapporto Iceps. L'intervento di Alessandra Servidori

 

Senza alcuna pretesa di completezza, il nostro gruppo interistituzionale associativo ICEPS (Piattaforma italiana degli attori per l’economia circolare) ha redatto un Rapporto che raccoglie numerose misure di sostegno collegabili direttamente o in via mediata allo sviluppo dell’economia circolare, sia a livello comunitario che nazionale.

Il rapporto si pone un duplice obiettivo. Il primo è di descrivere gli strumenti economici esistenti concepiti per favorire la transizione circolare. Il secondo è di evidenziare alcune criticità che, se superate, potrebbero rendere maggiormente efficiente il loro utilizzo allo scopo di promuovere la circolarità.

ECONOMIA CIRCOLARE: UN QUADRO POCO COERENTE

L’impressione che questa rassegna ci consegna, tuttavia, non è di un quadro coerente. Come nel gioco dello Shangai, gli elementi ci sono tutti, ma in disordine e confusi: non si rintraccia una politica di fondo unificante e che possa indirizzare verso l’obiettivo dell’adozione della circolarità come nuovo modello di produzione e consumo; e questo appare più vero in particolare se si analizzano le misure nazionali.

Ciò induce ad alcune riflessioni. La prima riflessione è che sembra che l’economia circolare non sia stata ancora compresa nella sua reale portata innovativa e sinergica rispetto alle altre sfide della transizione ecologica e digitale. Da una parte, anche in documenti programmatici, l’economia circolare viene associata ad altri ambiti (ad es. nel PNRR insieme all’agricoltura sostenibile, nei BTP GREEN alla prevenzione e controllo dell’inquinamento) quasi a segnalare una mancata dignità di area da promuovere in quanto tale, anche alla luce dei pochi fondi assegnati. Dall’altra, un numero crescente di analisi rivela per contro il valore aggiunto delle pratiche di economia circolare anche per la lotta ai cambiamenti climatici e alla perdita di biodiversità, come anche si evidenziano opportunità occupazionali e di coinvolgimento attivo delle comunità: ma anche da questo punto di vista si palesa una scarsa movimentazione di risorse per stimolare un cambiamento strutturale in tal senso.

La seconda riflessione è dunque proprio quella sulle risorse specifiche – e non generiche ossia attribuite nel quadro delle misure volte a supportare la sostenibilità – destinate allo studio e alla implementazione di soluzioni di economia circolare e se possibile bio-circolare. Infatti, per una concreta messa a terra devono essere studiati aspetti inter-funzionali lungo tutte le catene del valore delle diverse attività economiche. Deve emergere, cioè, che è essenziale non dare solo attenzione, secondo una visione tradizionale, alla parte finale della filiera, quella relativa al fine vita ed alla gestione dei rifiuti, bensì impostare una strategia che ragioni a monte ed in modo sistemico, attraverso strumenti idonei a favorire ad esempio l’eco-design, il riuso degli imballaggi e la responsabilità estesa del produttore.

L’ECONOMIA CIRCOLARE È UNA LEVA STRATEGICA E INDUSTRIALE

L’economia circolare viene dunque vista ancora come qualcosa per risolvere un problema di tipo ambientale piuttosto che come una leva strategica di politica industriale e commerciale. La SNEC in questo senso sembra fare un passo avanti, ma con eccessiva timidezza, ponendo degli obiettivi temporali troppo dilatati anche per incentivi e misure economiche che andrebbero implementate molto rapidamente e che solo in piccola parte sono stare inserite nel cronoprogramma.

Le urgenti e sostanziose risorse richieste dalla transizione circolare devono poi accompagnarsi alla creazione di un sistema di monitoraggio delle misure che vada oltre le statistiche sugli stanziamenti e preveda altri indicatori di efficacia delle politiche implementate. È necessario integrare la sola valutazione ex ante con valutazioni ex post, per verificare il successo di una misura ed eventualmente porre dei correttivi al fine di renderla più efficace. È, ad esempio, il caso del provvedimento a favore della vendita di prodotti alla spina o sfusi, opportunità colta solo in minima parte e che potrebbe dare maggiore riscontro se associata ad una più idonea campagna informativa.

