Nel romanzo ‘’Il giorno della civetta’’ di Leonardo Sciascia (Einaudi 1961) il boss mafioso Mariano Arena rivolge al capitano dei carabinieri Bellodi – che lo indaga come mandante di unomicidio – un attestato di stima: «Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà. Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini. E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi’’.
Ci sono casi in cui questo giudizio non riguarda l’identità delle persone, ma segnala il declino nel tempo di una persona singola che col trascorrere degli anni e delle esperienze compiute, dopo aver iniziato il suo percorso con le stimmate dell’uomo si ritrova a discendere la scala del disonore fino a divenire un quaquaraquà, dopo aver attraversato le forche caudine riferibili a un mezz’uomo (tralasciamo per evidenti motivi l’altro livello intermedio).
Prendiamo il caso di Matteo Renzi. Giovane sindaco di Firenze dal 2009 si procura uno spazio nel dibattito nazionale non solo nel suo partito. Nel 2013 si rifà della sconfitta incassata nelle primarie con Pierluigi Bersani ( deriso in streaming da Grillo) e viene portato in trionfo alla segreteria del Pd (sono testimone di persone che si iscrivo al partito apposta per poterlo votare). Poi muove all’assalto di Palazzo Chigi e del governo di Enrico Letta. L’ 11 gennaio 2014, Matteo Renzi, allora segretario del PD, pronuncia la celebre frase “Enrico stai sereno”. Un mese dopo il 13 febbraio 2014, la Direzione del PD approva con 136 a favore il documento di Renzi che chiede un nuovo esecutivo per uscire dalla “palude”. Napolitano ci mette tanto del suo. Ha luogo lo scambio della campanella tra Letta e Renzi più laconico della storia della Repubblica. Letta abbandona persino la politica ed espatria.
Pochi mesi dopo in occasione delle elezioni europee il Pd sfiora il 41% ottenendo il risultato più straordinario di tutta la storia della sinistra in Italia e nell’Unione. Riesce a portare Federica Mogherini al posto di vice presidente della Commissione e all’incarico di Alto Rappresentante della politica estera. Nel partito si intesta il ruolo del ‘’rottamatore’’ nei confronti di leader storici ex Pci come Massimo D’Alema. Da presidente del Consiglio impegna il governo in una politica aggressiva di questioni aperta da anni soprattutto in materia di lavoro.
Con un gruppo di giovani studiosi coordinati da Tommaso Nannicini vara, tra il 2014 e il 2015, il jobs act, sfidando la vecchia sinistra politica e sindacale; col decreto Poletti il governo rende flessibile l’utilizzo del contratto a termine e con misure di incentivi riavvia l’incremento dell’occupazione. La sinistra del partito toglie il disturbo e fonda un movimento chiamato ‘’articolo 1’’.
Al pari di Icaro, Renzi crede di potersi permettere una riforma molto invasiva della Costituzione ottenendo un appoggio troppo generoso di gran parte del deep state, convinto di poter vincere mettendoci la faccia lega il suo destino politico a quello della riforma che gli italiani bocciano.
La caduta della legge Boschi travolge anche la legge elettorale che avrebbe dovuto assicurare a Renzi di mettere a frutto la vittoria nel referendum. Il ‘’giovane caudillo’’ in breve si trova fuori dal partito, fonda Italia Viva (IV) ma ritiene possibile continuare ad esercitare un ruolo nel Pd attraverso quei compagni che non lo seguono fuori dal partito.
Ma la politica non perdona un leader che nel giro di pochi anni disperde milioni di voti e si ritrova da ‘’folgorante in soglio’’ a contare i decimali dei sondaggi, tanto da non riuscire a superare la soglia per entrare in quel Parlamento europeo dove anni prima era sembrato un dominatore. Non gli riesce neppure l’alleanza con Carlo Calenda anche se non sono tutte sue le responsabilità del fallimento politico (non elettorale) del Terzo Polo. Senza avere più un partito pesante da guidare Renzi diventa un battitore libero.
