L’amministrazione Trump sta per annunciare un accordo nucleare di ampio respiro con l’Arabia Saudita che potrebbe aprire la strada all’arricchimento del combustibile nucleare in territorio saudita.
Si tratta, scrive il New York Times che ha rivelato per primo la notizia, di un’intesa strategica che rafforza i legami tra Washington e Riad in un momento di forti tensioni con l’Iran.
L’accordo promette consistenti vantaggi economici per l’industria nucleare americana ma, allo stesso tempo, riaccende un dibattito acceso sui rischi di proliferazione, soprattutto alla luce delle ampie concessioni americane contenute nel patto.
Il contesto geopolitico
L’accordo nasce dall’esigenza di consolidare l’alleanza con l’Arabia Saudita mentre la situazione regionale resta instabile per via del confronto tra Stati Uniti e Iran.
Per l’amministrazione Trump l’intesa però rappresenta anche un’opportunità di business: si profilano infatti all’orizzonte miliardi di dollari destinati all’industria nucleare statunitense, con Westinghouse in prima linea nella progettazione dei reattori.
A differenza dell’approccio dell’amministrazione Biden, che legava la cooperazione nucleare al riconoscimento saudita di Israele, Trump ha scelto di procedere su binari separati. Dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023, e la successiva guerra scatenata da Tel Aviv a Gaza, quel percorso più ampio, che avrebbe dovuto condurre alla normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Israele e Arabia Saudita, si era infatti arenato.
L’accordo sarà formalizzato oggi e notificato poco dopo al Congresso, dove non mancano le preoccupazioni sia all’interno della maggioranza che dell’opposizione.
I contenuti dell’accordo
Il patto, noto come “1-2-3 Agreement”, permetterà all’Arabia Saudita di sviluppare un programma nucleare civile che includerà, dopo uno studio congiunto sulla fattibilità economica, la possibilità di arricchire uranio o riprocessare plutonio sul proprio suolo.
Per arrivare a questo risultato, Trump ha dovuto accettare condizioni più flessibili rispetto al passato, tra cui una limitazione parziale all’accesso degli ispettori internazionali in alcuni siti potenzialmente sensibili.
Si tratta di passi che segnano una svolta rispetto alle linee guida più rigide seguite in precedenza.
Il confronto con l’accordo con gli Emirati
Scontato è il paragone con l’intesa siglata nel 2009 dagli stessi Stati Uniti con gli Emirati Arabi Uniti.
In quel caso gli EAU accettarono ispezioni molto stringenti attraverso il Protocollo aggiuntivo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica e rinunciarono definitivamente al diritto di produrre combustibile nucleare in proprio. Quel modello divenne il cosiddetto “gold standard” della non-proliferazione proprio perché eliminava alla radice i rischi infrastrutturali.
Con i sauditi, invece, gli Stati Uniti hanno optato per un approccio meno restrittivo. L’amministrazione sostiene che le joint venture e le forme di partnership previste consentiranno comunque un controllo efficace, ma resta evidente il passo indietro rispetto ai principi delle intese negoziate e mai concluse sotto le presidenze di George W. Bush e Barack Obama.
Le preoccupazioni sulla proliferazione
Il nodo più delicato resta la possibilità, anche teorica, che la tecnologia civile venga in futuro deviata verso scopi militari.
Sia alcuni deputati e senatori americani di entrambi i partiti sia esponenti israeliani hanno espresso forti perplessità, temendo che l’Arabia Saudita possa usare il programma come base per sviluppare un’arma nucleare.
Sebbene l’accordo debba passare al vaglio del Congresso, è improbabile che venga bloccato, perché servirebbe una maggioranza qualificata per superare un eventuale veto presidenziale. Il dibattito parlamentare, però, si preannuncia molto acceso.



