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L’Europa può approfittare della fuga dei ricercatori dagli Usa?

L'intervento di Luigi Capoani, docente di Economia internazionale all’Università Ca’ Foscari di Venezia e presidente dell’European Youth Think Tank.

L’articolo pubblicato da Start Magazine sul tentativo europeo di attrarre ricercatori in uscita dagli Stati Uniti ci pone di fronte a una questione di grande rilevanza strategica: l’Europa può davvero trasformare le difficoltà del sistema americano della ricerca in un’opportunità per rafforzare la propria competitività scientifica e tecnologica? Per quanto la domanda sia particolarmente importante, perché la ricerca rappresenta uno dei principali motori della crescita economica di lungo periodo, è anche necessario che il dibattito non si limiti alla disponibilità di nuovi finanziamenti o all’apertura di programmi straordinari per attrarre talenti. Attraverso l’esperienza dello European Youth Think Tank (EYTT), organizzazione no profit che connette giovani ricercatori provenienti da numerosi Paesi europei, promuovendo collaborazioni interdisciplinari orientate alla pubblicazione scientifica internazionale, abbiamo avuto modo di confrontarci con decine di giovani studiosi provenienti da contesti accademici molto differenti. Nonostante le differenze tra sistemi universitari nazionali, discipline e percorsi professionali, ci sono problematiche che emergono con sorprendente regolarità. In gran parte delle testimonianze raccolte vengono menzionati temi ricorrenti: precarietà prolungata, difficoltà nel costruire percorsi di carriera stabili, eccessiva dipendenza dai finanziamenti a progetto, limitata autonomia scientifica per i ricercatori più giovani e difficoltà di accesso a opportunità realmente aperte e competitive. Per questo motivo la questione non riguarda soltanto la capacità dell’Europa di attrarre nuovi ricercatori, ma soprattutto la capacità di costruire un ecosistema della ricerca in grado di trattenerli, valorizzarli e consentire loro di sviluppare pienamente il proprio potenziale innovativo. Se l’Europa vuole approfittare della fase di incertezza che attraversa il sistema americano, dovrà affrontare anche alcune debolezze strutturali che caratterizzano il proprio modello di ricerca.

L’Europa può approfittare della fuga dei ricercatori dagli Usa? Sì, ma servono riforme oltre agli incentivi

I tagli ai finanziamenti della ricerca promossi dall’amministrazione Trump hanno riaperto una questione che per molti anni sembrava chiusa: gli Stati Uniti possono perdere il proprio ruolo di principale polo mondiale di attrazione per ricercatori, scienziati e innovatori?

La risposta europea è stata rapida. Commissione europea, governi nazionali e università hanno annunciato programmi destinati ad attrarre ricercatori provenienti dagli Stati Uniti, con un evidente obiettivo: trasformare una crisi americana in un’opportunità per rafforzare il sistema europeo della ricerca.

Dal punto di vista economico è una logica difficile da contestare, considerando che la ricerca, l’innovazione e il capitale umano rappresentano da decenni alcuni dei principali motori della crescita economica di lungo periodo. Dai modelli di crescita macroeconomica alle più recenti analisi sulla competitività internazionale, la conclusione è sempre la stessa: i Paesi che investono maggiormente nella produzione di conoscenza tendono a essere quelli che accumulano vantaggi tecnologici, industriali e strategici. La ricerca non può essere considerata una semplice voce di spesa pubblica, deve essere considerata un investimento.

Attrarre ricercatori significa attrarre conoscenza. Quando un Paese riesce a richiamare scienziati, ingegneri o ricercatori di alto livello, non beneficia soltanto del loro lavoro, ma anche degli investimenti che altri sistemi universitari e altri bilanci pubblici hanno sostenuto per la loro formazione. Ed è per questo motivo che la competizione per il talento scientifico rappresenta una forma particolarmente strategica di competizione economica; perché chi riesce ad attrarre capitale umano qualificato ottiene vantaggi che vanno oltre il contributo del singolo ricercatore: si rafforzano gli ecosistemi di innovazione, aumentano le opportunità di trasferimento tecnologico e si intensificano le collaborazioni internazionali, generando così nuove occasioni di crescita per territori e imprese.

La storia ci offre esempi molto chiari. Durante il Novecento gli Stati Uniti beneficiarono enormemente dell’arrivo di scienziati europei costretti a lasciare il continente, e figure come Albert Einstein contribuirono non soltanto al progresso scientifico americano ma anche al rafforzamento della leadership tecnologica degli Stati Uniti. La superiorità tecnologica che Washington sviluppò durante e dopo la Seconda guerra mondiale non fu soltanto il risultato di investimenti economici e militari, ma anche della capacità di attrarre alcune delle migliori menti del pianeta.

