Con Putin, la stretta di mano in Alaska. A Xi, il tappeto rosso di Pechino e la foto di famiglia al Tempio del Cielo. Alla Danimarca, che è un alleato, dazi minacciati per farsi cedere la Groenlandia. E nel mezzo, uno dopo l’altro, i leader europei: il tedesco Merz liquidato come “inefficace”, Macron imitato e deriso nei comizi, Meloni accusata in diretta tv di aver “implorato” una foto. Più un Papa. In Europa molti hanno cominciato a chiamarlo odio. Ma l’odio spiega poco, e prevede ancora meno. Anchorage, Pechino e la Groenlandia, tre vertici solo in apparenza scollegati, sono la chiave per capire cosa c’è davvero sotto.
Tre episodi, una sola visione del mondo
Ad Anchorage, nell’agosto 2025, Trump e Putin si sono seduti per quasi tre ore a discutere del futuro dell’Ucraina. Al tavolo non c’erano né gli ucraini né gli europei, e la loro richiesta di esserci è caduta nel vuoto. Si decideva del destino di una porzione del continente europeo sopra la testa degli europei, ridotti a spettatori di un negoziato sul loro stesso cortile di casa.
La questione groenlandese è il rovescio speculare della stessa medaglia. Trump ha minacciato l’Europa di dazi se non si troverà un’intesa sull’isola danese, e dopo un colloquio con il segretario generale della NATO Mark Rutte ha dichiarato che “non si torna indietro”. A gennaio ha persino rifiutato un G7 d’emergenza proposto da Emmanuel Macron, motivandolo con l’idea che la leadership del francese fosse ormai al tramonto.
E poi Pechino, lo scorso maggio. Steso il tappeto rosso da XiJinping, Trump è ripartito parlando di “accordi fantastici”, foto di famiglia al Tempio del Cielo comprese, e con il rivale sistemico per eccellenza ha esibito la cordialità dell’incontro tra pari. Verso l’avversario dichiarato, l’abbraccio. Verso gli alleati, il negoziato sopra la testa e la minaccia sul territorio.
È sempre la stessa logica. A Pechino Trump tratta il rivale come un pari da corteggiare. Ad Anchorage e sulla Groenlandia tratta l’alleato come terreno da spartire: il continente europeo negoziato senza gli europei, il territorio di un alleato trattato come una cosa acquistabile.
In tutti i casi l’Europa non è un interlocutore. È un oggetto. Ed è questo il filo che tiene insieme tutto il resto.
A dare ragione a questa lettura, paradossalmente, è stata la diretta interessata. Rispondendo in un video all’accusa di aver “implorato” una foto, il 19 giugno Giorgia Meloni ha rimproverato a Trump di mostrarsi molto più accondiscendente con i nemici dell’Occidente che con gli alleati storici, prima di chiudere con una frase netta: “io e l’Italia non imploriamo mai”. Non è orgoglio ferito, è la descrizione esatta dell’asimmetria: l’avversario corteggiato, l’alleato trattato a pesci in faccia.
Il concerto degli uomini forti
Trump sta riportando in scena un mondo di sfere di influenza e di concerto tra grandi potenze, dove la sovranità appartiene al più forte e le nazioni minori sono merce di scambio. È una grammatica ottocentesca travestita da pragmatismo. Più che all’ordine multilaterale nato nel 1945, richiama il Concerto d’Europa uscito dal Congresso di Vienna e, per certi versi, la logica di Yalta: le grandi potenze decidono, gli altri si adeguano. In quella grammatica conta chi gli somiglia, l’uomo forte, e non a caso il linguaggio cambia radicalmente a seconda dell’interlocutore.
A Recep Tayyip Erdogan, definito “una persona forte” e “un ottimo alleato”, Trump rivendica un rapporto “che nessun altro ha”. A Narendra Modi, dopo mesi di gelo e dazi al 50 per cento, è bastato cedere sul petrolio russo per trasformarsi in “uno dei miei più grandi amici”. Con Putin e con Xi, dopo la stagione della guerra dei dazi, la rotta del 2026 è la distensione.
