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Idrocarburi, da problema a risorsa nazionale? Il futuro del petrolio e del gas

di

dipendenza energetica

Il settore upstream in Italia ha una forte tradizione industriale, una notevole competenza tecnologica ed una presenza internazionale di elevato livello, riconosciuta in tutto il mondo. Stando ai dati pubblicati nel documento della Sen (Strategia energetica nazionale) il settore upstream in Italia conta 120 società attive, più di 65 mila occupati, nel 2010 un giro di affari di 20 miliardi di euro, di cui 5,5 miliardi di euro nel nostro paese, e una spesa per la ricerca e lo sviluppo di 300 milioni di euro.

L’Italia ha una forte dipendenza dall’importazione di combustibili fossili, ed allo stesso tempo dispone di riserve di gas e petrolio che potrebbero alleggerire questa dipendenza. Nel 2010, l’86% del fabbisogno nazionale è stato coperto da combustibili fossili, petrolio (46%) e gas (37%). Importiamo più del 90% degli idrocarburi di cui abbiamo bisogno: il 91% di gas e il 93% di petrolio. Per il solo gas siamo a 80 GSm3 consumati di cui circa 8 prodotti nel paese.

Dopo i paesi nordici, l’Italia dispone di riserve certe di petrolio e gas tra le più importanti in Europa, 126 milioni di Tep (920 M boe cioè barili olio equivalenti), stando ai dati del 2011, si sale a 700 milioni di Tep (5,1 G boe) considerando le riserve probabili e possibili. Per questo sarebbe utile conoscere il reale potenzialedelle risorse italiane di idrocarburi in relazione a quanto affermato dalla Sen. E inoltre capire se il nostro petrolio e il nostro gas sono di “buona qualità”, argomento questo che spesso è oggetto di contestazione di alcune associazioni ambientaliste. A questo tema è connesso anche l’argomento dei rischi e delle cautele da adottare per l’attività upstream.

Un maggiore sfruttamento delle risorse nazionali darebbe luogo a ricadute positive per la crescita economica e favorirebbe un rilancio del settore che oggi è orientato di più all’estero (è bene ricordare quanto sia stato storicamente importante la cultura dell’oil&gas in Italia, dal dopo guerra in poi, con un picco tecnologico dagli Anni ’90 sino ai nostri giorni). Oltre ad una maggiore sicurezza nazionale, produrre più gas e petrolio in Italia determinerebbe un costo più basso in bolletta per il consumatore finale, per le famiglie e le imprese, che così diventerebbero più competitive.

La Sen, che nel Marzo del 2013 ha disegnato le linee guida per un’energia più competitiva e sostenibile, sia dal punto di vista economico che ambientale, punta a rimettere in moto in Italia il settore della ricerca ed esplorazione oil&gas, per riportarlo ai livelli degli Anni ’90. Il settore, nello specifico quello della ricerca e dell’esplorazione, in Italia, è fermo da oltre dieci anni, dal 1999, anno in cui entrò in vigore la Riforma costituzionale che ridisegnò le competenze in materia tra Stato e Regioni.

Incrementare l’attuale produzione di idrocarburi portando dal 7 al 14%, in vista del 2020, il contributo al fabbisogno energetico nazionale è tra le priorità che gli ultimi Governi, compreso l’attuale, si sono dati. Tradotto in cifre vorrebbe dire investimenti per circa 15 miliardi di euro, 25 mila nuovi posti di lavoro, ed un risparmio di 5 miliardi all’anno per la riduzione delle importazioni di combustibili fossili.

L’obiettivo di implementare la produzione di idrocarburi sul territorio nazionale, per una maggiore sicurezza energetica del paese e per contribuire alla crescita economica, si coniuga con il tema della sicurezza ambientale dell’attività upstream, secondo standard internazionali. La riduzione del trasporto di idrocarburi, in particolare marittimo, contribuirebbe ad abbattere il rischio di incidenti nel Mediterraneo. A questo fine è necessaria l’introduzione delle migliori tecnologie, rispettose dell’ambiente e del suolo, settore questo dove l’Italia è leader su scala globale.

L’anno 2014 è stato un anno particolare per il settore upstream in Italia. I risultati del Laboratorio Cavone – una serie di prove sul campo e di monitoraggi di dettaglio condotti dal Ministero dello Sviluppo economico, la Regione Emilia Romagna, e la Società Padana Energia, con il patrocinio di Assomineraria – e gli esiti di uno studio commissionato ad un gruppo di esperti internazionali hanno messo in evidenza che “Non esiste alcuna correlazione tra l’estrazione di idrocarburi e gli eventi sismici che si sono verificati in Emilia Romagna nel Maggio 2012”. Lo studio e le prove in campo sono stati disposti alla luce delle conclusioni della Commissione Ichese (International Commission on Hydrocarbon Exploration and Seismicity in the Emilia Region) che stabiliva che, per escludere un legame di causa/effetto tra l’estrazione di idrocarburi nel giacimento di Cavone e il terremoto che nel 2012 colpì l’Emilia Romagna, sarebbe stato necessario avere “un quadro più completo della dinamica dei fluidi nel serbatoio e nelle rocce circostanti al fine di costruire un modello fisico di supporto all’analisi statistica”.

I risultati del Laboratorio Cavone sono stati validati dall’Ingv, Istituto nazionale geofisica e vulcanologia (e un ulteriore studio firmato da 6 accademici delle più prestigiose università americane ha suffragato questi stessi risultati) che ha dichiarato nelle conclusioni:

“Non vi è alcuna ragione fisica per sospettare che le variazioni di pressione agli ipocentri derivanti dalle attività di produzione o iniezione del Campo di Cavone abbiano innescato la sequenza del maggio 2012”.

