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Che cosa penso del “manifesto politico” di Urbano Cairo. L’opinione di Polillo

Il commento di Gianfranco Polillo

 

Tempismo perfetto. O quasi. La lunga intervista di Urbano Cairo al Foglio esce nel giorno in cui l’intero ceto politico italiano ha deciso di fare harakiri. Seppure per ragioni e motivi diversi, tutti i vari personaggi (Salvini, Di Maio, Renzi e Zingaretti) hanno giganteschi scheletri negli armadi che dovranno mostrare agli italiani quando, prima o poi, saranno chiamati alle urne. Sempre che questa noiosa incombenza democratica non sia sostituita dal click di uno smartphone collegato alla rete Rousseau. Ma finché questo non avverrà, ci sarà modo di tradurre quel malessere profondo, che serpeggia nella pancia della società italiana, nelle conseguenti valutazioni.

L’intervista di Cairo ha il vantaggio di essere rilasciata da un uomo normale. Indubbiamente di successo, quale si è dimostrato essere nella sua professione. Ma non dissimile dai discorsi che si possono ascoltare in qualsiasi ambiente borghese. Nessuna miracolosa promessa, né fughe in avanti verso continenti misteriosi. Solo osservazioni di buon senso sulle cose che si possono e si dovrebbero fare, tenendo conto della complicata situazione italiana. “Come fai a tenere insieme – fa osservare – flat tax, quota 100 e reddito di cittadinanza?”. Che sembra una domanda retorica, ma è stata l’osservazione ricorrente udita nei bar, negli uffici ed in qualsiasi altro posto di questo straordinario Paese. Solo Palazzo Chigi riteneva che la soluzione di quest’assurda equazione fosse possibile.

La verità è che l’Italia ha bisogno di uomini normali. Non di promesse fantasmagoriche, che poi non possono essere mantenute. Nemmeno di mosche cocchiere che vorrebbero insegnare al mondo nuove religioni. Come quella della “democrazia diretta”. Oppure di un ritorno indietro a quelle culture del ‘900, che hanno lastricato le vie dell’inferno. Dobbiamo guardare avanti. Sapere che dal perimetro dell’Europa non si può fuggire salvo cadere in un grande buco nero, che ci risucchierà verso il nulla. Quindi grande concretezza nella valutazione dei rapporti di forza, ma nessuna concessione al paternalismo un po’ peloso di tutti questi anni.

In Europa si deve e si può discutere per difendere i sacrosanti diritti nazionali. Ma bisogna essere all’altezza della sfida. Conoscere il perimetro di gioco: quella legislazione complessa e farraginosa, ma che, nelle pieghe, nasconde via di fuga in grado fare uscire il Paese dalle secche di una politica economica inconcludente. Possibile che non ci renda conto che i dieci anni, che sono alle nostre spalle, hanno determinato un impoverimento generale, ma, al tempo stesso, hanno fatto aumentare il rapporto debito-Pil lungo una spirale esplosiva?

Se questo è successo, la diagnosi è semplice. Le terapie che ci sono state suggerite e che l’Italia ha accettato supinamente, erano sbagliate. Questo significa, forse, ipotizzare una fuoriuscita dall’euro? Sarebbe cadere dalla padella alla brace. Chi lo sostiene o lo ha sostenuto in passato e che oggi occupa posti di rilievo in Parlamento, non ha certo aiutato Matteo Salvini nello stretto passaggio che divide la ricerca del consenso dalla difficile arte del governo. Critica esplicita di Urbano Cairo, che ci sentiamo di condividere. “Matteo Salvini – ha detto senza troppi giri di parole – è perfetto per le campagne elettorali, ha portato il suo partito dal 4 al 34 per cento (…) ma governare è un’altra storia”.

Nella lunga intervista non vi sono facili ricette. Per il semplice fatto che non esistono in natura. Meglio guardare in faccia la realtà. “Ritengo che alla gente – aggiunge – vada raccontata la verità: il momento è complicato, l’economia è in stagnazione, spirano venti di recessione a livello globale. Dobbiamo rimboccarci le maniche e lavorare sodo”. Niente di più impolitico rispetto agli stereotipi che circolano in questi giorni. Tanti Superman pronti a giurare di essere in possesso della pietra filosofale. Che trasforma il piombo in oro. Ma la vera differenza è proprio questa.

Forse è giunto il momento di tirare una linea di confine. Da una parte i venditori di fumo, gli audaci del nulla, i teorici dell’”uno vale uno”, dall’altra quella massa di popolo che vive, giorno dopo giorno, i disastri di cui non sono responsabili. Un’opzione possibile? Gli elettori li puoi illudere una volta sola. Puoi fare appello al rancore sociale. Ma se poi non sei in grado di rimettere in moto le lancette dell’orologio, il momento della verità giunge puntuale, portando in superficie il fondo limaccioso, com’è evidente nel decorso di questa crisi, di un atavico opportunismo. Seppure motivato dal richiamo che Annibale è alle porte.

Questi sono quindi i temi di fondo. Preannuncio di una discesa in campo? L’interessato smentisce. Ma conta poco. L’Italia è ad un giro di boa, dopo aver sperimentato tutto quello che era sperimentabile. In un contesto internazionale che si preannuncia ben più sfavorevole rispetto al passato. Le vecchie minestre riscaldate erano già indigeste, quando esistevano margini, che la politica non è stata in grado di sfruttare. Figuriamoci domani. Forse non sarà un uomo a sciogliere un nodo così complicato. Ma contano le idee di un rinnovato realismo, su cui poter costruire un’alternativa, per fermare il possibile declino.

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