Agli alleati liberaldemocratici europei, invece, è riservato il disprezzo. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz è stato bollato come “totalmente inefficace”, seguito dal taglio di cinquemila soldati americani in Germania e da nuovi dazi sull’auto. La Francia è diventata, all’arrivo di Trump al G7, un paese “da terzo mondo”. E Giorgia Meloni, un tempo alleata prediletta, si è vista raccontare da un giornalista di La7 di aver “implorato” una foto con il presidente, ricostruzione che la premier ha definito completamente inventata.
La differenza non sta in chi crea attrito con Trump, ma in cosa Trump ottiene in cambio. Dai forti, una transazione che si chiude con un abbraccio. Dai liberaldemocratici, nulla che lui consideri una resa, e dunque sprezzo. L’umiliazione personale, l’imitazione dell’accento di Macron nei comizi, la foto “implorata”, non è un eccesso caratteriale. È un rituale di dominanza, lo strumento che si applica a chi è stato classificato come subordinato ma osa fare la lezione. Ed è anche, va detto, carburante per il consumo interno: la base che lo sostiene ama vedere il proprio presidente che umilia le élite globaliste, e ogni sfottò a Macron o a Meloni vale come messaggio elettorale a Washington prima ancora che come gesto diplomatico.
La controprova arriva in questi giorni da un alleato che europeo non è. Per settimane Trump ha trattato con inusitata durezza Benjamin Netanyahu, colpevole di mettere a rischio, con l’escalation in Libano, l’intesa con l’Iran, cioè il suo deal. Lo ha apostrofato con parole pesantissime, lo ha avvertito che si sarebbe “isolato”, al G7 ha detto di non essere “contento” della gestione di Hezbollah e di pretendere da lui “un tocco più morbido”. Eppure, appena Netanyahu ha frenato, il 19 giugno è tornato a celebrarlo come “premier guerriero”, rivendicando un “ottimo rapporto” con Israele. È il copione già visto con Modi e con Erdogan: l’attrito con il forte è sempre reversibile, si scioglie nell’abbraccio non appena l’altro cede. Con Meloni, colpevole di aver difeso il Papa e l’autonomia europea, l’umiliazione non si ricompone. Una frizione è negoziabile, l’altra no.
Perché il Papa è il bersaglio più sferzante
Qui entra il secondo vertice del triangolo, ed è quello decisivo. L’Europa, in fondo, la si può tariffare, marginalizzare, comprare a pezzi. La Chiesa di Leone XIV no. Eppure, le due condividono un tratto che raramente si osserva insieme: entrambe pretendono che esistano principi superiori alla pura forza, e proprio per questo rappresentano, ciascuna a suo modo, un limite alla politica delle sole sfere di influenza.
Il pontefice ha condannato la guerra all’Iran come fuori dal diritto internazionale, difende i migranti, parla un linguaggio universalista che giudica il potere su norme trascendenti. È esattamente la postura che Trump etichetta come “debole” e “politicamente corretta”. Ma soprattutto è l’unica autorità che sfugge per definizione alla logica del deal. Non ha eserciti, non ha un’economia da colpire, e nonostante questo delegittima alla radice il modello del concerto degli uomini forti.
Per un potere che misura ogni cosa in termini di dominanza e di scambio, un’autorità morale non negoziabile è l’ostacolo più insopportabile, perché non si lascia ridurre a partita. L’attrito con Palazzo Chigi nasce proprio lì: la premier ha rotto con Trump anche per averlo ripreso per lo scontro con il Papa. Difendere Leone XIV significava, agli occhi della Casa Bianca, schierarsi a favore di un modello di relazioni fondato su principi universalisti, in tensione con la logica transazionale dell’amministrazione.
La funzione, non l’odio
Resta una cautela metodologica, che è poi il vero punto. Chiamare “odio” la causa di tutto questo ci fa perdere il bersaglio. Parte di questa ostilità è fredda strategia, non affettività. Umiliare gli establishment europei serve a staccarne i movimenti sovranisti, da Vannacci in giù, dal loro stesso campo nazionale, e a costruire un’internazionale dei forti che scavalca i governi in carica.
