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La melina di Volkswagen, tagliare o non tagliare?

Per il momento la scure dei tagli non si è ancora abbattuta né sui quattro stabilimenti tedeschi dati per spacciati e neanche sui 50mila lavoratori che porterebbero il totale della dieta a quota 100mila. Ma secondo indiscrezioni l'Ad di Volkswagen starebbe solo attendendo il momento giusto. Intanto lo stato della Bassa Sassonia potrebbe entrare nell'hub in crisi di Osnabrück

Le notizie peggiori erano attese la scorsa settimana, quando l’amministratore delegato di Volkswagen, Oliver Blume, si è presentato in Consiglio di sorveglianza per illustrare il piano d’uscita dalla crisi elaborato dai vertici di Wolfsburg. La stampa tedesca lo aveva ampiamente sviscerato dando per certa la chiusura di quattro fabbriche tedesche e pure il licenziamento di 100mila addetti. Troppi dettagli perché fossero solo voci. Eppure tutto questo in quella riunione non sarebbe stato prospettato dal Ceo.

COSA ATTENDE IL CEO DI VOLKSWAGEN?

C’è chi sostiene che sia solo questione di tempo. I sindacati al momento hanno un peso determinante in seno all’organo collegiale e Blume avrebbe preferito evitare lo scontro, che da un lato avrebbe avuto come principale conseguenza quella di perdere tempo prezioso e dall’altra inclinare ulteriormente il piano già abbondantemente scosceso su cui staziona la poltrona del Ceo, criticatissimo per aver caparbiamente voluto mantenere troppo a lungo la doppia carica (era anche alla guida di Porsche) col risultato che oggi tanto la controllante (ovvero Vw) quanto la controllata sportiva annaspano in una crisi di cui si fatica ancora a comprendere la portata.

Del resto l’ultimo scontro tra un amministratore delegato di Volkswagen, all’epoca Herbert Diess – intenzionato a ridurre fortemente l’organico per supportare i maggiori costi della transizione ecologica al motore elettrico – e la presidente del Consiglio di fabbrica Daniela Cavallo, sindacalista di origine calabrese, aveva portato alla clamorosa defenestrazione del primo. E Blume vuole evitare di essere il prossimo.

UNA RETE TRA PUBBLICO E DIFESA?

I rappresentanti dei lavoratori, poi, hanno un alleato: il mondo della politica. Nessun governatore di Land vuole veder crescere la disoccupazione sul proprio territorio. Si cercano allora forme di collaborazione: nelle ultime ore parrebbe che lo Stato tedesco della Bassa Sassonia possa entrare nello stabilimento Volkswagen di Osnabrück. Circa il destino di quell’impianto Wolfsburg è già in trattative con l’azienda israeliana della difesa Rafael per trovargli un futuro occupazionale. Il tempo però stringe: col prossimo anno smetterà di produrre modelli.

Se funzionasse, Osnabrück potrebbe fare scuola: anche gli altri stabilimenti in bilico (Zwickau, Emden, Hannover e Neckarsulm) potrebbero essere salvati da una rete che va dal pubblico al settore della difesa, anche se è stato subito chiaro come quest’ultimo non avrà mai il rateo della produzione civile, quindi resta il tema dei tagli all’organico che nei quattro hub in questione ammonta a circa 40mila unità.

VERSO 100MILA LICENZIAMENTI?

E si ritorna allora al quesito originario: Wolkswagen lascerà a piedi decine di migliaia di dipendenti? Fino a poche ore fa era stato ventilato esclusivamente dalla stampa, con l’azienda che manteneva le labbra serrate, ma poi è emerso che in una riunione lo stesso Blume, parlando con i suoi manager, avrebbe ammesso che Wolfsburg potrebbe essere costretta a tagliare altri 50.000 posti di lavoro per colmare il divario di competitività con i rivali, avendo calcolato uno svantaggio di costo del 20% rispetto soprattutto ai competitor asiatici.

ESISTE UN ALTRO PIANO LACRIME E SANGUE?

Riprendono così corpo le altre indiscrezioni, secondo cui Blume starebbe solo attendendo il punto di non ritorno per farsi votare il vero piano emergenziale lacrime e sangue, considerato che i numeri più recenti certificano una cosa sola: la colossale crisi di Volkswagen è tutt’altro che nello specchietto retrovisore.

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