Si segnala a Giorgia Meloni che c’è troppa confusione sotto il cielo. Nel 2011 il governo Berlusconi, riprendendo una proposta di Marco Biagi, introdusse la possibilità per i sindacati più rappresentativi di firmare accordi aziendali in deroga alle leggi e ai contratti nazionali. Non su tutto, perché salari e diritto comunitario del lavoro dovevano rimanere immodificabili.
Questo “articolo 8” ha dato luogo a un doppio binario. La sinistra accademica insorse pretendendo le stesse regole per tutti. Aziende e rappresentanze dei lavoratori (tutte), silenziosamente, presero invece ad usarlo per adattare alle specifiche situazioni l’orario di lavoro, le regole di alcune tipologie contrattuali, nuove forme di tutela della professionalità dei lavoratori rispetto ai tradizionali inquadramenti. Telethon, la grande charity italiana, ha ad esempio costruito una originale carriera per i propri ricercatori per reclutarli meglio nel mercato globale.
Come al solito però, in Italia le novità devono scontare una certa ipocrisia. Gli accordi si fanno ma non si dicono. Resta il fatto che, nei quindici anni successivi, i ministri del lavoro e le varie maggioranze parlamentari non hanno voluto modificarlo. Risulta quindi una vera sorpresa l’emendamento della Lega, inserito nel recente decreto lavoro, che pretende l’obbligo di registrazione e soprattutto di sottoscrizione degli accordi nelle piccole imprese presso gli ispettorati del lavoro nel caso di “trattamenti peggiorativi”. Così si esprime diffidenza verso i maggiori sindacati, che usualmente firmano accordi migliorativi e che nello stesso decreto sono riconosciuti garanti del “salario giusto”. E pensare che la Lega, un tempo, sosteneva il federalismo contrattuale.
Pochi giorni fa il leader della Cgil ha definito la norma una “porcheria” perché dà un grande potere alle “parti sociali private”, ovvero i sindacati. Subito il centrodestra la corregge. Non c’è più religione!