Scienza e geopolitica sono infatti strettamente intrecciate: I Paesi che attraggono ricercatori tendono ad accumulare vantaggi economici e tecnologici, mentre quelli che li allontanano rischiano di perdere capacità innovativa. Tuttavia, la vera questione è molto più profonda, e sarebbe un errore pensare che la sfida europea si esaurisca nell’offerta di qualche incentivo economico o di qualche programma straordinario di reclutamento.

Non basta attrarre, bisogna trattenere

Per anni il dibattito europeo si è concentrato sulla fuga dei cervelli, mentre oggi rischiamo di commettere l’errore opposto: concentrarci esclusivamente sulla possibilità di attrarre ricercatori americani senza affrontare le debolezze strutturali che continuano a spingere i ricercatori europei a lasciare il continente.

La mobilità internazionale rappresenta un valore perché permette la circolazione di idee e competenze, favorendo la qualità della ricerca e accelerando l’innovazione. Tuttavia, la mobilità dovrebbe essere una scelta e non una necessità. Un sistema della ricerca funziona quando un ricercatore decide di trasferirsi per ampliare le proprie esperienze professionali, e non quando il trasferimento è imposto dalla precarietà o dall’assenza di prospettive. Se l’Europa vuole diventare realmente attrattiva deve quindi affrontare anche i problemi interni che caratterizzano una parte significativa dei suoi sistemi universitari.

In questo riguardo l’Italia rappresenta un esempio interessante: da una parte esiste la necessità di garantire continuità ai dipartimenti e valorizzare ricercatori che da anni contribuiscono alle attività di ricerca e didattica, e dall’altra esiste invece l’esigenza di mantenere aperto il sistema e di favorire la mobilità accademica.

Si tratta di due obiettivi egualmente legittimi, ma quando si cerca di perseguirli contemporaneamente e attraverso gli stessi strumenti può nascere un problema. Per quanto molte procedure di reclutamento siano formalmente aperte a tutti i candidati, all’interno della comunità accademica è diffusa la percezione che alcune selezioni rispondano anche all’esigenza di garantire continuità a professionisti già presenti nelle strutture. Non si tratta di mettere in discussione la qualità dei vincitori o la correttezza delle commissioni, ma di riconoscere che coesistono due esigenze legittime ma diverse: quella di valorizzare competenze già presenti e quella di attrarre nuovi talenti, che prevedono l’utilizzo di strumenti distinti. Una quota delle posizioni potrebbe essere esplicitamente destinata alla progressione interna, per esempio, consentendo così alle università di valorizzare competenze già formate e di costruire percorsi professionali più stabili.

Parallelamente, una quota significativa dovrebbe essere destinata al reclutamento di candidati esterni, italiani e internazionali, con l’obiettivo di favorire la mobilità accademica e di rafforzare la credibilità del sistema. Un ricercatore proveniente dagli Stati Uniti, dal Regno Unito o dall’Asia difficilmente sceglierà di trasferirsi in un contesto nel quale percepisce limitate possibilità di accesso o scarsa prevedibilità delle opportunità di carriera.

Il problema della precarietà e della dipendenza gerarchica

La capacità di attrarre talenti dipende anche dall’autonomia che il sistema riesce a garantire ai propri ricercatori. In molti contesti europei una parte significativa delle carriere accademiche continua a essere caratterizzata da contratti temporanei, borse di ricerca e posizioni precarie, producendo non soltanto instabilità economica, ma anche una limitazione dell’autonomia scientifica.

Quando la continuità professionale dipende dai fondi disponibili o dal rinnovo di progetti gestiti da figure senior, per i giovani ricercatori diventa difficile costruire percorsi di ricerca autonomi, creando così una dipendenza che può scoraggiare la sperimentazione di percorsi scientifici innovativi. Eppure, l’innovazione nasce spesso proprio dalla capacità di esplorare approcci originali e non convenzionali. Per questo, garantire maggiore autonomia ai giovani ricercatori dovrebbe essere considerato una componente essenziale della competitività europea.

Troppi bandi, troppo poco tempo per la ricerca

Un’altra criticità riguarda il crescente peso della progettazione competitiva. I programmi europei hanno svolto un ruolo fondamentale nel sostenere la ricerca continentale, ma presentano anche costi spesso invisibili. La preparazione di una candidatura richiede mesi di lavoro, costruzione di partenariati, attività amministrative e competenze sempre più specialistiche. Tuttavia, molte proposte non vengono poi finanziate.

