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Perché Cuba vira verso le privatizzazioni

Cuba ha approvato 176 riforme economiche storiche che aprono ampi spazi al settore privato, alla proprietà straniera e alle banche private, nel tentativo di salvare l’economia dalla crisi aggravata dalle sanzioni Usa. Ma senza rinunciare formalmente al socialismo.

Cuba ha varato uno dei cambiamenti più profondi alla sua economia socialista dalla Rivoluzione del 1959.

Con 176 misure approvate all’unanimità dall’Assemblea Nazionale, l’isola tenta di aprire spazi significativi al settore privato, attrarre investimenti e alleggerire il peso soffocante dello Stato, il tutto mentre affronta una crisi economica drammatica aggravata dalle sanzioni americane.

Queste riforme non rappresentano un abbandono del socialismo – come hanno ripetuto con insistenza i leader – ma un aggiornamento urgente del modello, ispirato in parte alle esperienze di Cina e Vietnam.

È una svolta da non sottovalutare: si prova a far ripartire un’economia in ginocchio da anni, smantellando alcuni pilastri storici come il monopolio statale sul commercio estero e la centralizzazione totale della produzione.

La crisi e le ragioni delle riforme

Da anni Cuba vive una situazione economica sempre più insostenibile, ma la situazione è precipitata drammaticamente dall’inizio dell’anno con il blocco energetico imposto dall’amministrazione Trump.

Come sottolinea Reuters, le sanzioni americane hanno di fatto bloccato le importazioni di petrolio, principale fonte energetica del paese, lasciando l’isola con un solo tanker russo attraccato da gennaio. I blackout arrivano ormai a 20 ore al giorno, paralizzando ospedali, scuole e trasporti, mentre scarseggiano cibo, medicine, acqua potabile e carburante. In molte zone del Paese la vita quotidiana si è trasformata in una lotta continua per procurarsi i beni essenziali

Il presidente Miguel Díaz-Canel ha ammesso,  scrive Euronews, che non tutti i problemi derivano dal “blocco” imposto dagli Stati Uniti. Ha parlato apertamente di burocrazia, lentezza amministrativa e norme obsolete che impediscono a chi vuole produrre di farlo davvero.

Si tratta di un’ammissione notevole per un leader cubano, che rompe parzialmente con la narrazione tradizionale secondo cui ogni difficoltà sarebbe esclusivamente colpa delle pressioni esterne.

Le riforme nascono quindi da una necessità di sopravvivenza: senza cambiamenti rapidi, il rischio è un vero collasso sociale e politico.

Come osserva l’Associated Press, il governo di Díaz-Canel e l’ex presidente Raúl Castro, che conserva grande influenza dietro le quinte, hanno spinto per queste misure con il sostegno esplicito del nipote di Raúl, Raul Guillermo Rodriguez Castro. In un’intervista, quest’ultimo ha parlato della necessità di diversificare l’economia, i modi di fare impresa e gli investimenti, alla ricerca di un “modello molto cubano”.

Il pacchetto di riforme

Le misure sono state presentate dal premier Manuel Marrero all’Assemblea Nazionale e approvate all’unanimità giovedì scorso, come riferisce CBS News.

Raúl Castro ha inviato una lettera di appoggio forte, definendo le riforme “benefiche” e invitando a una loro rapida attuazione. Díaz-Canel ha difeso personalmente il pacchetto in un discorso televisivo, ribadendo la fedeltà al socialismo ma sottolineando con forza che alcuni cambiamenti “non possono essere rinviati”.

Il pacchetto conta 176 provvedimenti. Non è stato fissato un calendario preciso di attuazione e lo stesso Marrero ha lasciato intendere che il percorso sarà graduale e attento.

Tuttavia, l’urgenza è stata sottolineata più volte da tutti i vertici: il paese ha le spalle al muro come non mai e deve ottenere risultati tangibili in tempi brevi per evitare un peggioramento della crisi.

