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Bannon e Dugin? Gemelli diversi, ma non troppo

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Il post di Filippo Onoranti, blogger di Start Magazine

L’Europa, come istituzione culturale prima che come organismo politico, assiste all’espansione (che in un mondo finito è necessariamente anche una aggressione) della coincidentia oppositorum tra le destre populiste. Qualche giorno fa su Start Magazine Gianni Bessi si domandava cosa potesse fare l’Europa davanti alle iniziative di “ideologi accaniti”.

Russia e Usa, alimentandosi con strategie avversarie tra loro, si oppongono su piani che convergono nel fare del liberalismo europeo un limite da superare. Ad un loro avanzamento non può che corrispondere una equivalente decostruzione delle istituzioni del vecchio mondo. Come in una manovra a tenaglia procedono da oriente e da occidente mentre gli itinerari di questa espansione sono delineati rispettivamente Bannon e Dugin. Un dato che sta emergendo è l’assenza di alternative organizzate ed efficaci a queste manovre culturali.

Sul primo tra i due si è già avuto modo di riflettere; il dinamismo e la brevità pragmatista – tutta americana – che ne caratterizzano il pensiero aiutano a decifrarne i progetti. Sul versante opposto, Alexander Dugin è invece un filosofo quasi continentale, che non lascia al caso alcun dettaglio del suo pensiero ed offre a chi voglia avventurarsi tra le insidiose pieghe del discorso politico un’analisi spietata sull’avvenire delle istituzioni liberali.

Dugin non va per il sottile e battezza “quarta” la sua teoria politica con un esplicito attacco alle fondamenta del liberalismo, il quale non può che produrre per il filosofo – degenerando inesorabilmente – fascismi o comunismi.
 Come può un acuto intellettuale e profondo conoscitore della politica e della filosofia che alla politica soggiace, schierarsi apertamente contro l’architrave dell’occidente: il liberalismo appunto?

Se il fondamento di questa teoria politica è la tutela del diritto umano di libertà, Dugin afferma che in realtà ne testimoni un solo aspetto: quello negativo, la cosiddetta “libertà-da” definita per la prima volta dall’empirista inglese Hobbes (nel De Cive) come “quella parte del diritto naturale che viene rilasciata ai cittadini in quanto non è limitata dalle leggi civili”. Non a caso è prevista proprio da uno dei più espliciti teorici della dittatura, e Dugin la concepisce come stendardo “del più rigido nihilismo”, poiché lascia uno spazio di possibilità aperto ma vuoto. Una simile libertà solo esteriore è autoreferenziale al punto da essere resa inefficace dalla struttura che nasce per tutelarla: gli stati liberali.

Inoltre si caratterizza per una pratica fortemente totalitaria (e dunque contraddittoria). Si è infatti “liberi di essere liberali”, ma qualsiasi alternativa viene demonizzata; così come negli stati totalitari si difende la libertà di essere filo-regnanti, mentre si accusano di tradimento tutte le forme di opposizione (che sono invece la struttura portante della democrazia autentica). La sua teoria politica è “quarta” nel senso che mira a trascendere le forme precedenti tutte equivalentemente inclini al totalitarismo (fascismo, comunismo e liberalismo) raccogliendo la sfida del mondo “multipolare”. Il rifiuto delle visioni inclini all’omogeneizzazione o all’annullamento della differenza, si fonda su un’autentica esigenza (ed evidenza) antropologica: la molteplicità delle culture e l’impossibilità di stabilire una gerarchia tra queste. “L’eurasiatismo è una descrizione sistematica di un mondo futuro, alternativo al mondo unipolare globale”.

Così la quarta teoria politica appare come un insegnamento sulla libertà che si confronta con la “versione razzista” di un globalismo totalitario incarnato nell’egemonia dell’occidente. Una conseguenza del liberalismo – osservato ante litteram anche da Hegel nel passaggio dalla famiglia alla società civile – è la distruzione di qualsivoglia forma di identità collettiva, a vantaggio di una “transumanizzazione” nata dall’annullamento (dall’alto e per questo con modalità totalitarie) delle differenze.

Dugin sceglie di incamminarsi lungo questo sentiero individuando in esso un percorso inesorabile: l’istanza umana che il liberalismo distrugge è il bisogno di identità collettiva, il sentirsi parte-di. L’uomo è un animale sociale – diceva già Aristotele – e il liberalismo letto da Dugin uccide la socialità proprio in nome della libertà di essere tutti ugualmente indifferenti. Il drammatico successo dei totalitarismi nasce proprio dal saper soddisfare questo bisogno di identità, questo desiderio – umano, troppo umano – di appartenenza e di riconoscimento. Questo istinto non può essere eliminato negandolo, costituisce infatti una parte integrante della nostra umanità e muta per strisciare fuori dal nostro inconscio collettivo nelle forme più impensabili – e talvolta perniciose – come il Novecento ha tristemente insegnato (o forse non a sufficienza?).

La visione globale fa sentire tutti al centro di un universo tristemente vuoto. Siamo così liberi da non sentirci liberi di fare nulla ed andiamo alla ricerca di alternative a quei confini che tanto faticosamente abbiamo eliminato invece di comprendere. 
Maurizio Ferraris nelle sue lezioni su Kant ricorda l’esempio del filosofo di Konisberg sulla colomba, che sente l’opposizione dell’aria e dunque fatica a sbattere le ali, eppure senza questa resistenza non potrebbe levarsi in volo. Così il liberalismo per Dugin ci inserisce in un ambiente vuoto, al punto da non consentirci di diventare noi stessi e rendendo così più desiderabili di una libertà ineffabile, catene ordinate e rassicuranti.

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