Skip to content

dazi

Aggiungi Startmag.it

alle tue fonti preferite su Google

Ecco la nuova sventagliata di dazi annunciata da Trump bocciata dai suoi consiglieri

Donald Trump è pronto a lanciare nuovi dazi su decine di paesi questa settimana sostituendo il regime temporaneo del 10% in scadenza venerdì, nonostante gli avvertimenti dei suoi consiglieri sui rischi economici e le pressioni legate al caro vita (in vista delle elezioni di midterm).

Donald Trump sembra determinato a rilanciare la sua aggressiva politica di dazi doganali, con l’intenzione di imporre nuove tariffe su decine di Paesi già entro questa settimana.

Nonostante gli avvertimenti dei suoi più stretti consiglieri sui rischi concreti di nuovi shock economici simili a quelli provocati dalla prima guerra commerciale, il presidente non sembra disposto a fare retromarcia.

Nel rivelare per primo la notizia, un articolo del Financial Times evidenzia da un lato l’ostinazione di Trump nel considerare i dazi come la sua arma preferita contro i partner commerciali, dall’altro le crescenti pressioni interne legate all’inflazione, al caro vita e alle prossime elezioni di midterm.

In un contesto internazionale già complicato dalle tensioni con l’Iran e dalla volatilità dei mercati energetici, l’amministrazione americana si trova a dover bilanciare le ambizioni protezionistiche con la necessità di evitare un contraccolpo politico.

Le mosse di Trump

Nelle ultime ore il capo della Casa Bianca ha dimostrato ancora una volta la sua determinazione. Lunedì ha annunciato l’imposizione di tariffe pari al 50% sui beni provenienti dal Canada, dopo aver colpito nei giorni precedenti le importazioni brasiliane con un prelievo del 25%.

Lungi dall’essere isolati, questi atti rappresentano l’ennesimo capitolo di una strategia che vede nei dazi uno strumento di pressione da usare spregiudicatamente nei confronti anche dei più stretti partner.

Secondo fonti ben informate all’interno dell’amministrazione, i funzionari statunitensi hanno già preparato diverse opzioni per lanciare una nuova tornata di tariffe su numerosi Paesi, proprio mentre sta per scadere il regime temporaneo del 10% introdotto in precedenza.

Le nuove misure, almeno nella loro prima fase, dovrebbero attestarsi intorno al 10-12,5%, ma rappresentano solo l’inizio di un possibile percorso più ampio.

Il quadro legale

Tutto questo avviene in un quadro giuridico profondamente modificato. Nell’aprile del 2025 Trump aveva lanciato con grande enfasi il suo “liberation day”, annunciando dazi reciproci molto aggressivi. Tuttavia, la Corte Suprema è intervenuta in seguito, invalidando gran parte di quelle misure. Di conseguenza, Washington aveva dovuto ripiegare su un regime più blando del 10%, che però scade venerdì.

Per aggirare i limiti imposti dai giudici, la nuova ondata di tariffe si appoggia su un’indagine specifica riguardante le pratiche di lavoro forzato, condotta ai sensi della Sezione 301 del Trade Act del 1974. Si tratta di una strada più procedurale che permette all’amministrazione di procedere senza invocare i poteri di emergenza bocciati dalla Corte.

Parallelamente, altre indagini sono in corso, in particolare quella sulla capacità produttiva eccessiva, che potrebbero in seguito giustificare dazi ancora più elevati.

I Paesi nel mirino

L’elenco dei Paesi potenzialmente coinvolti è ampio. Le tariffe attese questa settimana riguarderebbero circa 60 nazioni e si concentrerebbero proprio sulle questioni legate al lavoro forzato.

La seconda indagine, quella sulla sovracapacità produttiva, include realtà economiche di primo piano come l’Unione Europea, la Cina, Singapore, la Svizzera, la Norvegia, l’Indonesia, la Malesia, la Cambogia, la Thailandia, la Corea del Sud, il Vietnam, Taiwan, il Bangladesh, il Messico, il Giappone e l’India.

L’amministrazione ha già organizzato audizioni pubbliche sulle proposte, dimostrando una certa attenzione alla forma legale.

Questo approccio “a mosaico”, basato su norme procedurali piuttosto che su poteri presidenziali straordinari, evidenzia come Trump sia costretto a muoversi con maggiore prudenza dal punto di vista giuridico rispetto al passato.

Le divisioni interne

Nonostante l’immagine di fermezza che Trump vuole proiettare, dietro le quinte regna un clima di cautela. Alti funzionari stanno consigliando il presidente di mantenere la stabilità nei rapporti con i partner commerciali e di onorare gli accordi raggiunti nel corso del 2025 per ridurre progressivamente i dazi.

Molte delle misure più estreme della prima fase sono state già temperate attraverso esenzioni mirate su beni di consumo essenziali, come la carne bovina e il caffè, e con alleggerimenti sulle importazioni di acciaio e alluminio. Dopo recenti indagini su minerali critici e componenti aeronautici, gli stessi tecnici hanno spinto per privilegiare la via dei negoziati piuttosto che l’introduzione di nuove barriere.

Come osserva Wendy Cutler, ex funzionaria commerciale americana ora all’Asia Society Policy Institute, “questo non significa che gli aumenti tariffari siano finiti”, ma indica la necessità di un approccio più misurato, soprattutto alla vigilia delle elezioni di midterm.

Il contesto geopolitico ed economico

Il momento scelto per questa nuova offensiva tariffaria non poteva essere più delicato. Le ostilità con l’Iran stanno crescendo e rischiano di trasformarsi in un conflitto regionale più ampio, con conseguenze immediate sui mercati energetici mondiali. Negli Stati Uniti i prezzi della benzina sono risaliti sopra i quattro dollari al gallone, alimentando ulteriormente il malessere degli elettori.

Un recente sondaggio condotto da Focaldata per conto del Financial Times ha rivelato che più di due terzi degli americani disapprovano la gestione trumpiana dell’inflazione e delle questioni legate all’accessibilità economica.

Come spiega Michael Smart di Rock Creek Global Advisors, “il clima politico e le preoccupazioni sull’affordability rappresentano un freno potente all’escalation tariffaria”.

In pratica, l’economia domestica, il sentiment dei cittadini e le preoccupazioni per i possibili risvolti sulle elezioni di midterm stanno imponendo limiti alle ambizioni del presidente.

Torna su