Gli Stati Uniti e l’Iran sono tornati a colpirsi duramente con una nuova serie di attacchi aerei e missilistici, scatenati dopo l’abbattimento lunedì di un elicottero Apache americano nello Stretto di Hormuz.
Le operazioni vanno avanti da due giorni, con Washington che preme militarmente per costringere Teheran a un accordo e l’Iran che risponde colpendo basi statunitensi nella regione e minacciando di tenere chiuso lo stretto di Hormuz.
Come riporta il New York Times, questi atti ostili rischiano di far collassare del tutto la tregua fragile siglata ad aprile, riportando i due Paesi pericolosamente vicini a una guerra su vasta scala.
L’innesco: l’abbattimento dell’Apache
La scintilla che ha riaperto le ostilità è scattata lunedì, quando, come sottolinea il Guardian, l’Iran ha abbattuto un elicottero Apache dell’esercito statunitense vicino allo Stretto di Hormuz.
L’amministrazione Trump ha definito l’episodio un atto ostile diretto, mentre fonti iraniane hanno minimizzato parlando di un possibile incidente.
Questo evento ha spezzato settimane di relativa calma sotto una tregua che, come ha sottolineato la BBC, somigliava ormai sempre più più a una “tregua ridotta” che a un vero cessate il fuoco.
Nelle ore successive gli Stati Uniti hanno lanciato raid di rappresaglia, ai quali Teheran ha risposto colpendo obiettivi americani nella regione del Golfo.
I raid americani sulle coste iraniane
Ieri sera e nella notte tra ieri e oggi gli Stati Uniti hanno condotto una nuova e intensa ondata di attacchi contro obiettivi nell’Iran meridionale.
Secondo quanto riferisce il New York Times, le esplosioni si sono concentrate soprattutto nella provincia di Hormozgan: ad essere colpite sono Bandar Abbas, Sirik, Minab e le vicinanze dell’isola di Qeshm.
Come riferisce Bloomberg, il Comando Centrale americano (Centcom) ha spiegato di aver preso di mira siti di sorveglianza militare, sistemi di comunicazione e postazioni di difesa aerea.
Il presidente Donald Trump ha rivelato a un giornalista di Fox News che sono stati lanciati 49 missili Tomahawk, oltre ai bombardamenti effettuati dai caccia.
Come riporta il Guardian, il Segretario alla Guerra Usa Hegseth ha detto che le bombe statunitensi “sarebbero cadute su strutture chiave in Iran”.
Tra gli obiettivi colpiti figurano, secondo il New York Times, anche due serbatoi di acqua potabile vicino a Sirik, che hanno lasciato senza rifornimento oltre ventimila persone in una zona dove le temperature superano spesso i 35-40 gradi. L’Iran ha parlato di “crimine di guerra calcolato”, accusa ripresa dal portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei.
La risposta iraniana
Teheran non ha tardato a replicare. Ha lanciato due ondate di attacchi contro basi americane in Kuwait e in Bahrain, che come ricorda l’Associated Press ospita il comando della V flotta Usa, annunciando inoltre lanci di missili contro una base in Giordania.
Come rimarca NPR, il Kuwait ha chiuso temporaneamente il proprio spazio aereo e le sirene di allarme sono risuonate in Bahrain.
I Guardiani della Rivoluzione hanno sostenuto di aver “distrutto” diciotto obiettivi importanti, anche se queste affermazioni non hanno ricevuto conferme indipendenti.
Come riferisce Reuters, i Pasdaran hanno affermato che la base aerea di Al-Azraq in Giordania è stata presa di mira con 12 missili balistici “per punire l’aggressore”, aggiungendo che l’attacco “ha distrutto quelle installazioni e un gran numero di aerei da combattimento. Le operazioni dei guerrieri dell’Islam continueranno finché le azioni malefiche del nemico continueranno”.
L’esercito statunitense ha detto invece che quasi tutti i missili e i droni iraniani erano stati intercettati, senza segnalazioni immediate di vittime statunitensi o danni alle sue strutture e mezzi.
L’Iran ha poi dichiarato chiuso allo Stretto di Hormuz qualsiasi tipo di navigazione, comprese le petroliere, avvertendo che ogni tentativo di passaggio sarebbe considerato ostile.
Ma il Comando Centrale americano ha smentito una chiusura totale, sostenendo che il traffico commerciale prosegue. I prezzi del petrolio sono comunque saliti, con il Brent intorno ai 94-95 dollari al barile.
Le parole di Trump e Hegseth: “Negoziamo con le bombe”
Gli Stati Uniti non hanno nascosto la propria strategia di pressione. “Se dobbiamo negoziare con le bombe, lo faremo”, ha dichiarato il segretario alla Guerra Pete Hegseth dalla base di MacDill in Florida, come riportato dal Financial Times.
Trump ha ripetuto che gli attacchi continueranno: “Abbiamo colpito duro ieri e colpiremo duro anche oggi”, ha affermato il presidente, secondo quanto scrive Reuters.
Il capo della Casa Bianca ha però anche lasciato aperti spiragli diplomatici: ha riferito di aver parlato direttamente con funzionari iraniani che gli hanno chiesto di fermare i bombardamenti, lasciando intendere che una pausa è possibile se Teheran capitolerà rapidamente e firmerà un accordo.
L’obiettivo dichiarato resta quello di ottenere un’intesa che riapra completamente lo stretto, limiti il programma nucleare iraniano e porti a una pace duratura.
La posizione di Teheran
Da parte iraniana il tono è rimasto fermo e minaccioso. Il generale Majid Mousavi, comandante delle forze aerospaziali dei Guardiani della Rivoluzione, ha avvertito che gli Stati Uniti stanno rendendo insicuro lo Stretto di Hormuz e che l’Iran è pronto a trasformare l’intera regione in “un inferno”
Come sottolinea Axios, il presidente Masoud Pezeshkian ha definito gli attacchi alle infrastrutture civili un segno di disperazione, mentre il ministero degli Esteri ha accusato Washington di minare il processo diplomatico con messaggi contraddittori.
Secondo la BBC, vertici militari iraniani sembrano disposti a una prova di forza, pur dichiarandosi aperti a una soluzione negoziata purché rispettosa delle loro “linee rosse”, tra cui il mantenimento del controllo sullo stretto e un alleggerimento delle sanzioni.
Frattanto i ministri degli Esteri arabi si sono riuniti condannando le azioni iraniane e chiedendo la fine immediata delle ostilità.
Dal canto suo, il segretario generale dell’Onu, António Guterres, ha avvertito che il cessate il fuoco si è frantumato e che il rischio di un ritorno alla guerra aperta è concreto.




