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Perché Crédit Agricole sale ancora in Bpm (e cosa cambia nel risiko bancario)

Il gruppo Credit Agricole avrebbe sfiorato la soglia del 30% dell'istituto di Piazza Meda sommando partecipazione diretta e derivati. Tra Mps, Intesa, Unicredit e governo, ecco perché la mossa francese pesa sugli equilibri del credito italiano

Crédit Agricole avrebbe ormai portato al 29,9% la propria esposizione complessiva in Banco Bpm, sommando la partecipazione diretta a una posizione sintetica costruita attraverso derivati. L’indiscrezione, rilanciata ieri da Adnkronos sulla base di fonti finanziarie e non commentata dalla banca francese, arriva mentre la partita per il riassetto del credito italiano entra nel vivo, tra la proposta di fusione di Banco Bpm con Monte dei Paschi di Siena e la controffensiva di Intesa Sanpaolo e Unipol con l’Opas sulla banca senese.

PERCHÉ CRÉDIT AGRICOLE RAFFORZA IL PRESIDIO SU BANCO BPM

Se confermata, l’operazione porterebbe il gruppo guidato da Olivier Gavalda (nella foto) a un solo decimale dalla soglia del 30%, oltre la quale scatterebbe l’obbligo di promuovere un’opa. Al 31 marzo la quota ufficialmente detenuta era pari al 22,9%, mentre da tempo negli ambienti finanziari circolavano indiscrezioni secondo cui l’esposizione economica complessiva fosse già superiore. La differenza sarebbe stata colmata attraverso derivati. Più della dimensione finanziaria, però, conta quella strategica: arrivare a un passo dalla soglia significa consolidare il presidio su Banco Bpm e rendere molto più difficile qualsiasi iniziativa ostile nel pieno del risiko bancario.

Pur senza tradursi nel controllo della banca, una quota di queste dimensioni rende Crédit Agricole un interlocutore inevitabile per qualsiasi futuro riassetto di Banco Bpm. È in questa chiave che gli osservatori leggono la mossa di Parigi.

Per Michele Calcaterra, professore di Corporate Finance alla Sda Bocconi citato da Adn, una partecipazione di queste dimensioni, pur senza configurare il controllo, rappresenta una leva strategica che rende Crédit Agricole il primo interlocutore in qualsiasi scenario futuro e scoraggia eventuali mosse di altri potenziali acquirenti. Non solo. La quota offre maggiore visibilità sulle dinamiche della banca, favorisce nuove partnership nei pagamenti, nella bancassurance e nel wealth management e garantisce un accesso privilegiato ai tavoli dove si deciderà il consolidamento del settore. In sintesi, la banca francese sta soprattutto presidiando il mercato italiano, mantenendo aperte tutte le opzioni.

L’INTRECCIO CON MPS E IL NUOVO POLO BANCARIO

Fra queste opzioni rientra inevitabilmente anche il dossier Monte dei Paschi. Banco Bpm avrebbe cercato di coinvolgere Crédit Agricole nella costruzione di una possibile controfferta su Siena, così da rafforzarne il profilo industriale e finanziario di fronte all’iniziativa di Intesa Sanpaolo. Da Parigi, però, sarebbe prevalsa una linea di cautela: la banca non avrebbe intenzione, almeno per ora, di impegnarsi in un’operazione giudicata complessa, costosa e delicata anche sul piano politico. In una prima fase Crédit Agricole avrebbe guardato con perplessità all’operazione per il rischio di una diluizione della propria quota. Successivamente, però, i consiglieri espressione della banca francese hanno votato a favore del progetto.

La posta in gioco è elevata. Se la fusione tra Banco Bpm e Monte dei Paschi andasse in porto, Crédit Agricole diventerebbe automaticamente il primo azionista del nuovo gruppo con una quota stimata superiore al 12%. La banca nata dall’aggregazione avrebbe circa 6 milioni di clienti, quasi 3.000 filiali, oltre 300 miliardi di euro di impieghi, più di 400 miliardi di raccolta complessiva e una capitalizzazione superiore ai 50 miliardi di euro, diventando il secondo operatore bancario italiano per dimensioni. È anche per questo che la presenza francese è diventata uno dei temi centrali del risiko. Non solo perché inciderebbe sugli equilibri azionari della nuova banca, ma anche perché riporterebbe al centro il tema del controllo di uno dei principali gruppi di credito del Paese.

Secondo Jerome Legras, head of research di Axiom Alternative Investments, la salita al 29,9% non sorprende, perché Crédit Agricole punta da tempo a proteggere la propria posizione in Italia. Il vero elemento di attenzione riguarda piuttosto i margini per eventuali ulteriori acquisti: mentre la partecipazione annunciata nella spagnola Grupo Cooperativo Cajamar ha un impatto minimo sul Cet1 ratio, un nuovo investimento in Banco Bpm sarebbe oggi molto oneroso sotto il profilo patrimoniale per effetto delle regole prudenziali.

IL NODO POLITICO TRA UNICREDIT, GOLDEN POWER E ITALIANITÀ

Sullo sfondo resta anche la politica. Il rafforzamento di Crédit Agricole arriva pochi giorni dopo la decisione di Unicredit di rinunciare al ricorso contro le prescrizioni imposte dal governo attraverso il golden power sull’Ops lanciata nel 2025 su Banco Bpm, archiviando definitivamente quel capitolo. Nei giorni scorsi il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha indicato proprio nella resistenza della banca francese uno dei fattori che hanno portato Piazza Gae Aulenti a ritirare l’offerta, confermando quanto il ruolo della banque verte sia ormai considerato determinante negli equilibri di Piazza Meda.

La vicenda, però, va oltre il confronto tra Unicredit e Crédit Agricole. Banco Bpm è infatti uno degli istituti più radicati nel Nord produttivo e il progetto di fusione con Monte dei Paschi è anche il tentativo di costruire un nuovo campione nazionale del credito. In questo contesto, l’ipotesi che il primo azionista del nuovo gruppo possa essere Crédit Agricole ha inevitabilmente riacceso il dibattito sull’italianità del sistema bancario. Non a caso, come evidenziato da Startmag, nei giorni successivi all’annuncio dell’offerta su Siena il senatore leghista Claudio Borghi ha osservato che il peso di Parigi in Banco Bpm “va tenuto in considerazione” e che, se necessario, “spetterà agli azionisti italiani riequilibrare gli assetti”. Un tema che si intreccia con il più ampio confronto tra l’apertura del mercato bancario europeo e la volontà della politica di mantenere sotto controllo gli asset considerati strategici.

QUANTO PESA CRÉDIT AGRICOLE IN ITALIA

L’Italia rappresenta del resto uno dei mercati chiave del gruppo francese. Crédit Agricole Italia conta quasi mille filiali, concentrate soprattutto nel Nord del Paese, con 374 sportelli in Lombardia, 157 in Emilia-Romagna e 127 nel Nord Est. Gestisce 92 miliardi di euro di attivi, registra un ritorno sul capitale del 10%, un cost/income del 51,5% e oltre 3 miliardi di euro di ricavi. Secondo le stime, la banca potrebbe valere circa 8 miliardi di euro, di cui 5,5-6 miliardi riconducibili alla quota detenuta dalla capogruppo francese. Una presenza costruita nel tempo attraverso acquisizioni, accordi industriali e partnership commerciali che oggi rende l’Italia uno dei mercati strategici del gruppo francese.

Ma Parigi, almeno per ora, preferisce la strada del presidio a quella di una scalata formale.

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