Lino Cardarelli è stato per mezzo secolo circa uno dei migliori e più competenti manager italiani. E adesso, pochi giorni dopo la sua morte, a chi ha avuto l’opportunità di conoscerlo viene spontaneo aggiungere che sicuramente era anche il più brillante. L’aggettivo può sembrare strano considerando che era una persona schiva che non amava mettersi in mostra ma bastava sentirlo parlare per cogliere un’elegante ironia con cui riusciva a spiegare le situazioni più complesse e a sdrammatizzare i momenti di difficoltà o di pericolo. E tutto questo lo si può riscontrare nel libro che Cardarelli ha scritto nel 2022 con la collaborazione di un autorevole firma del giornalismo economico come Gianfranco Fabi.
“Dalla Montedison a Baghdad. Dal ginepraio della finanza alle eterne crisi del Medio Oriente” (Guerini e Associati, 378 pagine, 32 euro) è molto di più di un’autobiografia. Di fatto, è soprattutto la testimonianza diretta di un protagonista che ha vissuto un’epoca iniziata con grandi speranze per l’economia italiana e che alla fine, negli ultimi della sua lunga carriera, prima in Iraq e poi con l’Unione per il Mediterraneo ha dedicato il suo impegno a gravi problemi internazionali.
Più efficace di una cura di fosforo la lettura di “Dalla Montedison a Baghdad” risveglia nella memoria collettiva un periodo storico a cui si tende spesso ad applicare la teoria freudiana della rimozione. L’Italia che oggi, un pezzo alla volta, vende o chiude le sue fabbriche, allora stava conquistando il ranking di quinta potenza industriale del mondo. E secondo i più ottimisti era possibile perfino scalare la quarta posizione. Nel contesto di quel sistema-paese la Montedison, da cui inizia la storia, era un pilastro fondamentale. Con Mario Schimberni presidente e Cardarelli prima direttore finanziario e poi amministratore delegato era stata risanata dalla gestione avventurosa di Eugenio Cefis. Certo era stata necessaria una cura drastica per cui, per risparmiare, la sera negli uffici di Foro Buonaparte era d’obbligo spegnere le luci. Però l’obiettivo era stato raggiunto e la grandezza di quella Montedison non stava tanto nei bilanci quanto nei progetti per il futuro.
Con il sindacato dei chimici (allora guidato da Sergio Cofferati) si raggiungevano accordi innovativi lanciando strumenti come i fondi pensione. E il disegno di trasformare la Montedison in una public company con un azionariato diffuso era una novità quasi rivoluzionaria per l’Italia. Fosse andato a buon fine forse avremmo ancora un colosso della petrolchimica ma gli eventi presero una direzione diversa. Per diversi anni Lino Cardarelli è al vertice di grandi banche italiane e statunitensi e in questo ruolo si occupa della ricostruzione in Kuwait dopo la prima guerra del Golfo. L’esperienza acquisita fa sì che nel 2003 venga chiamato a coordinare con l’ammiraglio Nash l’intervento di ricostruzione in Iraq. Lui non se ne è mai fatto un vanto ma è noto che Cardarelli ha saputo opporsi a ingerenze che miravano a un facile business anziché alle esigenze irachene. E la grandezza di un manager sta anche nel coraggio di dire no ai potenti.




