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Macaluso duro nelle lotte a difesa dei deboli ma mai guidato dal revanchismo

Emanuele Macaluso

Il corsivo di Paola Sacchi

 

Forse anche dalle presenze al suo funerale si può capire meglio, ammesso che ce ne sia bisogno in questo caso, chi sia stato un uomo. E cioè Emanuele Macaluso che mercoledì ha concluso il suo lungo viaggio proprio da dove era iniziato, il sindacato da ventenne nella sua Sicilia. Macaluso, il cui funerale laico si è svolto mercoledì mattina di fronte alla sede nazionale di quella Cgil dove lo volle il fondatore Giuseppe Di Vittorio, ha avuto l’onore che a dargli l’ultimo saluto non sia stato solo il suo mondo “rosso” di ex esponente di primo piano poi del Pci, proprio nel giorno del centesimo anniversario.

A omaggiarlo (in una cerimonia cui ha partecipato il presidente della Camera Roberto Fico), con il suo popolo, gli eredi del suo partito, anche personaggi come Luca Cordero di Montezemolo che di rosso hanno avuto solo la Ferrari, la grande, internazionale eccellenza italiana. Con Montezemolo anche gli ex dc Pier Ferdinando Casini e Sergio D’Antoni. Questo per dire del rispetto di cui Emanuele, l’ex sindacalista ragazzino, allievo di Girolamo Li Causi, azzoppato dagli spari della mafia nella strage di Portella della Ginestra, godesse anche in mondi totalmente opposti al suo. Perché?

Probabilmente perché Macaluso, ex di tantissime cose, sindacalista, politico, giornalista, arguto corsivista con lo sfizioso em.ma (nickname, che inventò per lui lo storico giornalista dell’Unità e decano dei cronisti parlamentari Giorgio Frasca Polara, ex portavoce di Nilde Iotti), le sue dure lotte per la giustizia sociale, per i diritti dei disgraziati delle solfatare e delle campagne non le visse mai con spirito revanchista, da invidia sociale. Cercò, invece, il figlio di un operaio delle ferrovie di Caltanissetta di “migliorare la vita di molti, non di pochi”, come è stato detto dal ministro per il Sud Giuseppe Provenzano durante i tanti ricordi  in Corso d’Italia.

Il “migliorista” doc, colui che rimproverando me, assunta ventenne nella sua Unità, di non essere mai andata per casualità della vita a Palermo: “Come? Io andai a Milano, giovanissimo e povero, ma non potevo vivere senza aver conosciuto o almeno visto per una volta Milano”.

La curiosità estrema per il mondo lontano da lui è stata sempre la cifra di Emanuele, il senatore che a Palazzo Madama dialogava spesso con il “collega” Avvocato Agnelli, nominato senatore a vita. Macaluso una volta mi raccontò che l’Avvocato restò molto incuriosito dall’arrivo del Senatùr Umberto Bossi. Con le sue erre arrotate gli disse: “Questo però mi sembra un uomo autentico, del popolo”. Uno dei più cari amici di Emanuele è stato l’ingegnere Domenico La Cavera, ex consigliere comunale del Pli a Palermo e primo presidente della Confindustria siciliana, chiamata Sicindustria, detto  “Mimì”, uomo di una aristocratica famiglia di baroni, marito dell’attrice Eleonora Rossi Drago, musa di Luchino Visconti. C’era anche la sua Unità da quasi un milione di copie ieri mattina in Corso d’Italia: in prima fila, con tanti e tante firme di quel giornale, Carlo Ricchini, l’ex caporedattore centrale e l’ ex caporedattore Sergio Sergi che ha collaborato con Emanuele fino alla sua ultima, incuriosita, avventura sui social, su Facebook, alla soglia di più di novant’anni.

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