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Tabacco, il cortocircuito tutto europeo su Ted e Tpd

Tanto il pacchetto sulla tassazione del tabacco quanto la Tobacco Products Directive stanno dimostrando che non c'è alcun accordo sulla materia all'interno delle stesse istituzioni comunitarie. Ecco che sta succedendo

 

La sorprendente bocciatura della direttiva europea sulla tassazione del tabacco – anche nota soprattutto sui media come Ted – da parte dell’Eurocamera lascia emergere le profonde divisioni tra il Parlamento europeo e la Commissione sul tema e il fatto che, proprio come il testo gemello Tobacco Products Directive (Tpd, che verrà analizzato nella seconda parte di questo articolo) non smetta di sollevare polemiche non solo tra gli Stati membri e gli addetti ai lavori, ma anche all’interno delle stesse istituzioni comunitarie. Ma procediamo con ordine.

L’ITER PASTICCIATO DELLA TED

Le ultime convulsioni in seno alla Ue riguardano proprio il corpus normativo Ted. Che l’argomento agiti le istituzioni comunitarie lo si era già intuito all’inizio di questo mese, quando è stata prima approvata in versione ridotta dalla commissione Affari economici del Parlamento europeo, quindi ritirata lo stesso giorno dall’agenda del consiglio Ecofin per mancanza di unanimità espungendo dunque il tema dall’agenda della riunione ministeriale prevista per lo scorso 12 giugno, con rinvio al periodo in cui si avrà la presidenza irlandese.

LO STRAPPO DEL PARLAMENTO EUROPEO SULLA TED

Poi è arrivata la Caporetto dell’Eurocamera. Una spaccatura così forte tra europarlamentari e Commissione europea non si vedeva da tempo: gli eurodeputati hanno bocciato il progetto con 439 voti contrari e 181 favorevoli respingendo l’aumento della tassazione che avrebbe colpito tanto le sigarette tradizionali quanto i nuovi prodotti, compresi quelli per lo svapo.

I parlamentari europei non solo hanno respinto al mittente la proposta della Commissione von der Leyen, ma hanno persino chiesto a Palazzo Berlaymont di ritirarla. Insomma, Strasburgo non vuole firmare quel provvedimento e chiede di farne coriandoli.

Il voto sul parere del Parlamento sulla Direttiva Accise Tabacco, ma soprattutto la richiesta del ritiro della proposta, fanno emergere una precisa volontà da parte dell’Eurocamera secondo cui è ora necessario riscrivere il testo con un approccio maggiormente equilibrato che, come chiesto a gran voce dagli addetti ai lavori, tenga conto delle differenti realtà economiche e sociali presenti negli Stati membri, con una particolare attenzione alla tutela dei posti di lavoro in Europa, del contrasto al commercio illecito, nonché delle evidenze scientifiche.

INSUFFICIENTI GLI INTERVENTI PER AMMORBIDIRE LA DIRETTIVA EUROPEA

E dire che la commissione Affari economici e monetari dell’Europarlamento aveva già abbondantemente ammorbidito la proposta originaria della Commissione europea. Mentre ad esempio Bruxelles chiedeva di portare le accise minime sulle sigarette al 63 per cento del prezzo al dettaglio, gli eurodeputati contropropongono di restare al 60 per cento attuale. La soglia minima scende dalla proposta della Commissione di 215 euro a 200 euro per mille sigarette, rispetto all’attuale 94 euro.

Poi c’è l’ancor più complesso tema dei prodotti che l’esecutivo comunitario persegue nel voler equiparare alle sigarette tradizionali. Le novità volute dalla Commissione ricadrebbero in questo caso su sigarette elettroniche, tabacco riscaldato, sacchetti di nicotina per i quali i deputati raccomandano aliquote inferiori e periodi di transizione più lunghi, che in alcuni casi slittano fino al 2034. I membri della Commissione Affari economici raccomandano di ritardare il meccanismo di indicizzazione automatica delle accise all’inflazione dal 2028 al 2036, limitando gli aggiustamenti automatici a un massimo del 9 per cento. 

ALMENO 11 STATI CONTRARI

EuNews conta almeno 11 Stati membri contrari alla Ted così come era stata disegnata lo scorso anno dalla Commissione: Finlandia e Svezia criticano per esempio l’intenzione di tassare anche lo snus, il particolare prodotto di nicotina in polvere da lasciare tra labbro e gengiva superiore. La Svezia contesta la metodologia usata dalla Commissione: “Non dovremmo avere livelli di accise diverse a seconda del tipo di prodotto, ma tasse a seconda del grado di nocività”, sostiene la ministra delle Finanze svedese, Elisabeth Svantesson. Croazia, Grecia, Lussemburgo, Malta, Repubblica ceca, Slovacchia e Ungheria contestano l’aumento generalizzato delle soglie minime di accise, considerandole “troppo alte”.

Sul tema interviene anche Enrico Ziino, presidente di Imperial Brands Italia, secondo cui la revisione della direttiva rappresenta un passaggio necessario ma richiede particolare attenzione nella sua applicazione concreta. L’armonizzazione fiscale europea è un obiettivo condivisibile, ma va perseguito con equilibrio. L’esperienza italiana dimostra che aumenti graduali e prevedibili delle accise consentono di tutelare il gettito, garantire stabilità al mercato e contenere il fenomeno del commercio illecito. Al contrario, interventi troppo rapidi o eccessivamente onerosi rischiano di produrre l’effetto opposto: meno entrate per lo Stato, più spazio per il mercato illegale e maggiori difficoltà per gli operatori regolari. Allo stesso tempo, è necessario preservare un adeguato differenziale fiscale tra categorie di prodotti sensibilmente diverse, come ad esempio sigarette e tabacchi trinciati, nonché tra i prodotti a combustione e le alternative senza combustione, evitando quindi di uniformare il livello di fiscalità per tutti i prodotti senza valutarne le differenti abitudini e modalità di consumo”

L’ALLARME ITALIANO SU TASSE E TPD

Particolarmente critica nel nostro Paese l’Associazione Nazionale Produttori Fumo Elettronico aderente a Confindustria che in più occasioni ha ribadito come “aumenti eccessivi della tassazione e possibili divieti sugli aromi rischino di favorire il mercato illecito, penalizzare la filiera regolare e indebolire gli obiettivi di riduzione del danno”.