LA PLASTIC TAX

Un’ulteriore considerazione riguarda la ritardata adozione di alcuni strumenti che sembrano essere senza controindicazioni (no regret). È il caso di alcuni strumenti quali il deposito cauzionale o la plastic tax, che però non possono prescindere dal supporto di strumenti informativi per regolamentare il sistema e renderlo trasparente, attraverso forme di certificazione standardizzate e riconosciute da organismi terzi ed istituzionali che ne assicurino la mancanza di effetti perversi e negativi su altre sfere della sostenibilità (salute umana, ambiente in senso esteso, ecc.). Se intraprese, è facile prevedere la loro funzione di stimolo ad adottare comportamenti virtuosi da parte dei consumatori, che così si sentirebbero ancor più protagonisti del cambiamento attraverso modifiche nelle loro preferenze verso processi di consumo e scelte di prodotti circolari e sostenibili. Questo passa anche attraverso incentivi a forme di consumo condivise (sharing) e orientate all’acquisto del servizio anziché del prodotto (pay-per use, renting/leasing).

Le risorse possono essere di varia natura e certamente è fondamentale prevedere un sistema coerente di strumenti ed incentivi. L’obiettivo finale deve essere quello di stimolare l’innovazione e creare un mercato competitivo, per rendere i processi e i prodotti circolari la scelta più economicamente conveniente sia per le imprese sia per le famiglie.

LA COMPETITIVITÀ

Per quanto concerne la competitività dei prodotti circolari, ciò richiede anche la creazione delle regole e delle condizioni alla base di un efficiente mercato delle materie prime secondarie per le diverse filiere e materiali, superando gli ostacoli regolamentari, economici e tecnici esistenti (si veda il recente rapporto dell’Agenzia Europea dell’Ambiente Investigating Europe’s secondary raw material markets).

Per quanto riguarda gli investimenti, va accolto con soddisfazione l’impegno a favore di iniziative intraprese, con una molteplicità di strumenti, da parte degli istituti di credito. La cooperazione tra settore privato e settore pubblico è la giusta chiave per mobilitare le risorse economiche, umane e tecnologiche verso obiettivi condivisi. Tuttavia, lo stanziamento di fondi rimane ancora marginale rispetto al potenziale fabbisogno da parte del sistema imprenditoriale e va ulteriormente incoraggiato, come strategico è supportare le imprese a rappresentare correttamente il proprio profilo di sostenibilità in generale e in particolare il loro livello di adesione al paradigma dell’economica circolare nonché i piani di transizione che vorrebbero veder finanziati che devono essere credibili e orientati agli obiettivi stabiliti dal legislatore e le migliori prassi in uso.

Sicuramente la proposta di nuovi criteri per gli investimenti anche negli ambiti finora non coperti dalla tassonomia UE per la finanza sostenibile, tra i quali l’economia circolare, potrà essere strumentale allo scopo68 . Infatti, gli attori finanziari sono e saranno sempre più incentivati a rendicontare il loro supporto finanziario sia alle attività già di per se sostenibili (finanza sostenibile in senso stretto) sia a quelle che hanno un piano di avvicinamento alla sostenibilità (finanza di “transizione”).

Da non sottovalutare, oltre ai piani di transizione, i cosiddetti piani di “remediation”, volti a superare problematiche di non-sostenibilità, come ad esempio la presenza di elementi che non permettono il rispetto dei criteri di non arrecare danno significativo previsti dalla Tassonomia.

Per tutto quanto sopra accennato in tema investimenti, è fondamentale una collaborazione tra attori finanziari e non finanziari. In particolare, per le PMI è fondamentale il ruolo dei rappresentanti delle diverse categorie produttive anche a livello locale che sono probabilmente nella posizione migliore per individuare concreti percorsi di economia circolare del tessuto produttivo che rappresentano.

Il gruppo di lavoro ripone però alcune speranze nei provvedimenti comunitari in itinere relativi agli imballaggi e all’ecodesign come anche nella tempestiva applicazione del cronoprogramma SNEC, perché dopo questi nuovi corpi normativi sarà difficile sfuggire alla definizione di una politica industriale coerente e che adotti la circolarità come uno degli atout fondamentali per lo sviluppo sostenibile e per l’adozione di nuovi e più competitivi modelli di business.

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