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Bannon, gli Usa e Trump. Che fa l’Europa?

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Il post di Gianni Bessi a latere delle mosse di Bannon in Europa con The Movement 

Steve Bannon, come capita spesso agli ideologi accaniti, non si lascia certo demoralizzare da un licenziamento… anche se è per mano del Potus Donald Trump, che dopo averlo nominato stratega della campagna elettorale gli aveva affidato un ruolo chiave nel Consiglio di sicurezza nazionale. Ora l’ex presidente del sito di estrema destra Breitbart news ha deciso che dopo gli Usa anche l’Europa ha bisogno delle sue idee. Così sta creando una fondazione chiamata The Movement con l’obiettivo di guidare un ‘cambiamento’ populista di destra in vista delle prossime elezioni europee: il movimento coinvolgerebbe i leader della destra continentale, da Marie Le Pen e Viktor Orban per arrivare, e poteva mancare?, Matteo Salvini..

Bannon ha previsto di trascorrere il 50 per cento del suo tempo in Europa… Dietro l’operazione di marketing personale (libri, conferenze, ecc,) si nasconde qualcosa di più: un attacco al modello di società europeo – quello che Paul Krugman ha sintetizzato con European-style welfare – con le prossime elezioni europee come spartiacque di un cambiamento epocale.

Ci riuscirà? La visione di Steve Bannon non viene propagata con elaborati saggi, ma grazie a un approccio schematico diretto e disarmante. Quest’uomo “dimenticato” che fino a due anni fa era solo il boss di un sito reazionario alla periferia del potere dell’informazione americana, ha scalato i gradini del potere in puro stile ‘american revenge’: in soli pochi mesi dalla sua nomina a capo della campagna elettorale del candidato alle presidenziali più underdog della storia a stelle strisce, ha portato Trump a vincere contro i Clinton e a insediarsi alla Casa Bianca. Peccato che abbia commesso un errore fatale, scontrandosi con Ivanka Trump e Jared Kushner, la figlia prediletta e il genero del presidente – i “Jaranka” come li chiama Bannon – e si sia dovuto dimettere. Ma, appunto, non si è lasciato demoralizzare e si è riciclato come guru mondiale della destra populista, anzi del Nazionalpopulismo!

La strategia politica di Bannon si sviluppa su tre livelli, ben descritti in ‘Fuoco e Furia’, il best-seller di Michael Wolff sulla presidenza Trump. Per illustrarla gli è sempre bastata una semplice lavagna, prima ospitata nel suo ufficio della campagna elettorale e poi traslocata in quello della Casa Bianca: il primo livello è puntare sulle insidie legate a sicurezza & immigrazione per colpire il fronte interno, il secondo alza il tiro per legare la politica economica al nazionalismo e al protezionismo – dazi e lotta a Cina, Europa, o chiunque altro metta in difficoltà il concetto di America First – mentre l’ultimo si occupa della politica estera, che deve prevedere un bilateralismo a trazione USA con tutto il potere al Potus di gestire gli accordi commerciali e decidere con quali partner.

A consolidare l’influenza della cultura del nazionalpopulismo nel mondo e in particolare in Europa contribuisce il ‘gemello diverso’ di Bannon, quell’Alexander Dugin, filosofo, ideologo e professore, che con la sua elaborata e corposa IV teoria della politica è divenuto il punto di riferimento di una ‘destra’ che combatte l’Europa liberale affondando le sue radici nel nazionalismo, nell’opposizione alle conquiste della società liberali e, a corollario, anche di quelle della scienza. Con la Russia che in un mondo multipolare avrebbe il ruolo di guida dell’Eurasia, anzi dell’Impero euroasiatico, che andrebbe fondato sul rifiuto dell’atlantismo, del controllo strategico degli Stati Uniti e dei valori liberali. La sua visione politica anzi geopolitica prevede anche che la saldatura euroasiatica abbia come perni la Russia e la Germania (quella che i geopolitici russi definisco la GeRussia che Salvatore Santangelo ha ben descritto nei suoi libri): e da ciò nascerebbe la IV fase della politica mondiale. Creata la GeRussia, gli altri ‘Paesi’ sarebbero chiamati a scegliere tra un blocco euroasiatico e uno a dominio anglo-americano. Con Mosca, la III Roma, Capitale, centro economico, politico, culturale e religioso, incontro di tutte le chiese Cristiane. E con a capo uno ‘Zar’ carismatico e democratico.

E noi europei? Mai come oggi stiamo assistendo passivi a un progetto per la distruzione dell’ Europa e delle sue istituzioni, guidato da forze esterne (Russia Putin e USA Trump) in una ‘coincidentia oppositorum’ che utilizza scelte politiche e strumenti (vedi la voce social network) per minare la coesione del vecchio continente. Questa “coincidentia oppositorum” si nutre di una visione comune, quella che l’Europa è il principale concorrente sociale, politico e economico di Usa e Russia. The money never sleeps. Le forze interne (sovranismo e nazionalismo) vengono usate come maglio per martellare la base del progetto europeo, addossandole la colpa di ogni ‘crisi’.

Spero che nessuno abbia dubbi sulla validità dell’idea europea, così come anche che senza Europa ogni singolo Stato sarebbe molto più debole. Ma prendendo a prestito un parallelismo organizzativo di Richard Normann è venuto il momento di un restyling, di un rinnovamento di processo e di “prodotto” dell’Europa unita. Invece si sta temporeggiando e non si fa nulla per contrastare l’insidia della “coincidentia oppositorum” Usa-Russia, alimentando il dubbio che forse l’attacco sia tutto sommato giusto. Dato questo quadro, sono proprio le forze politiche pro Europa che contribuiscono a legittimare l’azione della “coincidentia oppositorum”.

C’è una certezza del progetto europeo. Nessun singolo Paese d’Europa può trattare alla pari con USA, Russia e Cina. E neppure con le multinazionali o le aziende Russe o cinesi di Stato, che spesso hanno un giro di affari pari a quelli dei piccoli Stati europei.

Dobbiamo convincerci che l’Europa siamo noi e non un gruppo di anonimi burocrati. Che ogni Stato, da solo, non conta nulla e che servirebbe costruire finalmente l’Europa politica dopo quella economica. Come? Cominciando a comportarci come gli avversari, andando alla ricerca di una nostra ‘coincidentia’. Altrimenti si perde!

(Editing: Paolo Pingani)

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