Caro direttore,
Se fossi un titolista bravo e cattivo, ammiccherei al celebre «È rimorto il Papa» con il quale il Manifesto annunciò la scomparsa di papa Luciani dopo soli 33 giorni di pontificato e maramaldeggerei che «È rimorta l’Unità». Ma siccome sono un romantico inglese, preferisco seguire John Donne e pensare che la campana suoni un po’ per tutti. Anche se, in realtà, di fronte alla terza chiusura in un quarto di secolo la tua e mia passione per i conti ci impone di chiedere almeno quale campana stia suonando.
In effetti, è sempre triste apprendere della chiusura di un giornale. Alle consuete dimensioni umane e occupazionali, comuni a ogni altra azienda, si aggiunge l’impoverimento del dibattito pubblico. Che le copie siano tante o poche, che si scriva per andare in edicola o per entrare nelle rassegne stampa, che la voce sia allineata o controcorrente, quando un giornale chiude muore qualcosa di più. Anche quando era già morto tante volte prima. Ecco, questo ho pensato quando ho letto che Romeo Editore ha deciso di «sospendere le pubblicazioni de l’Unità», che aveva rilevato la testata nel 2023 «sottraendola a un fallimento che ne avrebbe segnato la fine definitiva».
Ma c’è di più, sotto almeno due profili.
Il primo riguarda la maledizione – perché di questo evidentemente si tratta – che riguarda il giornale la cui versione originale era stata fondata nel 1924 da Antonio Gramsci quale organo di un giovanissimo partito. Se si escludono le interruzioni dovute alla persecuzione del parte del regime fascista, nell’ultimo quarto di secolo L’Unità ha chiuso tre volte: nel luglio 2000, per tornare in edicola circa sei mesi dopo, bruciando in rapida successione quattro direttori; nell’agosto 2014, per ripartire nel giugno 2015. E ancora, dopo aver consumato altri quattro direttori, nel giugno 2017, per poi tornare in edicola il 16 maggio 2023 sotto Piero Sansonetti, dopo il fallimento della società editrice dichiarato nel 2022. Tre decessi, ancorché seguiti da altrettante resurrezioni, impongono di chiedersi se ci sia davvero qualcuno che infila spilloni in un simulacro del giornale per causarne la morte, oppure se la causa sia da cercare altrove.
Per qualsiasi giornale, compreso questo, il problema è sempre lo stesso: fare un prodotto che interessi un sufficiente numero di lettori da indurre gli inserzionisti a sostenerlo, e con il ricavato di vendite e pubblicità far fronte alla spese, remunerare il capitale e magari fare qualche investimento. All’Unità questo non riesce da troppo tempo, un po’ perché le sue anime sono migrate altrove (Repubblica i borghesi, Fatto Quotidiano i populisti filo-russi, Avvenire i cristiano-sociali), un po’ perché dietro non ci sono più da tempo né il Partito né l’oro di Mosca. Il funambolico Sansonetti ha fatto quel che poteva, mettendo insieme il diavolo propal e l’acquasanta garantista, ma non è bastato. Il giornale, infatti, ha accumulato perdite su perdite.
Ed ecco il secondo profilo. Nel gettare la spugna, l’editore Alfredo Romeo dice due cose. La prima, di aver tentato di «rimettere in ordine i conti, garantendo una “gestione corretta e rigorosa”; la seconda, che il suo scopo era di tenere in vita l’Unità «nella prospettiva — mai nascosta — di riportare la testata nella disponibilità della sua casa naturale, il Partito Democratico». Un’operazione che, dice Romeo, non è mai stata guidata da logiche di profitto. Poiché Romeo parla di «ulteriori perdite», è evidente che il primo obbiettivo è stato fallito. Restava il secondo, che si è però concluso quando – è Romeo che parla – «il Partito Democratico ha tuttavia deciso di non dare seguito alla trattativa» per «cedere la testata a un prezzo puramente simbolico».
Come imprenditore, Romeo ha l’obbligo di guardare ai conti. La sua scelta odierna è quindi ineccepibile. Resta solo da capire quali parametri siano cambiati in questi tre anni, quali aspettative ci fossero all’inizio, come si pensasse di raggiungerle (il mitico business plan, ormai sdoganato anche a sinistra) e così via. Quale maledizione, oltre all’insana passione per la carta, impedisce a l’Unità di vivere, sia pur sobriamente? Tre anni fa il partito di Elli Schlein pensava di avere, o che avrebbe avuto, risorse maggiori? Qualcuno aveva scommesso sulla prematura fine del governo Meloni o di qualche altro quotidiano di area? L’editore pensava di ingraziarsi una parte politica con l’Unità così come faceva dall’altra parte con il Riformista? Quali calcoli sono cambiati?
Grato per le risposte che vorrai aiutarmi a cercare, auguro ogni bene a te, ai tuoi collaboratori e a Startmag.
Francis Walsingham
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Comunicato Romeo Editore
Tre anni fa Romeo Editore rilevò la testata de l’Unità, sottraendola a un fallimento che ne avrebbe segnato la fine definitiva. Fin dal primo giorno, l’impegno assunto è stato duplice: rimettere in ordine i conti, garantendo una gestione corretta e rigorosa del giornale e, al tempo stesso, custodirne la storia nella prospettiva — mai nascosta — di riportare la testata nella disponibilità della sua casa naturale, il Partito Democratico.
Su questa base si è sviluppato, negli ultimi mesi, un lungo e articolato dialogo con il PD, nel corso del quale l’editore ha manifestato la disponibilità a cedere la testata a un prezzo puramente simbolico: una scelta che testimonia come l’operazione non sia mai stata guidata da logiche di profitto, ma dalla volontà di restituire l’Unità alla comunità politica e culturale che l’ha generata.
Il confronto sembrava avviato verso una conclusione positiva. Il Partito Democratico ha tuttavia deciso di non dare seguito alla trattativa.
Preso atto di questa decisione, venuta meno la prospettiva che aveva giustificato l’impegno di questi anni, e tenendo conto delle ulteriori perdite di esercizio accumulate nel frattempo, Romeo Editore si vede costretta a sospendere le pubblicazioni de l’Unità.
L’editore ringrazia la redazione, i collaboratori e i lettori che in questi tre anni hanno reso possibile la continuità di una testata che appartiene alla storia del Paese.

