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Giorgia Meloni tra rabbia e orgoglio

Parole e polemiche durante la discussione in Parlamento dopo l'intervento di Giorgia Meloni. La nota di Sacchi.

La rabbia e l’orgoglio di Giorgia Meloni contro gli insulti volgari e sessisti di un parlamentare dei Cinque Stelle, Francesco Silvestri, per i quali almeno fino a sera, con l’eccezione di Pina Picierno vicepresidente del Parlamento Europeo (fuoriuscita dal Pd), non giunge la solidarietà del campo che si pensava largo almeno di femminismo, mettono ancora più in risalto lo stato di sbandamento di un’opposizione che ancora una volta si è divisa in ben 6 risoluzioni.

Nelle comunicazioni in parlamento, in vista del Consiglio Europeo del 18 e 19 giugno, la premier al deputato pentastellato replica duramente che la verità è che gli avversari non hanno mai accettato che sia stata la destra a esprimere il primo premier donna, andata avanti “senza aiuti e ginocchiere (che Silvestri l’aveva accusata di indossare con Trump e Netanyahu ndr)”

“Queste sono offese a tutte le donne”, denuncia Meloni. La premier punzecchia Laura Boldrini, la ex presidente della Camera, parlamentare del Pd, che contesta invece a un collega di essersi rivolta a Meloni con un “signor presidente”. Meloni dice a Boldrini, in sostanza, che il suo è un femminismo su questioni formali, mentre “il punto di rispetto” deve passare su questioni pesanti e sostanziali come gli insulti sessisti ricevuti ieri sotto il silenzio della sinistra.

Ma al di là di una sinistra che di fatto stette zitta pure quando il segretario della Cgil, Maurizio Landini, insultò Meloni con il termine “cortigiana”, al di là del femminismo a targhe alterne del campo largo, che arriva al grave sgarbo istituzionale nei confronti di una premier, la prima donna alla plancia di comando di Palazzo Chigi, Meloni ha gioco facile a fotografare lo stato di crisi e sbandamento di opposizioni divise in ben sei risoluzioni. E che paradossalmente, con Piero Fassino, ad esempio, uno dei dem più preparati di politica estera, accusano Meloni di “ambiguità” sull’Ucraina e sul suo ingresso nella Ue.

La premier non ha difficoltà a far parlare semplicemente i fatti, confermando l’appoggio all’Ucraina: il centrodestra ha sempre trovato la sintesi e votato in modo compatto per il sostegno a Kiev, il centrosinistra invece ancora una volta si spacca in sei risoluzioni. Si tenta, come fa ad esempio Matteo Renzi, di utilizzare il drappello di fuoriusciti di Roberto Vannacci per parlare di “spaccature nel centrodestra”.

Ma la differenza è enorme con il campo largo nato già in partenza strutturalmente diviso, a cominciare dalla questione cruciale per chi si candida a governare, ovvero la politica estera. Meloni attacca per la prima volta, comunque, frontalmente i vannacciani ricordando che per ben sei volte hanno votato no alla fiducia al governo. Per ammonire: “Chi, eletto nelle file del centrodestra, è funzionale alla sinistra non è la vera destra”. Rimarca: “La vera destra non è mai funzionale alla sinistra”.

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