Inoltre, con riferimento al TPD (Tobacco Products Directive) , l’Associazione rimarca la propria contrarietà al “divieto di commercializzare gli aromi usati nelle sigarette elettroniche” in studio in Europa. Un provvedimento, viene spiegato, “che non solo penalizzerebbe i fumatori adulti che hanno deciso di abbandonare la sigaretta tradizionale in favore dei prodotti di nuova generazione a rischio ridotto, ma che alimenterebbe il mercato illegale privo di ogni controllo e tracciamento, mettendo a repentaglio la salute dei consumatori”.

LA FILIERA ITALIANA STRONCATA DALLE NORME UE?

Secondo l’Anafe Confindustria: “Se questa ipotesi diventasse realtà anche una filiera florida e certificata come quella del fumo elettronico verrebbe stroncata. Solo in Italia questo comparto vale oltre 1 miliardo di euro e garantisce 50.000 posti di lavoro. Si tratta di una filiera regolamentata, che porta ogni anno oltre 200 milioni di euro di gettito fiscale. Non è la prima volta – viene sottolineato dall’Associazione – che si cerca di azzoppare questa filiera. Basti pensare che nel 2014, a causa di una tassazione sbagliata, 5.000 imprese hanno chiuso i battenti”. Per questo, viene comunicato “chiediamo una regolamentazione proporzionata, che tenga conto delle evidenze scientifiche e dell’efficacia delle e-cig nella lotta al fumo combusto che ogni anno causa la morte di 8 milioni.

IL FARO DA USARE DOVREBBE ESSERE IL PRINCIPIO DEL RISCHIO RIDOTTO

Pubblicando il reportLives Saved Report: Saving 100 Million Lives by 2060” firmato dagli esperti di salute globale Derek Yach e Delon Human l’Anafe Confindustria sottolinea inoltre come il “passaggio dei fumatori adulti a prodotti a rischio ridotto potrebbe accelerare in modo significativo il calo delle morti legate al tabacco e rappresentare una svolta per la salute pubblica globale”. Per questo si ribadisce in ambito europeo la “necessità di politiche fondate sulle evidenze scientifiche, regolamentazioni proporzionate al rischio dei diversi prodotti e strumenti concreti di supporto per i fumatori adulti che non riescono a smettere”.

COSA DICONO I PRODUTTORI

Ma per ora l’esecutivo comunitario col TPD ha fatto l’opposto. Come precedentemente scritto, il 1° aprile scorso, la Commissione Europea ha pubblicato il report di valutazione della direttiva, primo passo verso la futura proposta di revisione (TPD III): questo documento nelle intenzioni dell’esecutivo comunitario avrebbe dovuto fornire una base solida, fondata su evidenze aggiornate, per orientare le scelte regolatorie future, ma secondo l’associazione Tobacco Europe non soddisfa gli standard di una migliore regolamentazione e rischia anzi di produrre un quadro normativo dannoso per la salute pubblica, la competitività dell’Ue e la sicurezza pubblica.

Uno dei punti più sensibili riguarda la gestione delle evidenze scientifiche, in particolare sul tema della riduzione del danno. Le principali criticità evidenziate dall’associazione di settore sono l’assenza di una valutazione comparativa sistematica dei rischi tra prodotti, in grado di distinguere chiaramente i prodotti combustibili dai prodotti non combustibili a base di nicotina, nonostante diverse richieste in tal senso avanzate dagli Stati Membri, inclusa l’Italia; e il limitato coinvolgimento della più ampia comunità scientifica internazionale, con una partecipazione non pienamente rappresentativa del dibattito accademico in corso sui temi di harm reduction e tobacco control, malgrado un numero significativo di scienziati abbia partecipato alle Consultazioni che hanno preceduto il report di valutazione.

Per Ziino, il dibattito sulla revisione della direttiva europea sui prodotti del tabacco dovrebbe partire da una valutazione rigorosa delle evidenze disponibili, serve quindi meno ideologia e più solidità scientifica. “La revisione della Tobacco Products Directive dovrebbe partire da un principio semplice: non tutti i prodotti sono uguali e non possono essere regolati come se lo fossero. Le evidenze scientifiche oggi disponibili indicano che la combustione rappresenta il principale fattore di rischio e che le alternative senza combustione meritano una valutazione distinta, rigorosa e basata sui dati. Questo non significa abbassare la guardia, soprattutto sulla tutela dei minori, ma costruire una regolamentazione proporzionata che tenga conto delle differenze tra i prodotti. Quando il dibattito si allontana dalle evidenze scientifiche e si affida a un approccio ideologico, il rischio è quello di perdere un’opportunità importante per la salute pubblica e di favorire, ancora una volta, il mercato illecito.

Peraltro, viene fatto notare che anche l’organismo di vigilanza della Commissione Europea, il Regulatory Scrutiny Board (Comitato per il controllo normativo), ha espresso un parere critico sul rapporto: un segnale che non soddisfa gli standard essenziali della “Better Regulation”. 

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