“Campioni del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo!”. L’urlo di Nando Martellini attraversa ancora oggi più di quarant’anni di storia. È l’11 luglio 1982. Al Santiago Bernabéu di Madrid l’Italia ha appena sconfitto la Germania Ovest per 3-1. Paolo Rossi corre verso il centrocampo, Marco Tardelli urla tutta la sua gioia, Sandro Pertini esulta in tribuna. L’Italia è campione del mondo.
Il giorno dopo, però, gli italiani si risvegliano in un Paese molto diverso da quello raccontato dalle immagini della finale. L’inflazione viaggia ancora oltre il 16%. Solo due anni prima aveva superato il 21%. I tassi di interesse sono in doppia cifra, i mutui sembrano proibitivi e la lira continua a perdere potere d’acquisto. La partita contro l’inflazione è tutt’altro che vinta.
Eppure, quella non era la prima volta che una Coppa del Mondo si giocava sullo sfondo di una grande crisi dei prezzi. A pensarci bene, basta allontanarsi dal Bernabéu e tornare indietro di otto anni.
DALLO SHOCK PETROLIFERO ALLA STAGFLAZIONE: LA RISPOSTA TEDESCA
Da una parte c’è l’Olanda di Johan Cruijff, il profeta del calcio totale. Dall’altra Franz Beckenbauer, il Kaiser. Il genio contro l’ordine. La fantasia contro la disciplina. Finisce 2-1 per i tedeschi.
Mentre Beckenbauer alza la Coppa del Mondo davanti al pubblico di casa, però, fuori dagli stadi il mondo sta affrontando una sfida molto più complicata di qualsiasi finale.
Pochi mesi prima, il primo shock petrolifero aveva sconvolto l’economia mondiale. Tra il 1973 e il 1974 il prezzo del petrolio era quasi quadruplicato. Le automobili facevano la fila ai distributori. Le domeniche senza auto diventavano una realtà in molti Paesi europei. Le bollette aumentavano. I prezzi correvano. L’inflazione in quegli anni superò l’11% negli Stati Uniti, sfiorò il 20% in Italia e nel Regno Unito si avvicinò al 17%. Gli economisti, per la prima volta, si trovarono davanti a un avversario che non avevano mai affrontato davvero. L’economia rallentava, ma i prezzi continuavano a salire. Una combinazione che sembrava impossibile. La chiamarono stagflazione.
In quel contesto la Germania scelse la sua strategia: disciplina, rigore, pazienza. In quegli anni la Bundesbank accetta di sacrificare parte della crescita economica pur di riportare sotto controllo i prezzi. Una scelta impopolare nel breve termine ma decisiva negli anni successivi. Alla fine del decennio l’inflazione tedesca tornò sotto il 5%, mentre gran parte del mondo occidentale continuava a rincorrere l’avversario.
In altre parole, la Bundesbank in quegli anni decise di giocare proprio come Beckenbauer. Controllo del campo, poche concessioni e visione di lungo periodo.
Quattro anni dopo il Mondiale si trasferì dall’altra parte dell’oceano.
ARGENTINA 1978: INFLAZIONE E FRAGILITÀ STRUTTURALE
Mario Kempes segna due volte nella finale contro l’Olanda. Le tribune del Monumental esplodono. Per la prima volta nella sua storia l’Argentina è campione del mondo. Mentre l’Albiceleste alza la Coppa, però, il tabellone economico del Paese continua a peggiorare. A quel tempo l’inflazione argentina viaggia già intorno al 150% annuo. È il sintomo di un problema che non verrà risolto. Negli anni successivi la situazione degenererà ulteriormente, fino alle crisi inflazionistiche che segneranno intere generazioni di argentini. La lezione è semplice. Vincere un Mondiale richiede talento. Sconfiggere l’inflazione richiede credibilità. Fu allora che entrò in campo uno dei protagonisti più importanti di questa storia. Non un attaccante, non un regista, nemmeno un campione del mondo.
Nel 1979 Paul Volcker assume la guida della Federal Reserve. Alto quasi due metri, sigaro sempre acceso e carattere poco incline ai compromessi, Volcker scelse una strategia che molti consideravano impossibile: alzare drasticamente i tassi d’interesse.
Nel giro di pochi mesi il costo del denaro negli Stati Uniti superò il 20%. La cura fu dolorosa. L’economia rallentò. La disoccupazione aumentò e le proteste non mancarono. Ci volle tempo, ma la cura funzionò. Quando Volcker entrò in carica l’inflazione americana sfiorava il 14%. Nel 1983 era scesa sotto il 4%. In un certo senso, fu come un allenatore disposto a rinunciare allo spettacolo pur di vincere la partita.
I giorni passano, gli anni anche. Mentre Volcker combatte la sua partita contro l’inflazione, arriva l’estate del 1982. L’estate di Paolo Rossi. L’estate del Bernabéu. L’estate di Martellini.