L’attenzione alla sicurezza degli standard ambientali e l’obiettivo di raddoppiare la produzione di idrocarburi sul nostro territorio nazionale trovano spazio nell’ultimo provvedimento che il Governo in carica ha varato a Settembre scorso e che il Parlamento in questi giorni sta convertendo il legge: si tratta del Decreto Legge n. 133/2014 conosciuto ai più come “Decreto Sblocca Italia”.

Il Decreto Sblocca Italia accoglie una serie di elementi già presenti a Marzo 2013 nel documento della Sen, Strategia energetica nazionale. All’articolo 38 del decreto tutte le attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi e quelle di stoccaggio sotterraneo di gas naturale vengono definite di “interesse strategico e di pubblica utilità”.

La novità più rilevante prevista dallo stesso articolo del Decreto è l’introduzione di un titolo concessorio unico che riguarda sia la fase di ricerca che quella di coltivazione di idrocarburi. Questo tipo di novità adegua l’Italia agli standard dei paesi nordici. Il titolo concessorio unico verrà rilasciato al termine di un procedimento unico che si svolgerà nel termine di 180 giorni tramite conferenza dei servizi “nel cui ambito è svolta anche la valutazione ambientale preliminare del programma complessivo dei lavori espressa, entro sessanta giorni, con parere della Commissione tecnica di verifica dell’impatto ambientale VIA/VAS del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare” (lettera a comma 6, art. 38).

Lo stesso articolo 38 del Decreto Sblocca Italia introduce una seconda, importante, novità relativa alla ricerca e coltivazione di idrocarburi off shore “localizzate nel mare continentale e in ambiti posti in prossimità delle aree di altri Paesi rivieraschi”. Viene introdotta una norma che al fine di ricavare un gettito fiscale e di provare le migliori tecnologie in materia – sotto il controllo del Ministero dello Sviluppo economico, di concerto con il Ministero dell’Ambiente e le Regioni – consente per un periodo sperimentale di 5 anni la coltivazione di idrocarburi in mare. Il tutto subordinato alla mancanza di effetti di subsidenza sulla costa. In tal caso, se fosse appurata subsidenza derivante da attività di coltivazione di idrocarburi in mare l’autorizzazione alla sperimentazione decade.

In Italia l’attività off shore è fortemente limitata dal 2010, dall’introduzione di una serie di divieti previsti dal decreto legislativo 128/2010, che ha interdetto tali attività in molte aree off shore. Secondo il documento sulla Strategia energetica nazionale si tratta di 3,5 miliardi di euro di mancati investimenti nell’off shore.

Quali meccanismi di sicurezza si intende introdurre nell’attività di ricerca e coltivazione di idrocarburi off-shore? Come rispondere alle critiche delle associazioni ambientaliste che vedono in questo provvedimento rischi per la sicurezza e per le attività di pesca e turismo, legato a bellezze paesaggistiche e naturali? Non sarebbe opportuno introdurre un meccanismo di royalty anche per i Comuni prospicienti le aree interessate (questo meccanismo era previsto in una delle ultime bozze dello Sblocca Italia).

L’importanza di un’informazione scientifica e di una comunicazione corretta da parte del Ministero dello Sviluppo Economico (come spot televisivi di Pubblicità Progresso), delle aziende del settore, delle associazioni di categoria e ambientaliste è uno dei temi che legano il settore dell’upstream ai territori locali. Il dialogo con il territorio, se non supportato da una corretta informazione e comunicazione, diventa molto spesso uno degli elementi frenanti per lo sviluppo di questo settore. Non di rado capita di leggere sui mezzi di informazione e sul web l’accostamento tra le pratiche convenzionali di ricerca e coltivazione di idrocarburi e il fracking (tra l’altro l’articolo 38 del Decreto Sblocca Italia vieta ogni tipo di estrazione sia di shale gas che di shale oil). Sempre sul tema del dialogo con i territori sarebbe utile ricalcare la legge francese sul “débat public” o rappresenterebbe un ulteriore difficoltà verso l’approvazione dei progetti?

Inoltre, l’articolo 38 del Decreto Sblocca Italia è stato visto da alcune regioni come uno svuotamento di competenze e poteri in materia di upstream, cosicché uno degli scenari che apre l’approvazione del Decreto da parte del Parlamento è quello del ricorso alla Corte Costituzionale già annunciato o paventato da alcune regioni.

Tra gli effetti positivi del Decreto Sblocca Italia, secondo i dati di Assomineraria, un rafforzamento delle attività del settore upstream in Italia porterà a ben 18 miliardi di investimenti nei prossimi 8 anni, un aumento delle entrate fiscali e royalties di circa 3 miliardi di euro l’anno per i prossimi 25 anni.

Le aziende del settore sono interessate soprattutto a capire entro quanto tempo le regole che scaturiscono dallo Sblocca Italia saranno operative. Cosa cambia in termini di garanzie economiche, e di coperture assicurative in relazioni ad eventuali rischi ambientali connessi all’attività upstream. Quando si potranno verificare i primi risultati dello Sblocca Italia? Come si sta organizzando l’amministrazione in tal senso?

 

Fonti:

www.sviluppoeconomico.gov.it

www.minambiente.it

www.assomineraria.org

www.wwf.it

http://unmig.sviluppoeconomico.gov.it/

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