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Perché diminuiscono le operazioni di peace keeping nel mondo. Report Sipri

Un'analisi del Sirpi ha rilevato che alla fine del 2025 erano impiegati poco meno di 79.000 militari in missioni internazionali di mantenimento della pace, il dato più basso degli ultimi 25 anni e inferiore del 49% rispetto al 2016. Numeri e confronti del rapporto del think tank di Stoccolma.

Missioni di peacekeeping in calo nel mondo.

Il numero di militari impiegati nelle operazioni multilaterali di mantenimento della pace è sceso nel 2025 al livello più basso degli ultimi venticinque anni. A lanciare l’allarme è lo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), secondo cui tensioni geopolitiche, crisi di finanziamento delle Nazioni Unite e divisioni tra le grandi potenze stanno mettendo a rischio la sostenibilità delle missioni di pace.

Il rapporto del think tank svedese evidenzia anche il crescente ricorso a coalizioni regionali e ad accordi ad hoc, mentre il ruolo dell’Onu nella gestione dei conflitti appare sempre più ridimensionato.

Secondo il Sipri, la gestione multilaterale dei conflitti e le operazioni di pace sono soggette a “forti pressioni”. Il coinvolgimento della Russia nei conflitti in Africa sta danneggiando la governance della sicurezza nella regione, gli Stati Uniti sotto la presidenza di Donald Trump stanno minando il multilateralismo e la Cina e l’Europa sono restie o incapaci di assumersi il compito di sostenere il sistema multilaterale, ha dichiarato il think tank di Stoccolma.

Tutti i dettagli.

SIPRI: IL NUMERO DI TRUPPE PEACE KEEPING AI MINIMI DAL 2000

Secondo il rapporto del Sipri, al 31 dicembre 2025 erano impegnati nelle operazioni di pace multilaterali 78.633 militari internazionali, con un calo del 17% rispetto all’anno precedente. Si tratta del livello più basso almeno dal 2000 e di una riduzione del 49% rispetto al 2016.

LE MISSIONE ATTIVE NEL 2025

Nel 2025 erano attive 58 operazioni multilaterali di pace in 34 paesi o territori, tre in meno rispetto al 2024. L’Africa subsahariana e l’Europa hanno ospitato entrambe 18 missioni, seguite dal Medio Oriente e Nord Africa con 14 operazioni. Quasi tre quarti del personale impiegato era concentrato in sole cinque missioni, quattro delle quali nell’Africa subsahariana.

Secondo il think tank di Stoccolma, l’Africa subsahariana ha ospitato il 70% del personale impiegato nelle missioni di pace, seguita dal Medio Oriente e Nord Africa con il 15% e dall’Europa con il 12%. Le due maggiori operazioni multilaterali dello scorso anno sono state la Missione multidimensionale integrata di stabilizzazione delle Nazioni Unite nella Repubblica Centrafricana (Minusca) e la Missione delle Nazioni Unite nel Sud Sudan (Unmiss).

LA CRISI DI FINANZIAMENTO PER LE NAZIONI UNITE

Alla base del ridimensionamento delle missioni vi è soprattutto la crisi finanziaria che sta colpendo il sistema di peace keeping delle Nazioni Unite.

Nel luglio 2025, le operazioni di mantenimento della pace targate Onu si sono trovate ad affrontare un deficit di 2 miliardi di dollari, pari a oltre il 35% del loro budget totale di 5,6 miliardi di dollari per il biennio 2024-2025.

Secondo il rapporto, i tagli al personale hanno colpito diverse missioni e hanno contribuito alla riduzione complessiva della presenza internazionale nelle aree di crisi.

I TIMORI DEL SIPRI

“Se le cose dovessero continuare su questa strada, potremmo assistere a un drammatico indebolimento della gestione multilaterale dei conflitti e al quasi totale emarginamento di istituzioni come le Nazioni Unite, a causa di una combinazione di fattori finanziari, politici e geopolitici”, ha dichiarato Jaïr van der Lijn, direttore del programma per le operazioni di pace e la gestione dei conflitti del Sipri. “Il risultato probabile sarà un aumento dei conflitti, che avranno probabilmente un impatto ancora più grave sulla popolazione civile, poiché gli Stati abbandoneranno norme consolidate da tempo”.

IL RUOLO DI WASHINGTON

Il rapporto sottolinea inoltre che nel 2025 Washington ha intrapreso “azioni significative” per ritirarsi, ridurre i finanziamenti o contestare diversi organismi delle Nazioni Unite.

Sotto la presidenza di Donald Trump, gli Stati Uniti hanno drasticamente ridotto i propri programmi di aiuto e cercato di ridimensionare i propri impegni nei confronti di organizzazioni e istituzioni internazionali come le Nazioni Unite e l’Oms,  compreso il tentativo di porre fine a missioni di pace come la Forza di Interposizione delle Nazioni Unite in Libano (Unifil).

IL CASO UNIFIL E LE DIVISIONI NEL CONSIGLIO DI SICUREZZA

Ad esempio, spiega il Sipri nel suo rapporto, nonostante le frequenti violazioni dell’accordo di cessate il fuoco del 2024 tra Israele e Libano, gli Stati Uniti hanno chiesto la cessazione della Forza di Interposizione delle Nazioni Unite in Libano (Unifil) durante i negoziati per il rinnovo del mandato nell’agosto 2025. In una mossa di compromesso, il Consiglio di Sicurezza ha votato per rinnovare la missione per l’ultima volta fino a dicembre 2026.

Secondo il Sipri, la riduzione dei fondi e le difficoltà nel raggiungere un accordo sulla chiusura dell’Unifil “indicano un ruolo progressivamente più marginale per le Nazioni Unite nella gestione dei conflitti”.

I LIMITI DELLE MISSIONI A GUIDA REGIONALE

Pur restando il principale organizzatore delle operazioni di pace con 18 missioni e il 67% del personale impiegato, le Nazioni Unite sono state affiancate da un numero crescente di operazioni guidate da organizzazioni regionali, che nel 2025 hanno totalizzato 34 missioni.

Sebbene non siano state istituite nuove operazioni di mantenimento della pace a guida Onu dal 2014, le organizzazioni regionali ne hanno avviate diverse. Tuttavia, gli sviluppi del 2025 hanno evidenziato i limiti delle missioni a guida regionale, sottolinea ancora il think tank svedese.

Come le Nazioni Unite, anche organizzazioni regionali come l’Unione Africana, la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (Ecowas) e l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Osce) hanno dovuto affrontare problemi di sottofinanziamento e di stallo decisionale sulle operazioni di pace, ad esempio in Sudan e Ucraina, a causa delle rivalità geopolitiche.

“Le organizzazioni regionali mancano di capacità fondamentali per una costruzione della pace integrata ed efficace, e sono inoltre afflitte da carenze di finanziamento e dall’incapacità di raggiungere un accordo”, ha spiegato Claudia Pfeifer Cruz, ricercatrice senior del programma sulle operazioni di pace e la gestione dei conflitti. “Con il progressivo ridimensionamento della gestione dei conflitti guidata dalle Nazioni Unite, si sta creando un vuoto crescente che i modelli alternativi non sono in grado di colmare”.

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