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Il potere dell’America in Vaticano

“Papi, dollari e guerre. Il potere dell’America in Vaticano dai tabù del passato a Leone XIV” di Massimo Franco letto da Tullio Fazzolari

Dal 16 ottobre 1978 il papa è “straniero”. Non può essere un caso né tanto meno un modo di dire ormai obsoleto. Dietro l’elezione di quattro diversi pontefici c’è sempre stata una scelta precisa e soprattutto un disegno strategico con cui la Chiesa cattolica intende svolgere il proprio ruolo. Ma una svolta epocale arriva senza dubbio nel 2025 quando, per la prima volta, viene eletto papa un cardinale statunitense. Leone XIV è stato scelto perché il più adatto a ricompattare una Chiesa tormentata negli ultimi anni da polemiche interne. Ma anche la sua nazionalità costituisce un cambiamento e mette fine a una serie di tabù che per lungo tempo hanno caratterizzato i rapporti fra Stati Uniti e Vaticano. E per comprendere davvero l’importanza di tale cambiamento occorre ripercorrere una lunga storia durata più o meno un secolo.

Massimo Franco con “Papi, dollari e guerre. Il potere dell’America in Vaticano dai tabù del passato a Leone XIV” (Solferino, 368 pagine, 22 euro) riesce a farne un racconto tanto appassionante quanto dettagliato con episodi e documenti inediti. Tanto per dare un’idea: dal testo integrale di un telegramma si scopre che alla vigilia del conclave del 1922 il cardinale segretario di Stato Pietro Gasparri chiese esplicitamente ai cardinali statunitensi di presentarsi a Roma con generose donazioni perché la Santa Sede era in gravi difficoltà. La preghiera o, meglio, l’ordine fu prontamente eseguito: i prelati arrivarono con la somma ragguardevole per quei tempi di 210.400 dollari e novecentesimi.

Tralasciando gli spiccioli, da questo aneddoto emerge subito un aspetto cruciale delle relazioni tra l’America e il Vaticano. L’importanza vitale dei finanziamenti provenienti da Oltreatlantico inizia con i generosi contributi di una miliardaria d’origine irlandese come la signora Brady e arriva fino a oggi con la potenza economica Cavalieri di Colombo passando per la parentesi tutt’altro che encomiabile della gestione del cardinale Marcinkus. Storicamente ai cattolici americani viene assegnato il ruolo di grandi benefattori. Basterà forse a far guadagnare il paradiso ma che uno di loro possa diventare papa, fino al 2025, neanche a parlarne. Del resto non è stata l’unica discriminazione che per lungo tempo hanno dovuto sopportare. Pur essendo una minoranza i cattolici americani sono un elettorato decisivo soprattutto per i democratici ma nella cultura wasp sono bollati come pericolosi “papisti”.

Solo con John Kennedy un cattolico arriva alla Casa Bianca e, come racconta Massimo Franco, per eliminare la diffidenza nei suoi confronti alla convention democratica del 1960 ci vuole un intervento dell’ex presidente Truman che, con grande ironia, spiega che Kennedy non darà ascolto al Santo Padre ma solo a suo padre Joseph. Negli anni più recenti si scoprirà che tra USA e Vaticano ci sarà maggiore feeling con presidenti non cattolici perché più che la fede comune contano gli obiettivi condivisi come fra Ronald Reagan e Giovanni Paolo II. “Papi, dollari e guerre” arriva fino a oggi e cioè al periodo in cui i rapporti fra la Santa Sede e la Casa Bianca sono al minimo storico. E per uno scherzo del destino è proprio un pontefice statunitense a tenere testa alla grande all’arroganza di Donald Trump. Forse è proprio vero che le vie del Signore sono infinite.

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