Il risultato è che una parte significativa del tempo dei ricercatori viene assorbita da attività burocratiche piuttosto che dalla ricerca stessa, generando il rischio di trasformare progressivamente ricercatori e professori in progettisti e amministratori.

Oltre ai finanziamenti, anche il tempo è una risorsa limitata. Per questo motivo sarebbe opportuno affiancare ai programmi competitivi strumenti più stabili e strutturali, capaci di garantire continuità alle attività scientifiche.

La libertà scientifica come vantaggio competitivo

Esiste poi un elemento spesso sottovalutato nel dibattito economico: la libertà della ricerca.

Quando si parla di attrazione dei talenti si tende a concentrarsi sugli stipendi e sui finanziamenti, ma la storia dimostra che la produzione di conoscenza dipende anche dall’autonomia intellettuale concessa ai ricercatori.

Negli ultimi anni si sono moltiplicate le tensioni tra politica e ricerca in diversi Paesi. Negli Stati Uniti alcune decisioni dell’amministrazione Trump hanno alimentato preoccupazioni nella comunità scientifica, mentre in Argentina, il governo di Javier Milei ha promosso una drastica riduzione delle risorse destinate a università ed enti di ricerca.

Il problema non riguarda soltanto i finanziamenti. Riguarda il modo in cui la politica guarda alla conoscenza.

È importante ricordare che le grandi trasformazioni che hanno cambiato il corso della storia non sono state generate principalmente dalla politica, ma dalla capacità di produrre nuova conoscenza scientifica e tecnologica.

Dalla rivoluzione scientifica alla medicina moderna, dall’elettrificazione all’informatica, fino all’intelligenza artificiale, il progresso economico e sociale è stato guidato soprattutto dall’innovazione. Spetta poi alla politica creare istituzioni solide, stabilire regole chiare, e promuovere lo sviluppo.

Ma quando la politica vede la ricerca come un avversario ideologico o come un settore da subordinare alle convenienze del momento, rischia di indebolire uno dei principali motori del progresso umano.

In questo senso l’Europa possiede un vantaggio competitivo spesso sottovalutato. Pur con tutti i suoi limiti burocratici, continua a offrire un contesto nel quale la libertà accademica, il pluralismo delle idee e l’autonomia della ricerca godono generalmente di una forte tutela; per molti studiosi la possibilità di lavorare in un ambiente che protegge il libero pensiero può rappresentare un fattore attrattivo non meno importante del livello salariale.

Investire di più e investire meglio

L’Europa presenta inoltre forti differenze nei livelli di investimento in ricerca e sviluppo.

Alcuni Paesi investono quote significative del PIL, mentre altri rimangono molto indietro, creando sistemi accademici caratterizzati da forti disparità interne e da una crescente dipendenza dai grandi programmi europei. Per questo motivo il rafforzamento dei programmi comunitari dovrebbe essere accompagnato da un rafforzamento dei sistemi nazionali.

L’obiettivo non dovrebbe essere soltanto il finanziamento delle singole eccellenze, ma la costruzione di ecosistemi della conoscenza robusti e diffusi. In questa prospettiva, accanto al finanziamento pubblico esiste anche uno spazio ancora poco sviluppato per il contributo del capitale privato.

In molti Paesi europei grandi imprese e investitori finanziano attività sportive e culturali ottenendo importanti ritorni reputazionali. Lo stesso principio potrebbe essere applicato con maggiore intensità anche al finanziamento della ricerca e dell’università, purché vengano garantite autonomia scientifica e indipendenza accademica.

Una sfida che riguarda il futuro dell’Europa

I tagli americani alla ricerca hanno aperto una finestra di opportunità che pochi anni fa sarebbe sembrata impensabile. Ma attrarre ricercatori non sarà sufficiente.

Servono investimenti più consistenti, maggiore autonomia scientifica, minore precarietà, più trasparenza nei percorsi di carriera, meno burocrazia e una strategia di lungo periodo capace di valorizzare il capitale umano.

La vera domanda non è se l’Europa riuscirà ad attirare alcuni ricercatori dagli Stati Uniti. La vera domanda è se riuscirà a costruire un ecosistema scientifico capace di farli restare.

Perché in futuro la competizione tra economie sarà sempre più una competizione per la conoscenza. E chi saprà attrarre, trattenere e valorizzare il talento avrà un vantaggio che nessuna politica commerciale o industriale potrà compensare.

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