L’Italia vince il Mondiale ma non ha ancora vinto la sua battaglia economica. L’inflazione resta sopra il 16% e serviranno ancora anni di politiche monetarie restrittive, sacrifici e disciplina fiscale prima che il problema venga davvero ridimensionato. È una lezione che il calcio insegna bene. Vincere una finale non significa aver risolto tutti i problemi.
Per quasi quarant’anni, però, l’inflazione esce dai radar delle principali economie avanzate. Sembra una vecchia registrazione in bianco e nero. Un problema appartenente ai racconti dei nostri genitori. Un racconto che sembrava legato solo a chi quella notte del Bernabeu se la ricordava per davvero. Chi davanti alla TV urlò insieme a Martellini.
2022: IL RITORNO DELL’INFLAZIONE GLOBALE
Prima la pandemia. Poi i colli di bottiglia nelle catene di approvvigionamento. Poi la guerra in Ucraina. Poi la crisi energetica. Per la prima volta dagli anni Ottanta l’inflazione torna a occupare le prime pagine dei giornali. Negli Stati Uniti raggiunge il 9,1%. Nell’Eurozona supera il 10%. Nel Regno Unito tocca l’11%. In Italia sfiora il 12%. Curiosamente, proprio come nel 1978, a vincere il Mondiale fu ancora una volta l’Argentina. Questa volta guidata da Lionel Messi. Mentre Messi alza la Coppa del Mondo a Lusail, le principali banche centrali del pianeta stanno completando il ciclo di rialzi dei tassi più aggressivo dai tempi di Volcker.
La Federal Reserve porta i tassi da quasi zero a oltre il 4% in meno di un anno. La BCE abbandona l’era dei tassi negativi. I mercati iniziano a chiedersi se la medicina sarà peggiore della malattia.
La differenza rispetto agli anni Settanta, però, è evidente. Questa volta gli arbitri della politica monetaria vedono il fallo quasi subito. Fed, BCE e Bank of England reagiscono rapidamente, nel tentativo di evitare che l’inflazione si radichi nelle aspettative di famiglie e imprese.
2026: TRA NORMALIZZAZIONE E RISCHIO GEOPOLITICO NEI MERCATI GLOBALI
Per la quarta volta in poco più di mezzo secolo il mondo si ritrova a vivere un Mondiale con l’inflazione ancora tra le principali preoccupazioni economiche. Ma questa volta il tabellone racconta una storia diversa. Negli Stati Uniti l’inflazione è tornata vicino al 2-3%. Nell’Eurozona oscilla poco sopra il target del 2% fissato dalla BCE. In Italia è lontanissima dai livelli che accompagnarono il trionfo di Paolo Rossi nel 1982. Sulla carta sembrerebbe una vittoria. Eppure, i mercati continuano a interrogarsi sul futuro. Negli anni Settanta il nemico era il petrolio. Nel 2022 erano l’energia e la guerra.
Nel 2026 i rischi continuano a intrecciarsi con le tensioni geopolitiche. Per gli investitori il dubbio resta, in fondo, piuttosto semplice: come proteggersi nel breve periodo senza rinunciare ai target di crescita. I tassi d’interesse rappresentano oggi una prima linea di difesa contro le preoccupazioni inflazionistiche. A differenza del 2022, però, il contesto è cambiato: i rendimenti esistono, non si parte più da zero. Questo cambia radicalmente il punto di partenza. Senza necessariamente rivedere le aspettative di crescita, almeno nell’orizzonte di breve periodo, gli investitori chiedono di essere remunerati per il rischio politico e geopolitico.
Le curve si muovono in modo relativamente parallelo, riflettendo l’idea che le banche centrali debbano fare meno “lavoro sporco” per costruire una protezione: parte della difesa è già incorporata nei livelli attuali dei tassi.
Nel frattempo, le azioni continuano a comportarsi in modo resiliente. Lo scenario, più che quello di uno scontro aperto, ricorda una fase di attesa a centrocampo: una lunga gestione del possesso, fatta di palleggio, in cui entrambe le squadre cercano il momento giusto per verticalizzare.
Gli investitori osservano, studiano, aspettano l’imbucata. Le notizie di una possibile distensione tra Stati Uniti e Iran sembrano raffreddare il clima, aprendo lo spazio per un’eventuale ripartenza: un contropiede che potrebbe riportare in vantaggio gli asset più rischiosi.
È presto per dire chi vincerà la partita, ma nel 1974 Beckenbauer vinse la finale e la Germania contribuì a scrivere il manuale della disciplina monetaria. Nel 1978 Kempes vinse la Coppa del Mondo ma l’Argentina continuò a perdere la sua battaglia contro i prezzi.
Nel 1982 Paolo Rossi e l’Italia salirono sul tetto del mondo mentre l’inflazione italiana correva. Nel 2022 Messi ha riportato il trofeo a Buenos Aires mentre le banche centrali lanciavano la più dura stretta monetaria degli ultimi quarant’anni. In tanta incertezza, una cosa sembra certa. Mondiali ed economie, a volte, intrecciano le loro strade. Non ci resta che vedere chi alzerà la coppa il prossimo 19 luglio e chi saranno i vincitori dentro e fuori dal campo.







