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Come si schierano Usa, Russia e Cina in Medio Oriente

Medio Oriente

L’intervento di Daniela Coli

 

Gli Accordi di Abramo di Trump dovevano far scomparire i palestinesi. Anzi dall’inizio della prima Guerra del Golfo (1991) e dopo le guerre americane di questi vent’anni in Afghanistan e in Iraq i palestinesi sembravano spariti dalla faccia della terra.  I razzi da Gaza e i bombardamenti israeliani su Gaza, zona densamente popolata per cui le vittime civili sono centinaia, hanno riportato in primo piano una questione che sembrava scomparsa. Israele è protetta dagli Usa: Obama ha regalato a Israele l’Iron Dome e gli Usa danno a Israele oltre 3 miliardi di dollari annui in aiuti militari, più l’aiuto diplomatico, di intelligence e ideologico. L’italiano medio non sa che i sionisti combattevano in Palestina fin dal 1932 contro i britannici che governavano la Palestina, né conosce la Nabka, l’espulsione dei palestinesi dalle loro case e terre. Un’operazione che Benny Morris, storico israeliano, giustifica poiché necessaria per la nascita dello stato di Israele. I neocon, gli ideologi delle guerre contro l’Afghanistan e l’Iraq, ispirati da Leo Strauss, un filosofo ebreo americano perfino contro la democrazia, e Bernard Lewis, ex spia britannica, passata agli Usa, teorico dello scontro di civiltà, hanno diffuso la cultura dell’Islam come barbarie, molto utile a Israele, considerato l’avamposto dell’occidente in Medio Oriente dai sostenitori dello stato ebraico.

Trump ha accordato a Israele Gerusalemme capitale e Biden l’ha confermata. Biden non è diverso da Trump: ribadisce che Israele ha diritto di difendersi, ma non affronta il problema degli insediamenti israeliani sui territori occupati dal 1967, né della condizione in cui vivono in Israele i palestinesi e gli arabo-israeliani.

Gli accordi di Abramo sono saltati, tranne che per il Marocco a cui è stata riconosciuta da Trump la sovranità sul Sahara occidentale in cambio dell’alleanza con Israele. La situazione in Medio Oriente però sta cambiando. Un lungo articolo di Kristian Coates Ulrichsen sull’Arab Center Washington DC ci informa di quanto stiano cambiando i rapporti tra Arabia saudita e Iran attraverso i colloqui di Baghdad favoriti dal premier iracheno Mustafa al Kadhimi. Il principe della Corona Mohammed bin Salman (MbS) era già frustrato dagli Usa di Trump perché quando l’oleodotto saudita fu attaccato a maggio e giugno 2019 e poi missili e droni aggredirono gli impianti di lavorazione del petrolio di Abqaiq e il giacimento petrolifero di Khurais, Trump disse che non erano stati attaccati gli Usa, mentre per l’uccisione di un appaltatore americano il presidente statunitense con l’aiuto del Mossad fece uccidere Soleimani.

Trump ha separato gli interessi americani da quelli degli stati del Golfo e ciò ha scioccato i sauditi che non possono più fidarsi dell’ombrello americano. Tutto il comportamento degli Stati Uniti in occasione dell’uccisione di Khashoggi ha ulteriormente irritato MbS, perché non c’è stata la stessa condanna dei media Usa per l’uccisione del generale iraniano Soleimani, né la Cia ha rilasciato documenti sul ruolo di Trump nell’assassinio di Soleimani. Gli stati del Golfo sono cambiati dopo l’uccisione di Soleimani e l’escalation delle tensioni Usa-Iran. Gli Emirati avevano contattato l’Iran nel luglio 2019 per chiarire che non volevano una guerra e MbS inviò suo fratello a Washington per chiarire che i sauditi volevano una de-escalation. Soleimani, ucciso all’aeroporto internazionale il 3 gennaio 2020 da Trump, avvalora la tesi del premier iracheno che fosse a Baghdad per consegnare un documento iraniano per attenuare le tensioni con i sauditi.

Biden ha trattato da pariah l’Arabia saudita durante la campagna elettorale, forse perché sapeva dei colloqui con gli iraniani.  Il premier iracheno Mustafa al Kadhimi, che piace agli US ma è stato votato anche alle milizie filoiraniane in Iraq, ha favorito i colloqui tra sauditi e iraniani, scoperti dal Ft solo il 9 aprile. É ovvio che nuovi rapporti tra Iran e Arabia Saudita (MbS parla di una relazione speciale tra sauditi e iraniani) porteranno tranquillità nella regione, forse la pace in Yemen, e non ci saranno scuse per gli Stati Uniti per mantenere l’occupazione dell’Iraq: il premier iracheno vuole che non lascino basi in Iraq. Gli stati del Golfo si sono riavvicinati e si sono mobilitati a sostegno della leadership saudita. MbS sarà sicuramente re. In generale un nuovo clima di distensione, che coinvolge anche la Turchia, anima il Medio Oriente.

Una situazione di tranquillità nella regione può condurre anche a una soluzione dell’annoso conflitto israeliano-palestinese. Da notare che la Cina, in genere molto cauta a prendere posizione nei conflitti, ha condannato i bombardamenti israeliani provocando l’ira di Netanyahu. É ovvio che i rapporti con Israele non saranno più come prima e la Cina ha scelto consapevolmente questa situazione. Anche la Turchia che ha governato la Palestina dal 1517 al 1918 ha cambiato posizione, offrendo un trattato marittimo a Gaza e la sua protezione. Visto che la Turchia ha la prima flotta del Mediterraneo, non è un’offerta da poco. La Turchia ha anche fatto richiesta di partecipare alla politica di difesa Ue di Pesco e ha avuto una risposta positiva perché, secondo Faz, ciò porterebbe a una normalizzazione dei rapporti tra Turchia, Grecia e Cipro.

Putin ha un buon rapporto con Netanyahu, ma ciò fa parte dello stile diplomatico russo: essere amici di tutti, alleati di nessuno. É però indubbio che la Russia abbia rapporti preferenziali col mondo arabo, in quanto produttore di petrolio e per il ruolo esercitato in Siria.

É scontato che Hamas fosse consapevole della violenta reazione israeliana su Gaza, ma i razzi di Hamas, le rivolte degli arabi israeliani, lo sciopero dei palestinesi a Gerusalemme est vanno inseriti in questo nuovo contesto mediorientale.

Gli Stati Uniti non sono stati capaci di risolvere il conflitto israeliano-palestinese, né di chiedere a Israele di cessare gli insediamenti sui territori occupati e di cambiare comportamenti con palestinesi e arabo-israeliani.

Biden ha rifiutato la risoluzione francese all’Onu per un immediato cessate il fuoco tra palestinesi e israeliani, lasciando la decisione a Netanyahu. Una scelta che mina il ruolo di negoziatore degli Usa e la politica estera dei diritti umani inaugurata dalla nuova amministrazione, mentre il Medio Oriente sembra si stia rimodellando.

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