La crisi del ciclo agricolo non è finita, ma CNH Industrial vede qualche spiraglio e rivede le previsioni per il 2026. Il gruppo dei macchinari per l’agricoltura e le costruzioni controllato da Exor, la holding della famiglia Agnelli guidata da John Elkann, che controlla anche Stellantis, ha chiuso il secondo trimestre con ricavi in crescita oltre le attese degli analisti ma con utili e margini ancora in netto calo. Pur senza cambiare lo scenario di fondo, CNH ha corretto la guidance, collocando le attese nella parte più favorevole degli intervalli indicati all’inizio dell’anno, pur mantenendo una certa prudenza su un mercato agricolo che continua a soffrire prezzi bassi delle materie prime, costi elevati per gli agricoltori e un contesto commerciale ancora incerto.
PIÙ FATTURATO, MENO REDDITIVITÀ
Nel secondo trimestre i ricavi consolidati sono saliti del 2% a 4,803 miliardi di dollari, mentre le vendite nette delle attività industriali sono cresciute del 3% a 4,143 miliardi. L’utile netto è invece sceso del 35% a 141 milioni di dollari, pari a 0,11 dollari per azione, rispetto ai 217 milioni e agli 0,17 dollari dello stesso periodo del 2025. L’utile netto adjusted si è attestato a 161 milioni (-25%), mentre l’Ebit rettificato delle attività industriali è diminuito del 25% a 167 milioni, con un margine sceso dal 5,6% al 4%. In forte contrazione anche la generazione di cassa: il flusso di cassa operativo è passato da 772 a 145 milioni di dollari, mentre il free cash flow delle attività industriali si è ridotto da 451 a 150 milioni. I ricavi, tuttavia, hanno superato il consensus, che si fermava a 4,75 miliardi, mentre l’utile per azione è risultato in linea con le aspettative del mercato.
Anche il semestre conferma un quadro contrastato. Nei primi sei mesi dell’anno i ricavi consolidati sono cresciuti dell’1% a 8,629 miliardi di dollari, mentre quelli delle attività industriali sono aumentati del 2% a 7,313 miliardi. L’utile netto si è però più che dimezzato, scendendo del 57% a 151 milioni di dollari, con un utile per azione di 0,12 dollari contro gli 0,27 dell’anno precedente. L’Ebit adjusted delle attività industriali è crollato del 62% a 122 milioni e il margine si è ridotto dal 4,5% all’1,7%.
LE NUOVE STIME PER IL 2026
La revisione della guidance fotografa una situazione che resta difficile ma meno negativa di quanto la società prevedesse solo pochi mesi fa. CNH stima ora un utile adjusted per azione compreso tra 0,41 e 0,46 dollari, rispetto alla precedente forchetta di 0,35-0,45 dollari. Migliorano anche le attese sul business agricolo: le vendite sono ora previste sostanzialmente stabili rispetto al 2025, mentre in precedenza era atteso un calo fino al 5%; il margine Ebit rettificato della divisione Agricoltura sale a una forchetta del 5-5,5%, dal precedente 4,5-5,5%. Per il comparto Costruzioni le vendite sono ora viste in aumento tra il 5% e il 10%, mentre prima erano indicate stabili, con un margine Ebit adjusted rivisto all’1,8-2,3% dall’1-2% precedente. Migliora infine anche la previsione sul free cash flow delle attività industriali, atteso tra 200 e 400 milioni di dollari, rispetto ai 150-350 milioni indicati in precedenza.
Il rialzo delle stime, tuttavia, non basta a colmare il divario con le aspettative che il mercato aveva formulato all’inizio dell’anno. A febbraio, infatti, gli analisti indicavano per il 2026 un utile rettificato per azione di 0,54 dollari, valore che resta superiore anche all’estremo più ottimistico della nuova guidance di CNH.
I FRENI DEL MERCATO AGRICOLO
Le ragioni della prudenza sono sostanzialmente le stesse indicate in precedenza. A febbraio il gruppo indicava già come principale ostacolo la debolezza del mercato agricolo e della domanda di macchinari. Oggi lo scenario è cambiato solo in parte. Secondo l’amministratore delegato Gerrit Marx i risultati del secondo trimestre “dimostrano come CNH sia riuscita a mantenere la disciplina operativa nonostante il mercato agricolo resti nel punto più basso del suo ciclo”. Il gruppo, spiega, ha continuato a migliorare qualità, approvvigionamenti, efficienza operativa e consolidamento della rete dei concessionari. Secondo Marx, benché “la redditività degli agricoltori rimanga sotto pressione”, emergono alcuni segnali incoraggianti: la normalizzazione delle scorte presso i concessionari, l’invecchiamento del parco macchine e un rapporto più equilibrato tra i prezzi dell’usato e quelli del nuovo potrebbero preparare il terreno alla ripresa del ciclo.
CHI TIENE E CHI SOFFRE
L’andamento delle singole divisioni conferma però che la ripresa non è ancora arrivata. Il comparto Agricoltura ha registrato ricavi sostanzialmente stabili a 3,277 miliardi di dollari (+1%), grazie agli aumenti di prezzo che hanno compensato i minori volumi in Sud America. L’Ebit adjusted è però crollato del 35% a 170 milioni. A pesare sono stati soprattutto il calo dei volumi sudamericani, un mix di prodotto meno favorevole in Nord America ed Emea, l’impatto dei dazi, l’aumento delle spese commerciali, amministrative e di ricerca e sviluppo e il contributo più debole delle joint venture. La domanda resta debole praticamente ovunque: in Nord America le vendite di trattori sono diminuite del 16% sotto i 140 cavalli e del 17% sopra questa soglia, mentre le mietitrebbie hanno segnato un -7%; nell’area Emea la domanda è calata dell’11% per i trattori e dell’1% per le mietitrebbie; in Sud America le flessioni sono state rispettivamente dell’8% e del 29%, mentre nell’Asia-Pacifico solo i trattori hanno mostrato un aumento della domanda (+15%), a fronte di un crollo del 48% delle mietitrebbie.
Più dinamico il comparto Costruzioni, dove le vendite sono aumentate del 12% a 866 milioni di dollari grazie soprattutto al mercato nordamericano e alle consegne slittate dal primo trimestre. Anche qui, però, la redditività è peggiorata: l’Ebit adjusted è sceso del 57% a 15 milioni di dollari, frenato dall’impatto dei dazi e dall’incremento degli investimenti in ricerca e sviluppo, solo in parte compensati dai maggiori volumi e dal contenimento delle spese amministrative. In calo, infine, anche i servizi finanziari, con ricavi diminuiti del 4% a 656 milioni e utile netto in flessione del 18% a 71 milioni, penalizzati dai minori volumi in Nord e Sud America, dalla compressione dei margini e dal peggioramento delle condizioni economiche degli agricoltori, soprattutto in Brasile.