Il disprezzo, in altre parole, non è un sentimento, è un dispositivo. È lo strumento con cui si erode l’ordine universalista del dopoguerra, di cui l’Europa liberale e la Chiesa universale restano i due grandi portatori istituzionali.
E va riconosciuto un punto scomodo: l’Europa fa molto per farsi trattare da oggetto. La frammentazione, l’indecisione, le divisioni tra Berlino e Parigi sulle garanzie a Kyiv o sulla risposta ai dazi offrono a Trump il fianco perfetto su cui affondare il colpo. Litigano persino su chi debba andare a parlare con Putin. Un continente che parla con venti voci si candida da solo al ruolo di comparsa.
Anchorage, Pechino e la Groenlandia non sono incidenti. Sono la dimostrazione che per questa Casa Bianca esistono soggetti che contano e oggetti che si spartiscono. La domanda decisiva, allora, non è perché Europa e Vaticano vengano attaccati. È se possiedano ancora abbastanza peso politico, culturale e morale per restare soggetti della storia, invece che oggetti negoziati da altri.
Soggetti, non oggetti: la postura da scegliere
Per la Chiesa la risposta sta nella sua stessa natura: può contare su una resistenza che si misura in secoli, e parte della sua forza sta proprio nel non avere eserciti. Per l’Europa la strada è opposta, e più scomoda. In un mondo che torna a rispettare solo la forza, difendere un ordine fondato su principi superiori alla forza impone, paradossalmente, di dotarsi di forza. Non basta avere ragione, bisogna avere peso.
Sul piano dei singoli Stati, la prima lezione viene dalla parabola di Meloni: la rincorsa al ruolo di alleato prediletto non compra nulla di duraturo, e il prediletto finisce umiliato come gli altri. La visita di Stato offerta da Starmer, il “daddy” di Rutte, l’allineamento iniziale della premier italiana hanno comprato una posizione subordinata, non un posto al tavolo. La postura individuale efficace è un’altra: dignità senza rotture teatrali, reciprocità invece di supplica, e soprattutto qualcosa da mettere sul piatto. Solo chi investe in capacità nazionali, industriali e militari, arriva al negoziato con una leva, non con una richiesta.
Sul piano collettivo, l’Europa ha già un terreno su cui è una grande potenza, e lo dimentica di continuo: il mercato unico, quasi mezzo miliardo di consumatori, il peso regolatorio e commerciale. È l’unico linguaggio che Trump rispetta davvero, quello del deal, e sui dazi un’Europa che negozia unita tratta da pari, mentre frammentata subisce. La reciprocità commerciale è la sua arma più immediata, a patto di impugnarla compatta e non in ordine sparso.
Sul fronte della difesa, l’autonomia non è un’utopia, è un cantiere già aperto: la spesa militare europea è cresciuta del 60 per cento tra il 2020 e il 2025, e piani come Readiness 2030 mettono in campo fino a 800 miliardi, con il meccanismo SAFE per gli acquisti congiunti. Il problema non sono i soldi, è la dispersione. L’Agenzia europea per la difesa stima 25 miliardi l’anno bruciati in duplicazioni, e a fronte di una spesa pari a un terzo di quella americana l’Europa schiera circa un decimo delle capacità. Acquisti comuni, interoperabilità, una base industriale integrata, anche con l’innovazione bellica ucraina maturata sul campo, sono la differenza tra spendere e contare.
Resta l’ostacolo politico: la regola dell’unanimità trasforma la difesa comune in una promessa paralizzata. La via d’uscita è la coalizione dei volenterosi, un nucleo di Stati che procede senza aspettare il più lento, allargato ai partner non comunitari come Londra e, dove serve, Ankara. Un banco di prova immediato c’è già, ed è proprio la Groenlandia: se la coercizione sul territorio sovrano di uno Stato membro non fa scattare una risposta collettiva, la clausola di mutua difesa europea è carta straccia.
La scelta, in fondo, è secca. O l’Europa accetta di essere ancora una volta il continente di cui altri si spartiscono le sponde, esattamente come nell’Ottocento, oppure decide di diventare abbastanza forte da imporre che i suoi principi vengano ascoltati. Perché in un concerto di potenze le prediche non contano. Contano solo i pesi.