Le principali riforme approvate

Il cuore delle misure è la forte decentralizzazione e l’apertura al privato su più fronti.

Le novità rilevanti riguardano l’apertura allo sviluppo immobiliare privato e la possibilità di vendere proprietà statali a cittadini cubani, stranieri e soprattutto ai connazionali residenti all’estero, una svolta che rompe con decenni di controllo assoluto sulla terra e sugli immobili.

Vengono trasformate numerose imprese statali in società commerciali private, con la possibilità di quote azionarie per investitori nazionali e stranieri, mentre si autorizzano per la prima volta banche private e si introduce un mercato dei cambi digitale in tempo reale, supervisionato dallo Stato.

Viene eliminato l’obbligo di joint venture con il settore pubblico per gli investitori esteri e si autorizzano grandi imprese private, che potranno assumere oltre cento dipendenti e gestire più attività contemporaneamente. Si concede inoltre maggiore spazio per l’import-export senza intermediazione statale, assunzioni libere e persino l’arrivo di catene di fast-food.

Come scrive l’Associated Press, vengono smantellati elementi che per decenni erano considerati pilastri intoccabili della “economia rivoluzionaria”, come il monopolio statale sul commercio estero.

Il premier Marrero ha riconosciuto il mercato come “strumento per l’allocazione efficiente delle risorse”, una frase piuttosto insolita per un alto esponente del Partito Comunista.

Verrà inoltre introdotto un nuovo sistema fiscale che renderà anche le imprese private e straniere in parte responsabili del finanziamento dei servizi pubblici, dalla sanità all’istruzione.

Significato simbolico e concreto delle riforme

Simbolicamente, queste riforme segnano una svolta storica di grande rilevanza. Per la prima volta dopo il 1959, Cuba ammette in modo esplicito che il modello rigidamente centralizzato ha fallito nel garantire uno sviluppo sostenibile e accetta elementi di economia di mercato senza rinnegare formalmente il socialismo.

Díaz-Canel ha chiuso i lavori parlamentari gridando il tradizionale “Socialismo o morte!”, ma il messaggio pratico che emerge è molto più pragmatico: o cambiamo strada, o non sopravviviamo come sistema.

Sul piano concreto, le misure potrebbero rilanciare settori chiave come turismo, agricoltura e servizi, e attirare capitali freschi dalla diaspora cubana e da investitori stranieri interessati.

Un ristoratore dell’Avana citato da Euronews ha parlato di “speranza” per una possibile ripresa del turismo, uno dei pilastri dell’economia isolana devastato prima dal Covid e poi dalle sanzioni.

Tuttavia, come nota il Financial Times, riforme simili erano state promesse anche in passato, ai tempi di Obama e di Raúl Castro, senza essere realmente attuate fino in fondo, spesso per resistenza burocratica interna o per il timore di perdere il controllo politico.

Le sfide e il ruolo della pressione americana

I principali ostacoli restano l’embargo e le sanzioni statunitensi. Analisti citati da Reuters avvertono che senza un alleggerimento delle restrizioni americane, soprattutto sul sistema finanziario internazionale, molte misure resteranno sulla carta, perché gli investitori rischiano pesanti penalità negli Usa.

Washington ha reagito con scetticismo: un portavoce del Dipartimento di Stato ha definito le riforme“superficiali” e “segnali di fumo”, come riporta il Financial Times.

Cuba insiste di non agire sotto l’influenza di qualcuno, ma è evidente che la politica di “massima pressione” di Trump, con minacce velate di intervento, l’incriminazione di Raúl Castro e il blocco energetico, ha accelerato notevolmente i tempi.

Il paradosso è che proprio queste pressioni esterne, unite alla gravissima crisi interna, hanno costretto L’Avana a compiere passi che fino a pochi anni fa sembravano impensabili.

Resta da vedere se l’attuazione sarà concreta e veloce, come richiesto da molti, o se ancora una volta la burocrazia e il timore di perdere il controllo freneranno tutto.

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