E’ intelligente e astuto: tra i corvi anche un falco sembra un’aquila. Nella precedente legislatura gli riescono due mosse abili e fortunate. Quando Matteo Salvini apre la crisi del governo Conte 1, Renzi non segue le tesi idiote di quanti vorrebbero andare a votare; intuisce la vocazione trasformistica di Giuseppe Conte e agevola la costituzione del Conte 2 con un’altra maggioranza. Poi verso la fine della legislatura gioca la carta del governo Draghi, ma non riesce ad evitargli la crisi preparata dal M5S che, ancorchètartassato, rimane il primo partito in Parlamento.
Sappiamo come sono andate le elezioni del 2022. Renzi diventa il più accanito avversario del governo Meloni (nonostante che sia la nuova maggioranza a difendere nei fatti l’operato del suo esecutivo messo sotto accusa dal Pd versione Schlein). Renzi si riavvicina alla sinistra e al campo largo, senza accorgersi della mutazione genetica a cui si sottopone: l’uomo del 2014, divenuto il mezzo uomo del 2016, e l’ominicchio del 2022, si presenta sulla scena politica alla stregua di un quaquaraquà. ‘’Vengo anch’io? No tu no’’.
Una coalizione di saltimbanchi lo tiene ai margini; e Renzi è costretto a truccare le foto per apparire seduto allo stesso tavolo dei quattro cavalieri dell’Apocalisse. Per essere ammesso nella squadra Iv ha dovuto accettare in molte elezioni locali di non presentarsi con il propri simboli ma travestiva da lista civica o quant’altro. L’inclusione di Matteo Renzi e della sua forza politica, Italia Viva, all’interno del Campo largo rappresenta uno dei nodi più divisivi e dibattuti del centrosinistra. Il panorama attuale vede la coalizione muoversi su binari paralleli, divisa tra la necessità matematica di allargare i consensi al centro e i forti veti politici interni. Nei giorni scorsi dal palco della festa Fiom di Bologna il giornalista Marco Damilano che conduceva il dibattito ha rivolto una domanda ai tre leader del campo progressista Schlein, Conte e Fratoianni: ‘’ La foto che vi siete fatti è esaustiva della coalizione? Questa foto va allargata anche con Renzi?“.
Ma prima che i politici potessero rispondere è arrivato – racconta con visibilio il Fatto quotidiano – un boato di “No” e di fischi da parte delle centinaia di operai e operaie della Fiom emiliana-romagnola. Eppure Renzi ha recitato tanti mea culpa: ho tollerato che i partiti ‘’campeadores’’ spernacchiassero il jobs act in occasione del referendum promosso dalla Cgil; ha fatto il pesce in barile nel referendum sulla giustizia; ha intrallazzato con Roberto Vannacci per mettere in seria difficoltà il centro destra che sarà costretto ad imbarcarlo nel 2027 e a bruciarsi così tutta la credibilità afascista accumulata in 4 anni sotto il tiro incrociato dell’ANPI. Eppure su di lui non è venuta meno la fatwa degli ayatollah del campo stretto.
E’ dignitoso per un ex presidente del Consiglio che vantava l’amicizia di Obama stare in attesa della chiamata in codice sul cellulare, magari con l’invito ad entrare da una porta secondaria? Matteo non si offende. Si vede che condivide la vecchia battuta di Groucho Marx: “Non mi iscriverei mai ad un club che accettasse tra i suoi soci persone come me”. Più quaquaraquà di lui nello scenario politico italiano c’è soltanto (fin dalla elezione) il segretario di +Europa Riccardo Magi il quale ha rimproverato i neo centristi di consentire, mettendosi in proprio, la vittoria delle destre, come nel 2022. Si vede che non riesce a capire quale danno sarebbe per il paese una vittoria di questa sinistra. Del resto che cosa mai aspettarsi da un ex radicale che ha invitato a votare NO alla riforma Nordio?





